domenica 29 dicembre 2013

Basta un poco di zucchero

Ehila Sudditi!

Sono risorta a nuova vita dopo essere annegata in un mare burrascoso di zuccheri, polifosfati e grassi saturi le mie coronarie me la faranno pagare prima o poi, lo so.
Ho sposato senza esitazione ne postumo ripensamento la formula magna che te passa altrimenti nota come ogni dolore ricorre a boccone, nonna L. rules.

Nonostante non mi sia impegnata ad essere una prava pampina il panzuto e barbuto tizio della CocaCola m'ha portato tanti bei regali. Tra questi il dvd di Io e Marley. Vederlo il 25 pomeriggio con Biagio scodinzolante ai piedi del divano o sdraiato sulla schiena della sottoscritta non è stata un'idea da Archimede. Praticamente a fine film lo guardavamo tutti col lacrimotto in bilico tra la palpebra inferiore e la guancia blaterando frasi tipo tu non morire mai. Tutti ad eccezione di Pino che, imperturbabile con le sue gambe a cavallo e i folti baffi, continuava a domandarsi quanti cani fossero stati necessari per girare il film ripercorrendo le varie età della pora bestia.

Intanto qualcuno ha ricevuto una buona notizia proprio il giorno di Natale. Il lontano ma vicino nel cuore cugino G. e sua moglie, in cerca di un pupo da 5 anni e in lotta da 4 con una teratozoospermia grave, dopo un'operazione di varicocele, qualcosa tipo 70 iniezioni di Gonal-F, 5 iui e una FIVET sono incinti. Grazie a SantoSpirito. Ora non vorrete mica dirmi che ce la fa con tutti tranne che con me, neh? Un applauso al mio giaino pliz

Io nel frattempo ho vinto le pere sulla panza. Facciamo sul serio, forza e coraggio.
Prima però dobbiamo risolvere l'annosa questione. La concorrenza al mistero della Resurrezione, l'atroce dilemma che nemmeno la nuova serie di Voyager potrà mai svelare, la domanda in grado di destabilizzare i precari equilibri amicali, in grado di disseminare odio e rancore, litigi e scoramenti: che fai a capodanno?
E voi siete organizzati o necessitate d'un salvifico invito a Palazzo?

martedì 24 dicembre 2013

Armistizi da vigilia

Bene. Sono le quattordici e quarantuno. Io sono in pigiama. Mina sta arrivando, che deve mettere su il brodo per domani. Cugino I. è passato prima per portare le bibite, comprese due bottiglie di Sprite che terrò con buona probabilità fino a Pasqua. Il tavolo è da allungare, le sedie da prendere in garage. C'è una tovaglia rossa da sceicco piegata in una busta di cartone, perché non essere pacchiani a Natale è come andare da Mc e prendersi un'insalata.

Le luci del presepe hanno interrotto il loro sciopero, probabilmente dovuto a qualche incursione felina, giusto in tempo per la vigilia. Penelope continua a scalare l'albero manco fosse Messner con la coda. Ora è in punizione in camera sua. E se continua niente Whiskas natalizio. Ok, magari solo un po' che pure per i mici è festa, dicono.

L'USI ha acceso il fuoco e io devo pittarmi le unghie di rosso. I regali per le Sisters sono impacchettati sotto l'albero, due paia di leggings stile stregatto a due euro l'uno. Sono il genio degli acquisti.

In questo Natale manchi ancora tu. Hai marcato visita, proprio stanotte. Mi sa che c'hai la stronzaggine principesca di tua madre ma io ti perdono, che a Natale oltre ad essere tutti più ipocriti siamo tutti più tolleranti. Buoni no, dai, non esageriamo c'ho una reputazione da difendere, sacripante!

E insomma anche le Princess posano scettro e corona in queste occasioni. E anche se per un giorno ed una notte soltanto si concedono il lusso di lasciare che tutto, semplicemente, vada come deve andare, che il tempo si fermi, che le parole siano leggere, che le lacrime lascino il posto ai sorrisi e che il pandoro con la Nutella finisca dritto dritto sulle chiappe.

Buona Natale, adorati sudditi.

lunedì 23 dicembre 2013

Lasciare

Il mio badge è storto. Lavoravo per questa società da due settimane quando lo lasciai inavvertitamente sul cruscotto della mia Clear. Il calore del sole lo deformò.
All'inizio non lo cambiai per pigrizia, nonostante A., Capetto, collega C e tutto il cucuzzaro mi esortassero a farlo ogni volta che me lo vedevano al collo, poi mi affezionai. Per farlo passare nel tornello occorre esercitare una lieve pressione con indice e medio, una scocciatura agli occhi di tutti ma a me, in fondo, piaceva dire aspetta te lo passo io che questo vuole la mano del padrone quando qualcuno dei consulenti, dimenticatosi il suo, me lo chiedeva in prestito per passare.

L'ho riconsegnato oggi in portineria.

La mano ha tremato un po'.

Questo è stato il mio ultimo giorno qui.

Ho portato via con me Oronzo e i suoi nuovi amici GufA, Orange e la principessa Aurora, i CD di Photoshop e del corso di fotografia, le scatoline di liquirizie che ho riciclato come portapillole so' anziana inside, I know, le bacchette cinesi per incapaci, dotate di molla, regalo di L., il mio cactus e il suo messaggio subliminale, velato ma non troppo.

Vorrei che questo ciao fosse facile. Come quello che si dice il primo giorno, quando ancora non conosci nessuno, quando sei poco meno di un'estranea, quando non sai cosa ti accadrà, chi incontrerai, come ti troverai. Un ciao carico di belle speranze e grandi aspettative.

Non è facile, invece. Per niente.

In questa gabbia di marmo, cemento e luci al neon ho passato due anni e otto mesi della mia vita.
Qui lascio MC e le sue frasi da cinquantenne allupata che a me, però, facevano ridere. Lascio la sua risata, i suoi limoni e le sue ansie da mamma come quel non correre per strada, copriti oggi, mangia che sei sciupata e della dieta tu non hai bisogno, però dovresti fare un po' di sport pigrona.
Qui lascio I, la sua voce stridula, i suoi cappelli coi pennacchi, le foto delle sue vacanze, i suoi consigli sulla moda che non mi sognerei mai di seguire.
Qui lascio V, i suoi ah stronza , le pernacchie con dietro l'AD, la sua voce nasale, le battute da terza elementare e i grazie ruffiani, scritti sulle mail a caratteri cubitali.
Qui lascio il suono dei miei tacchi sui marmi dell'ingresso principale, il bottone sbagliato dell'ascensore, i caffè e i taralli pugliesi del distributore, le scale di ferro di fianco la mensa, la pizza del mercoledì, le tapparelle chiuse delle finestre, il rumore del treno che passa a pochi metri dal mio ufficio, le grida di Capetto, i segni sul muro delle mie forcine per capelli, i buondì canori

Qui, soprattutto, lascio il mio personalissimo pezzetto di cuore, a cui proprio non riesco a dirlo, questo ciao.

venerdì 20 dicembre 2013

Ciao amore ciao

Okkei, mancano i saluti in pompa magna del Presidente della Repubblica e poi posso finalmente finirla di avere questa faccia qui:



quando qualcuno dimostra il suo dispiacere per la mia prematura dipartita lavorativa e mi ricorda quanto s'è lavorato bene insieme qui dentro, quanto sono stata profescional, precisa, geniale. Sì, cari miei. Sono stata addirittura definita geniale. E mica dall'ultima pulce del pelo di Biagio, no no. Nientedimeno che dal Capo Supremo di Comunuicazione, sì sì. Si campasse di soddisfazioni sarei la Naomo degli Appennini, mica pizza e coriandoli. Peccato che non mi paghino per ricevere complimenti.

Che poi, pensavo, sarebbe tutto molto più semplice se tutti facessero gli gnorri, se mi dicessero una cosa tipo beh allora ci si vede, se mi passassero di fianco fischiettando e voltando lo sguardo altrove. Perché così l'è una tortura medievale. Soprattutto quando i tuoi dosaggi ormonali sono più sballati di quelli Leonida. No, non il virile Re di Sparta ma il personaggio comico interpretato da Leo Gullotta. Non provate a farmi credere che non ve la ricordate, tutti da bambini adoravano il Bagaglino, qualcuno pure da adulto.

Insomma, bypassiamo la fase saluti e baci e diamoci alla pazza gioia con un festino alcolico. Non è meglio? Sono sicura che molti riuscirebbero persino ad essere tollerabili, qui dentro, dopo tre caipirinha.

mercoledì 18 dicembre 2013

Senza patria e senza spada

Io faccio.
Io ho sempre fatto.
Io non mi tiro indietro, mai.
Io non rientro nella categoria dei condizionali.
Io mi do da fare ed è così da sempre.
Io non mi sono mai nutrita di manna, mai stata parcheggiata anni e anni all'università, mai stata con le mani in mano.
E non me ne sono mai pentita.
Lo voglio, lo ottengo. Ha sempre funzionato.
Fino ad ora.

Fino al momento in cui mi sono resa conto che la professionalità, la disponibilità, la puntualità non pagano. Fino al momento in cui ho realizzato che, forse per la prima volta nella mia vita, gli sforzi fatti si sono volatilizzati, aria fritta, scatola vuota, encefalogramma piatto, tabula rasa. Ho seminato con impegno, costanza e dedizione e non ho raccolto un cazzo.

Sono incazzata e sapevo che sarebbe arrivato questo momento. A tre giorni dalla mia dipartita lavorativa io ho passato la fase depressione e sono immersa fino al collo in quella della rabbia.
Sono incazzata perché fatta fuori. Sono incazzata perché non me lo merito, perché ho lavorato bene e sodo, perché sono stata un'autodidatta, perché se so fare le cose lo devo solo a me. Perché mi sono fatta il culo più di altri. Ma non sono io che resto.

Mi sono guardata indietro tante volte in vita mia, nonostante la giovane età. E mi ritenevo soddisfatta del mio operato.

Ora non più. Dietro di me vedo fallimenti e devastazione e la cosa peggiore è che io non me li sono cercati. Mi sono piombati addosso con l'eleganza d'un elefante in calore. Sono schiacciata dagli eventi, sono delusa dalle persone.

E riesco solo a pensare che voglio andarmene. Pure se persino il mondo, oggi, mi sembra troppo piccolo.



lunedì 16 dicembre 2013

Baciami ancora

Questa mattina, su un triste e grigio vagone della Metro B, alle ore sette e zero zero, due zelanti adolescenti con acne, peluria sul viso, super zaini in spalla e dizionario di latino in mano è la mia invidia che sta parlando? Of course! si sono esibiti, dinnanzi alla sottoscritta, ancora sonnecchiante, in una limonata da Oscar.

Mi sono resa conto di quanto io sia diventata arida nel momento in cui ho pensato che a quell'ora del mattino, probabilmente prima di colazione e con l'alitosi da alzataccia malamente mitigata dal sapore del dentifricio, i baci appassionati, con la lingua alla ricerca delle carie nascoste dei molari, dovrebbero essere vietati per legge.

E poi ho pure pensato ai baci che si è osato dare, quelli riusciti e quelli che t'hanno fatto rimpiangere di non esser rimasta a casa, divano e babbucce, a guardare Grey's Anatomy e sognare il grande amore, bello come Derek però col naso un po' più dritto. Che volete, so' pretenziosa.

Ognuno interpreta il bacio a suo modo, pochi sono spontanei però. Soprattutto nell'adolescenza o in occasione delle prime uscite pre-coito. Siamo tutti troppo impegnati a fare bella figura, nel tentativo spesso vano di strappare al malcapitato un altro appuntamento.


Nella mia personalissima e priva di valore scientifico classifica del baciatore italico masculo troviamo al primo posto l'Hitch. Quelli di voi che non hanno idea di cosa stia parlando dovrebbero vedere questo film. Will Smith è una sorta di moderno e very faigo Dottor Stranamore che aiuta gli imbranati a rimorchiare. L'Hitch sa come manovrarti, nelle sue mani sei un burattino, non sbaglia un colpo. E' un freddo calcolatore. Azione-reazione. Pensa solo alla tecnica. E' generalmente poco tenero, egocentrico, belloccio e stronzo. Ma bacia tremendamente bene. La lingua non si infila in bocca se non dopo un accurato gioco di labbra. Lui le succhia, le lecca, le morde e quando si decide a spingersi oltre lo fa con la grazia e la leggiadria di una étoile evitando però l'effetto lumaca morta.




Non bada invece ai preliminari l'Invadente. L'uomo che crede gli sia tutto concesso solo perché avete abbozzato un sorriso di cortesia ad una sua scadente battuta, con buona probabilità omofoba. Che l'Invadente ci tiene a metter in bella mostra le proprie virilità da detentore di pisello. Confonde passione e palpazione, arriva al dunque in pochi nano secondi, non lascia spazio vitale, fa il padrone in casa vostra. In compenso dopo averlo baciato non avrete più bisogno della visita dentistica che avete prenotato da tempo perché le carie ve l'ha rimosse tutte lui.



La metto o non la metto? Un pezzetto va! Anzi no, anzi sì, anzi no, anzi sì. Brutta la specie degli indecisi. Tanto potenziale inespresso, poca sicurezza, molto imbarazzo. L'Indeciso aspetterà tutta la sera il segnale. Quello che potrebbe dargli sufficiente coraggio per avvicinarsi a 5 cm dalla vostra bocca per poi ritrarsi e fingere di guardare con estremo interesse l'amplesso tra alieni che si sta consumando proprio dietro le vostre spalle. Dovrete essere voi, signore mie, a fare il primo passo. A patto che l'Indeciso in questione vi piaccia davvero, gli spezzereste il cuore se, deluse dalla sua perfomance da Rin tin tin in calore, gli negaste un prossimo incontro. L'Indeciso è un diesel. Dategli tempo e abbiate pazienza, non vi deluderà.

venerdì 13 dicembre 2013

Fantasmi e sirene

Questa mattina credo d'essermi svegliata ansimante e impaurita, reduce d'un sogno inquietante e d'aver detto all'USI, pronto per uscire, una cosa tipo: non andare via, ho paura, ci sono i fantasmi. Credo anche che lui si sia allegramente beffato dei miei motivati timori, abbia riso e risposto: non temere, adesso chiamiamo i Ghostbusters.

Eppure ieri sera a cena ho mangiato solo un leggerissimo minestrone, scotto però. Perché il suddetto marito ha pensato bene di presentarsi a Palazzo alle ore nove e cinquantacinque minuti dopo avermi scritto su WhatsApp alle nove e trentatré, il bit m'è testimone, sto arrivando. A suo dire ha passato i restanti ventidue minuti in giardino, nel vano tentativo di impartire lezioni di bon ton a Biagio che, oltre a saltare come un canguro ogni volta che ci vede, si ostina a voler mangiare la propria grazia di Dio. Aveva ragione l'USI, Gianni sarebbe stato un nome più appropriato. Morandi come secondo nome.

Alle ore otto e zero zero mi sono fiondata sotto il getto d'acqua bollente della doccia per rendermi conto un millisecondo dopo d'essermi dimenticata il flacone dello shampoo nel bagno grande. Ho deciso di imputare il mio ritardo a lavoro al minuto e mezzo necessario ad uscire, imprecare, asciugarmi, andare nell'altra stanza, prenderlo e rientrare nel box.

Nel frattempo da queste parti mancano esattamente sette giorni lavorativi, compreso oggi, alla fine del nostro contratto di lavoro. A meno che non riescano ad incastrarmi per il periodo natalizio, cosa che sto cercando di evitare come la peste del '300. L'unica cosa positiva che mi viene da pensare a riguardo sono le ore dormite per notte che passeranno dall'essere 6-7, decisamente troppo poche per gli standard principeschi, a 9-10. Questo almeno fino a fine gennaio.

Comunque va tutto bene, oggi sono fortunata. Ho trovato Ariel nell'ovetto Kinder. Felicità.

Buon week end, adorati sudditi.

mercoledì 11 dicembre 2013

Undici dodici tredici

A dirla tutta ero un tantinello indecisa sul da farsi perché, insomma, vi sarete pure giustamente scassati tutte e sette le sfere del drago degli epitaffi e dei sentimentalismi da femminuccia in premestruo fedelmente riportati in codesto blog. Tra l'altro io con gli anniversari c'ho un rapporto d'odio e amore. Più d'odio che amore. Rischiano d'essere sempre mielosamente nostalgici, alcuni sono persino in grado di farci rimpiangere come eravamo. Sempre con qualche chilo e capello bianco in meno, 'cazozza.

Però questa è una ricorrenza particolare. Questo è il giorno in cui, un anno fa, facevo marameo alla morte di cui abbiamo una diapositiva:


Scusate eh, ma non ho foto della lastra di ghiaccio che ha ridotto la mia adorata Clear in questo modo e che m'ha quasi fracassato il cranio.

Lei non ce l'ha fatta, l'abbiamo rottamata qualche giorno dopo, io sì. Io sono qui, dopo un anno, non troppo in salute ma viva. E me lo faccio andar bene, anche se solo per oggi. Mi faccio andare bene Capetto che sbraita, il contratto in scadenza, il caffè del bar aziendale che sa di bruciato, la pasta scotta della mensa, le bollette da pagare, la cacca di Biagio sotto le mie Nike, Penelope che assalta l'albero di Natale e gioca con le pallette, l'USI che mi lascia senza Bancomat, la casa in disordine.

Certo questo non autorizza nessuno a chiedermi favori, sono sempre una cazzo di Principessa, io.

Insomma oggi facciamo che è tutto bello però da domani torno in depressione. Veloggiuro.

lunedì 9 dicembre 2013

Luci della ribalta

Siamo nati per la ribalta, siamo nati per essere protagonisti assoluti e indiscussi delle nostre vite, ognuno secondo i propri desideri, le proprie inclinazioni, le proprie possibilità. Ognuno secondo il proprio destino.
Basterebbe accettare questa consapevolezza per vivere sereni. Percorrere il proprio cammino, sia esso in salita, in discesa o fatto a scale senza confronti, senza ansie, senza sentirsi meno di.

Il mondo gira, sì ma alla rovescia. Tutti gli eventi che aspetti con trepidazione tardano ad arrivare o marcano visita, quelli che invece temi arrivano con una puntualità feroce e beffarda.

Ho ricevuto una notizia, la notizia. Quella che tutte le ricercatrici incallite come me temono. E non per invidia ma per paura. Paura del dolore, paura della propria reazione, paura di non essere mai come, paura di sentirsi meno di.

Ad essere incinta stavolta non è la figlia della cugina di terzo grado di tua madre, la vicina di casa di tua zia, la tipa che prende il bus con te, l'amica emigrata in America. Ad essere incinta è una tua cara amica d'infanzia, quella che insieme a te ha costruito tanti divertenti ricordi, quella senza la quale la tua adolescenza sarebbe stata un po' più piatta, un po' più grigia. Quella a cui vuoi un bene sincero anche se non la vedi spesso.

Io non la invidio, io sono felice per lei. Io non mi sento privata a causa della sua gravidanza di qualcosa che comunque non avrei avuto. E sono fiera di me.

Il punto, però, è che il lieto evento m'ha fatto riflettere su quella cosetta chiamata karma. Sì perché appena saputo io ho pensato solo che lei se lo merita perché ha sofferto tanto. A febbraio scorso ha perso il padre, si è tatuata il dolore sul braccio con la scritta papà e il segno dell'infinito. Non ha avuto la sua pacca sulla spalla quando ha comprato casa col suo compagno, quando ha iniziato a convivere. Ora però ha la sua luce.

Io no.

E mi chiedo perché, pure se so che non ha senso. Mi chiedo quando verrà il mio turno di tornare a sorridere. Mi chiedo dove sia la mia luce, quale forma prenda, se saprò riconoscerla dopo tutto questo dolore.

Perché lei se lo merita ma porcatroia me lo merito pure io.

E' per questo che l'incipit di questo post me lo dovrei tatuare, come ha fatto lei.

Non perdere di vista l'obiettivo, ognuno ha la sua strada, Princess. Niente confronti, niente ansie. Sii tu la protagonista della tua vita.

Certo che è lunghetta come frase, occhio e croce mi sa che l'avambraccio non mi basta.

mercoledì 4 dicembre 2013

Il due davanti

A me 'sta cosa che un giorno c'hai 28 anni e quello dopo ce n'hai 29 me mette n'ansia signora mia.
Ebbene sì, miei prodi e adorati sudditi, oggi è il mio co..., compl..., vabbè avete capito. E' che io non ho proprio un bel rapporto con questo nefasto giorno, sarà che porta sfiga. Quest'anno, per dire, ho brindato con un bicchierino di pipì. Sì perché sto male, again. Cistite, again. E così SantoSpirito mi ha ordinato un'urinocoltura che si sa, l'urinocoltura il giorno del compleanno non si nega a nessuno un po' come le candeline sulla torta, i regali e gli auguri su Fb. Che io dico, se devi scrivermi solo auguri e in vita tua m'hai visto tre volte e pure di profilo evita, che non ci resta male nessuno.

Meglio che non faccio bilanci, potrei svenire. Del resto anche 'sto blog è un po' il promemoria delle mie sfighe. Silvio Pellico spostate è il mio turno di raccontare le mie prigioni.

Gli anni sono convenzioni con cui ci piace scandire il tempo. Mio zio scemo diceva sempre che in fondo il tempo non esiste e delle tante baggianate che ha detto in vita sua questa devo ammettere che merita.

Quindi io oggi non ho un anno di più sulle spalle, semplicemente sono più vicina alla morte. Cazzo, è anche peggio messa così. Facciamo che zio c'aveva torto, che io oggi compio 29 anni e che sono una bimbetta felice. Perchè si è ancora bimbe finché si ha il 2 davanti, no?

martedì 3 dicembre 2013

Fluo

L'intento era quello di comprare una sveglia e un paio di collant neri a pois visti indosso ad una collega ex brutto anatroccolo e diventati immediatamente oggetto di desiderio. Desiderio zozzo, spinto, ossessivo. Così ossessivo da farmi ferventemente sperare di non dover arrivare a pagina due di google immagini perché si sa che quando sei costretto ad arrivare a pagina due sei fottuto. Quel che cerchi non esiste.

Centro commerciale, domenica pomeriggio, Biagio e marito al seguito. Uno sbuffava, l'altro slittava con le sue zampotte sul pavimento di marmo. Sono uscita con due paia di calze, un paio di leggings e un maglione nero. Senza sveglia ne calze a pois.

Credo d'avere un serio problema con le tentazioni. Roba che nemmeno ci provo più a resistere. Roba che mi ritrovo spesso a pensare a cose tipo la vita m'ha castigato abbastanza, perché dovrei rinunciare? 
Così compro come se le sorti del mercato globale dipendessero dai miei acquisti dite a quella culona della Merkel che ci penso io a risollevare l'economia mangio porcherie come se zuccheri e conservanti fossero fibre e proteine, mi vizio e, soprattutto, oso.

Ho tagliato i capelli e indossato un paio di calze da far concorrenza alle signorine della Salaria, tanto che pure C. mi ha dato dell'audace e io sto ancora cercando di capire se quello fosse un complimento. Ma il bello è che non mi interessa, il bello è che sono stanca d'essere rosa pallido. Voglio essere rossa. Ai limiti del fluo. Sono stanca della diplomazia, del perbenismo, delle frasi fatte, dell'affetto fraterno, del miele e dello zucchero. Voglio acidità, sincerità, docce fredde, frasi bollenti, estremismi e tanto sale, che si fotta pure la ritenzione idrica.

Voglio sentirmi viva che son morta dentro troppe volte, quest'anno.

sabato 30 novembre 2013

Un taglio a Pessoa

Avvicinarsi ai fatidici enta, no il "tr" davanti non ce lo metto, non sono pronta significa rendersi improvvisamente conto, generalmente dopo una notte brava ad alto tasso alcolico, di non essere più quella spregiudicata ragazzina che andava a dormire alle 5 e si svegliava alle 9 per andare al mare senza che il suo fisico subisse alcun tipo di ritorsione. Insomma io sto a tocchetti per colpa di un drink dal nome di un poeta portoghese, Pessoa. Uno di quegli intrugli zuccherosi che non sanno di alcool ma ne contengono  a sufficienza per farti cantare a squarciagola Perdere l'onore l'amore perfettamente ignara d'essere ripresa e fotografata epperciò ricattabile da qui all'eternità. Qualcuno vada a dire al mio futuro erede che quella non era sua madre. Spero che l'amico G. non gli racconti mai di essere stato implorato dalla sottoscritta per un ovetto Kinder che contenesse Ariel.

Ariel! Capito?! Non Aurora eh, Ariel!

Ma chi cazzo è Aurora?

Stamattina tutte le buone intenzioni settimanali infarcite di frasi tipo sabato mi sveglio presto e rendo casa uno specchio sono andate a farsi benedire dall'ora della sveglia, così ignobile che non la scriverò.

Va bene. Era mezzogiorno e quarantatré.

Visto che avevo già preso un appuntamento col mio hairstyle di fiducia che non si dica in giro che una Princess non rispetta gli appuntamenti ho preferito passare due orette dal parrucchiere anziché pulire i cessi del palazzo reale. Così ora sembro Cleopatra sul set di Lost, la scena immediatamente successiva al disastro aereo, naturalmente.

Ora mi resta solo da decidere se dedicare la restante parte del week end a manicure e ceretta o dare ascolto a quell'invadente vocina che vorrebbe io indossassi i panni della casalinga disperata e cambiassi almeno le lenzuola e la lettiera di Penelope.

Scusate, adesso devo proprio andare a mettermi lo smalto.

venerdì 29 novembre 2013

Attendere l'oro

Il valore di mercato, la domanda e l'offerta, il prezzo e la rarità. A certe leggi non si sfugge.

E non scappo nemmeno io.

Perché tu sei merce rara. Un diamante rosa, un Giglio Rosso di montagna, una veste di seta. Non posso pretendere che la via per raggiungerti sia semplice, lineare, scontata. Non posso pretendere di trovarti in un megastore. Devo cercarti nel posto giusto, un posto speciale, di quelli che non hanno merce in saldo ne offerte 3x2.

Ho imparato il valore dell'attesa, grazie a te. Ho imparato il valore del controllo, che è assai limitato.

Sono cresciuta, grazie a te.

E pensare che ancora non arrivi. Chissà quante cose mi insegnerai, quando ci sarai.

Perché ci sarai, arriverai. Forse quando non ci spererò più, forse in vitro, forse da solo, forse sotto un piumone, forse in un lettino freddo di una stanza dalle pareti verde acido. Io resto qui, ad aspettarti. Perché  l'oro si aspetta.



mercoledì 27 novembre 2013

Trecentosessantacinque

Diario di una Princess sentimentale.
Diciamo che questo blog si sarebbe anche potuto chiamare così perché io soffro d'empatia e ho la lacrima facile. In preciclo riesco a commuovermi pure con le pubblicità, immaginate un po' quale dramma esistenziale sarebbe vedere una cosa tipo Bambi.

Quindi oggi sono un po' emozionata. 

Perché oggi laprincesseilservo.blogspot.it compie un anno.

Un martedì sera d'un anno fa pioveva forte. Coprivo in solitaria il turno pomeridiano e sbuffavo davanti ai miei due monitor, seduta dietro la scrivania un metro per mezzo metro dell'anti-CED, l'orribile luogo tutto blu dove io, M.e la buonanima C., siamo state parcheggiate per un paio di mesi, prima d'approdare nell'ufficio di Capetto.  

Avevo voglia di parlare, di raccontarmi, di tornare a scrivere. Avevo alle spalle un anno difficile e davanti tanta incertezza. Avevo la speranza che da lì a qualche mese il blog sarebbe diventato il racconto semi-serio della vita d'una Princess in attesa del suo erede. Un erede che ancora aspetto.

La vita è quel che accade mentre sei impegnato a fare altri progetti, diceva qualcuno. Quel qualcuno c'aveva ragione.

Quest'anno io ho vissuto una vita che non m'aspettavo. 

Ho lasciato che le emozioni mi travolgessero, ho riso tanto e pianto tanto, ho combattuto la paura e il dolore, ho rischiato la pelle su un'autostrada, ho iniziato un percorso di procreazione assistita, una psicoterapia. Ho combattuto i miei mostri, ho imparato il valore dell'attesa, ho sofferto di solitudine, ho imparato a bastarmi

Ma soprattutto l'ho raccontato. Qui. A voi. Che siete diventati 110, mi avete scritto 4mila volte e siete passati di qui 66mila volte.

In 201 post e 365 giorni v'ho raccontato me stessa, tutta. Senza filtri, senza iposcrisie, senza sconti.

Tanti auguri, blog.

lunedì 25 novembre 2013

Cambio

Tutti i lunedì mattina mi viene da scrivere lo stesso patetico e deprimente post. L'antitesi dell'Inno alla gioia, una cosa melodrammatica e tristissima che al confronto la Celeste di Andrea del Boca perdonatemi il confronto ho avuto anche io una nonna drogata di telenovelas argentine era il ritratto della felicità. Se poi il lunedì mattina coincide col 15 p.o. (post ovulazione, per i non addetti ai lavori riproduttivi) la tentazione di gettarsi in lacrime tra le braccia del cioccolato Kinder è francamente irresistibile.

Sono al 15 p.o. e ho i crampi. Sono al 15 p.o. e ho la nausea. Sono al 15 p.o. e sono una cretina, perché ci spero. Perché io la panza non me la voglio bucare, vorrei solo vederla crescere. Perché ho paura. Perché dopo 'sto ciclo si fa sul serio.

Settimana scorsa, ricetta di SantoSpirito alla mano, sono andata da Negnente per farmi prescrivere il Gonal-f.

Allora ci si prova sul serio, eh?

E certo, perché fino ad ora avemo giocato.

Così pare, Doc.

Ma lo sai che ho visto più donne restare incinte con questa penna che naturalmente?

Carini 'sti Docs che infondono speranza, eh? Se non fosse che hanno sempre torto, 'nnaggia a loro.

Nel frattempo penso. Penso a quel tempo in cui beltà splendea negli occhi miei ridenti e fuggitivi, penso a quando non c'avevo un cazzo da pensare. E penso che nonostante non avessi un cazzo da pensare pensavo. Pensavo che se un giorno la vita m'avesse mostrato gli aguzzi denti, che se un giorno tutto quello in cui credevo, tutte le basi su cui i miei regali piedini si tenevano in equilibrio fossero crollate io, anzichè imparare a nuotare con l'acqua alla gola avrei cambiato stagno.

Piano d'evacuazione, abbandonare la nave. Sono la Schettino dei monti. O forse lo ero.

Sì perché adesso che non me ne va bene una, adesso che la basi son crollate, adesso che mi son fatta crescere le ali perché non ho nulla su cui poggiare i piedi, io mi ostino a restare. E volo basso. Raso terra.

E mi chiedo se non sia davvero arrivato il momento di abbandonare la nave. Di cambiare. Cambiare vita. Cambiare davvero.

Intanto mi sa che cambio taglio di capelli, che da qualche parte si deve pur iniziare, no?


venerdì 22 novembre 2013

La livella

Ci sono stata tre volte in Sardegna.

Venite dal Continente?

Ce lo chiedevano quasi tutti gli autoctoni quando noi, carichi di teli mare, creme solari, occhiali Gucci e Vanity Fair in borsa camminavamo lungo sentieri con poche o nulle indicazioni turistiche alla ricerca di luoghi inesplorati, conosciuti solo dai residenti, vergini.



Immuni allo stupro dei lettini e degli ombrelloni, dei chioschi sulla spiaggia e degli stabilimenti balneari.



Qualcuno, addirittura, estremizzava con un venite dall'Italia?

Non lo so il perché ma a me l'indipendenstismo sardo ha sempre fatto sorridere. Pure quello padano, a dirla tutta. Se non fosse che poi quell'esaltazione campanilistica ce la siamo trovata nelle file dei deputati. Brutta storia.

Ho amato tanto la Sardegna. Perché il mare della Sardegna non lo trovi nemmeno alle Maldive o forse sì ma in Sardegna si mangia meglio. Molto meglio. L'ho amata tanto perché è stata la nostra prima vacanza insieme, da coppia. E resta la più bella.  E poi quei pesci colorati sul fondale di Cala Lunga io credevo li avrei visti solo con la voce di Piero Angela come sottofondo. Invece certi luoghi meravigliosi esistono davvero e sono pure incredibilmente vicini.



A Lampedusa invece non ci sono mai stata, in realtà non ho mai visitato la Sicilia e dovrei proprio rimediare. Non sono mai stata nemmeno in Somalia o in Eritrea che a differenza delle due più grandi e belle isole italiane non vantano nessuna particolare attrazione turistica. Vantano guerre, povertà, disperazione e morte. Non proprio un luogo adatto per le ferie d'agosto, non trovate?

Questo, però, non vuol dire che gli autoctoni somali o eritrei, tra l'altro tutt'altro che indipendentisti e campanilisti, meritino meno rispetto dei sardi. Ne da vivi, ne da morti.

Perché siamo tutti uguali.

E no, non sono banale. Non sto cedendo alle lusinghe del qualquismo per rimediare plausi nei commenti.

Non sono banale perché, non so cosa sia accaduto sulle vostre, ma sulla mia bacheca di Fb ho letto stati  che attribuivano alla morte un diverso valore a seconda della nazionalità del defunto. Gli italiani valgono il lutto, gli immigrati no.

Diciassette morti italiani valgono di più di 300 immigrati

Questo ho letto. E una trentina di mi piace a corredo.

Come se la morte non fosse abbastanza, come se la morte non azzerasse le distinzioni. Come se la morte non fosse una livella.

Non so voi, ma io i morti me li piango.

Tutti.

mercoledì 20 novembre 2013

Sua schifiltà

Ci risiamo. La Princess magnona è tornata. E in grande stile, perdipiù.  No, non è vestita scozzese di tartan, al massimo di tartin. Lo so, questa faceva cagare, saranno i polifosfati che mi attappano le connessioni neuronali, perdonatemi.

Succede che la genitrice, sì proprio Mina, sì proprio quella che quando sono a dieta mi passa il pane sottobanco e mi fa trovare nel freezer i Cornetti Algida, proprio quella che quando il mio didietro era diventato una riproduzione 3D della ballerina di Botero



diceva cose tipo il tuo pediatra sarebbe fiero di me, ah se ti vedesse adesso! Altra cosa rispetto a quando eri una bimbetta smilza, malaticca e Biafrana!, insomma proprio lei mi ha fatto notare che ultimamente mi diletto troppo con questo preciso tipo di ginnastica facciale:

              


Qualcuno mi blocchi le mascelle, va bene anche una museruola per cani. Anzi no, che potrei farci passare dentro una cannuccia. 

Venerdì scorso, pregna di senso di colpa derivante dall'abbuffata della sera prima nella casa materna, ho portato a lavoro la solita misera insalatona con lattuga, lattuga, lattuga, mais e tonno senz'olio.
Poi succede che la tua compare di scrivania proponga il Mc. Che a me solo la parola provoca ipersalivazione ai limiti della scialorrea. Ma ho resistito alla tentazione eh, sì sì. Ho lottato strenuamente cercando di convincere M. ed A. a non andare e consumare i nostri rispettivi e salutari pasti.

Perché non andiamo da Mc?

Oh no, M. non tentarmi... ok, andiamo

Ecco. Sono una braveheart, io.

Galvanizzati dalla tossica esperienza mangereccia e non paghi delle porcate di cui ci siam resi protagonisti abbiamo inaugurato il venerdì junk food, per gli amici non anglofoni semplicemente giorno dello schifo.

Che fosse solo un giorno non sarebbe manco tutta 'sta tragedia. Il problema è che io sono dentro fino al collo alla settimana dello schifo. Per esempio faccio colazione con cannoli Nutella e cioccolato bianco, mangio Cipster durante lo spuntino pre pranzo, ho voglia di surgelati Findus. Quelli mini, sopratutto. Fritti e consumati rigorosamente davanti la tivvù, pescandoli da un mega cestone di carta, tipo quelli delle alette di pollo americane, che, voglio dire, vuoi mettere la suspance di non sapere quale dei settantatrè gusti ti capiterà in bocca? Una libidine.

Fino a due giorni fa, nonostante le grandi abbuffate, lo specchio mi restituiva un'immagine clemente. La bilancia due numerelli simpatici, così piccoli piccoli. Teneri loro.

Oggi, invece, complici gli estrogeni, il preciclo e il conseguente crollo di autostima è successo questo:

 
 
 



Sì, mi misuro il culo con le mani e mi dispero.

Ma la settimana non è ancora finita, che non si dica che lascio le cose a metà, io.

Venerdì cinese.

Poi cyclette, giuro.

domenica 17 novembre 2013

Un gioco di ruolo

Ho voglia di giocare, stasera. Un gioco di ruolo, uno di quelli in cui si vestono i panni di qualcun altro, avete presente no? E' complicato, sapete. Perché i ruoli ci si appiccicano addosso. Siamo donne o uomini, mogli, compagne o single, studentesse o lavoratrici, precarie, disoccupate, casalinghe. Siamo avvocati, ingegneri, commercianti, impiegati, operai.

Siamo fertili o infertili.

Stasera vi chiedo uno scambio particolare. Non fare i perversi, non sono interessata ai giochetti di coppia, suvvia, sono come Sissi mica come Maria Antonietta. 

Stasera facciamo che io sono una donna fertile, una moglie devota, una persona credente, una perbenista. Facciamo che io stasera ho due figli, carne della mia carne, usciti dalla mia vulva, partoriti con dolore, venuti fuori da me, rigorosamente da me. Arrivati senza bisogno di ricorrere a nessuna visita medica. Hanno due anni di differenza l'uno dall'altro perché farli crescere insieme è meglio. Hanno nomi da calendario, somigliano al padre, sono sani e svegli. 

Lui lavora, io sto a casa. Al massimo mi cerco un part-time, purché non mi faccia saltare il parrucchiere al sabato mattina e la spesa al pomeriggio. La domenica a messa, col vestito buono. 

Facciamo che io, stasera, ho una vita da manuale.

E poi facciamo che voi, che avete una vita da manuale, siete noi. Facciamo che le vostre ovaie funzionano a cazzo, facciamo che le vostre tube sono chiuse come cannucce mordicchiate o che vostro marito ha una teratozoosperimia non vi servirà mica il link a wikipedia per sapere cos'è vero?, facciamo che non vi arrendete al vostro corpo imperfetto anche se soffrite, anche se morite dentro ad ogni foto di neonato su Fb, anche se guardate gli occhi del vostro compagno e vorreste rivederli felici, grati alla vita per avere cose che il resto del mondo considera scontate. Considera naturali.

Brutta parola naturale, vero?

Brutta parola quando non potete usarla come scudo a tutela della vostra vita facile.

Perché la vostra vita è facile. E' facile quando pagate le bollette, quando compilate un CID, quando vi multano per divieto di sosta, quando litigate col capo, quando vostro figlio disegna sul muro col pennarello rosso.

E' tutto facile quando non sei costretto a lottare per le cose importanti.

E la cosa più facile di tutti è giudicare.

Giudicare quei genitori a cui è stato tolto il figlio nato grazie a un utero in affitto.


Siamo donne o uomini, mogli, compagne o single, studentesse o lavoratrici, precarie, disoccupate, casalinghe. Siamo avvocati, ingegneri, commercianti, impiegati, operai. Siamo fertili o infertili.

Ma prima di essere qualsiasi cosa siamo figli e figlie.

Avete provato ad essere noi?

Bene, adesso, se ancora ne avete voglia, giudicate pure. E se proprio non riuscite a perdonare chi non può aver figli naturalmente e va contronatura per realizzare un desiderio almeno siate clementi con quei poveri nati, quei figli strappati alla famiglia. 

Qualsiasi sia la forma, il colore, il sesso dominante della LORO famiglia.

venerdì 15 novembre 2013

Iniziare bene X. Versione animata.

Buongiorno Princess!




Buongiorno C.!

Tutto bene?



Sì, tutto bene

Che fai?

Mah... lavoravo

Ascolta, hai presente la riunione di ieri? Bene, abbiamo stabilito un piano di lavoro. Devo condividerlo con te, così ti spiego tutto e iniziamo l'attività. Ti va di salire da me? 



Certamente! Arrivo.

Dunque, queste sono le nuove pagine da creare. Nella prima ci saranno dei contenuti multimediali, il titolo della seconda è... Mi ascolti Princess?


Sì, certo. Continua.




Dicevo... in tutto sono cinque nuove sezioni di cui tre (...) è un lavoro stimolante per te no?




Assolutamente.

Ti è tutto chiaro?




Ovvio, sì

Ok allora, aspetto aggiornamenti





Buongiorno. Buongiorno?

mercoledì 13 novembre 2013

Un po' omo

Che uno di certezze nella vita ne ha poche, no?

Per esempio:

  • Il traffico sul tratto urbano dell'A24. 
  • Mina che mi chiama tutte le mattine dove sei?, io che tutte le mattine le rispondo a lavoro
  • Mina che tutte le mattine, ascoltata la mia risposta, chiede e che cosa fai? e io che tutte le mattine le rispondo quello che si fa a lavoro, lavoro.
  • La Nutella, che ha sempre lo stesso rassicurante, tossico sapore di surrogato.
  • Essere femmina. Ma femmina femmina. Femmina col fianco pronunciato, il culo tondo, la panzetta addominale free. 

Ecco.

L'ultima certezza è andata a farsi benedire.

Su qualche discutibile rivista scientifica una volta lessi che gli estrogeni sono responsabili anche della forma del corpo della donna. Quella classica a clessidra spalle larghe, vitino e fianchi in linea con le spalle è indice del loro corretto funzionamento. Che culo, pensai, certo io non ho problemi di deficit ormonali.

Mai fidarsi di Focus, mai.

I miei follicoli crescono a rilento, sono tanti ma piccini, modesti, low profile. I monitoraggi ecografici hanno sostanzialmente confermato la teoria iniziale, quella esposta qui, per capirci. Poco maturi. Il mio corpo è rimasto alla preadolescenza e forse ora capisco la fissa per la Disney, le cose che luccicano e gli scoiattoli de La spada nella roccia. Adovo.

Anyway.

Il Clomid non m'abbasta. Il ciclo scorso m'è andata di lusso, questo no. L'ovaia sinistra è diligente e laboriosa, la destra è perchè no, vivo in vacanza da una vita perchè no. Ma ora la metto ai lavori forzati, 'sta stronza.

Insomma, devo farmi le pere. Quelle simpatiche sulla panza. Gonal-F, la penna di cui tanto ho udito parlare dalle altre mie adorabili affezionate ricercatrici adesso me la sparo pure io, datemi il benvenuto, su! 150 ml al dì a partire dal terzo giorno di ciclo.

Funziona sicuramente, dice SS.

Speriamo, rispondo io.

Princess, ottimismo!

Non mi è concesso nemmeno un lamento perché le pere le ho chieste io, con quella sfacciataggine che si palesa sul lettino del giaino.

Doc, so' pronti st'ovi de Pasqua?

Risata. Questa ragazza mi fa morire! Buffetto sulla guancia.

Meno male Doc, pensavo mi odiasse, sa io sono una bella rompiscatole. E pure educata, notare che ho detto rompiscatole e non scassapalle.

Sei simpaticissima tu!

E infertile.

Eh suvvia, fuori da quella porta ho casi assai peggiori e comunque, ogni tanto, la bella notizia arriva. Se non mi figliano quelle come te i ginecologi dovrebbero cambiar mestiere.

Amo quest'uomo.

Allora o proviamo con un altro ciclo di Clomid, visto che l'altra volta è andata bene o...

Doc le pere! Voglio le pere!

Risata. E va bene. Ti spremo allora.

E ho pure un po' paura di quest'uomo.

Nel frattempo la notizia del mio deficit estrogeno suscita ilarità e prese per il culo

La Sister G: aho e per fortuna che ero io quella mascolina. Dovremmo avvertire Adele, che a danza mi faceva sempre fare la parte del maschio.

Mina (seria): io il sospetto che fossi un po' omo ce l'ho sempre avuto

Grazie, famiglia.

lunedì 11 novembre 2013

Strategie anti-ex

Al G.F. c'era il confessionale noi abbiamo il té delle cinque che spesso diventano le sei, qualche volta le sette, raramente l'ora di cena in tal caso diventa magnamose 'na pizza. E' preceduto da un sms, generalmente in codice, a meno che la richiedente non sia tanto sconvolta e bisognosa d'attenzioni e consigli da dimenticare la consolidata prassi, frutto di pluriennali e pregressi accordi.

Il motto dell'abituale incontro è giù le maschere. Al tè delle cinque parlare di tutto è imperativo categorico. 

I problemi derivanti dai nostri rapporti con l'altro sesso costituiscono, ovviamente, la fetta principale del nostro ciarlare anche se le briciole ovvero le appendici della conversazione primaria possono essere assai divertenti e istruttive. Io per esempio ho scoperto innovativi metodi per colmare il gap d'altezza quando si fa sesso in piedi. Che non si dica che non posso imparare nulla dalla Sister G.

Nella classifica degli argomenti più gettonati manco a dirlo ci sono le ex. Lo spauracchio di ogni femmina.
Dopo numerosi confronti con le mie Sisters sono giunta alla conclusione che esistono essenzialmente tre strategie difensive da attuare la fine di pararsi il didietro dai fantasmi delle storie passate.

Indifferenza. E' la meno praticata perché richiede un'autostima pacco famiglia e la certezza assoluta che i suoi ti amo post-coito siano sinceri e replicabili anche con le mutande indosso. Fingersi noncuranti quando lui tira fuori il portafoglio di Hello Kitty appartenuto a qualche buonanima è una prova di resistenza che manco Rambo uno, due, tre, quindici. 

A me non da fastidio, sono superiore.

Guerra in trincea. Senza dare troppo nell'occhio. Per attuare questa strategia è necessario l'ausilio della BFF che all'opportuno interverrà con un mi piace su Fb, una foto di voi due che vi guardate mentre fate finta di non essere in posa, un commento stile siete la coppia più bella del mondo. Perché marcare il territorio è importante, signore mie.

A me non da fastidio ma deve stare al posto suo.

Impatto frontale. Li sentite i tamburi? Vi siete pittati la faccia di strisce blu? Bene. Questa strategia non ammette perbenismi, tolleranze ed ipocrisie. Viene di solito scelta da chi ha visto infranto il proprio sogno d'amore proprio a causa di un ritorno di fiamma e impone pugno duro e lotta senza paura. Il primo passo è pretendere dal proprio compagno l'immediata interruzione di ogni forma reale o immaginaria di contatto con la ex. Segnali di fumo compresi. Il secondo è denigrarla. Puntate al tallone d'achille: la psicosi. Perché tutte le donne ne hanno una fuorché voi che siete perfette sotto ogni aspetto, ovviamente. E poi c'è il confronto sul sesso. Sono sicura che lei quel giochetto d'anca non lo faceva, eh? Infine la minaccia velata ma non troppo: se si fa viva le riempio la posta di Fb di insulti perché ho ucciso per molto meno, io. Se fate il fumo dalle orecchie siete davvero delle professioniste.

A me non da fastidio, al prossimo mi piace è una donna morta. 

E voi come combattete lo spauracchio ex?

giovedì 7 novembre 2013

L'Hit Parade paterna

La clinica sfornamarmocchi si trova in una ridente località abbruzzese che in realtà non c'avrebbe proprio un cazzo da ridere. Raggiungerla da Roma quando hai staccato un'ora prima dal lavoro a causa della solita visita pregna di mistero è sfiancante, soprattutto se a lavoro t'hanno scassato le ovaie fino a 2 minuti netti prima che tagliassi la corda.

Così, ieri, la mano tesa di Pino alias il genitore maschio dichiaratosi disposto a giudare e accompagnarmi da SantoSpirito è stata accolta con sollievo dalla sottoscritta che da brava ingenuotta paesana ha pensato che avrebbe potuto schiacciare un pisolino sul sedile del passeggero per tutti 40 minuti necessari a raggiungere SantoSpirito e la sua sonda esplora ovaie.

Completamene dimentica della scoperta di Pino gli MP3 non sono stata in grado di trattenere l'afflizione sul volto quando lui, tronfio, ha premuto il pulsante dello stereo facendo partire le CENTOTRENTACINQUE canzoni datate quando c'avevo 20 anni. O anche meno, molto meno.

Roba che ho quasi rivalutato Gigi D'Alessio.

No, dai, scherzavo. Non cambiate blog, pliz!

Al terzo posto della classifica Canzoni di dubbio gusto di quando mio padre c'aveva l'acne giovanile troviamo Sereno è, di tal Drupi. No non è un orsacchiotto della Trudy, pare sia un cantante.



Vi prego, femministe, inveite contro 'sto tizio con l'entusiamo di un bradipo sotto Lexodan che se ne resta a letto mentre quella poraccia della sua compagnia sgobba già in cucina e gli prepara il caffè.

Al numero due c'è Celentano con Sotto le Lenzuola.


La storia di un tradimento, fin qui nulla di strano. Pure Battisti in 29 settembre ne parlava. Il problema sorge quando il molleggiato ci illumina riguardo la reazione della cornuta. Mica scema la ragazza, aveva capito perfettamente che il marito l'asso di cuori non lo sbatteva sul tavolo da poker ma nel giardino segreto della regina di fiori. Il fedigrafo, invece di ricevere qualche bastonata sui reni, una lettera dell'avvocato e una richiesta di sussidio mensile pari a tre quarti del suo stipendio, se la cava con un monito oltretutto senza traccia di insulto o turpiloquio al poker sai non si gioca in tre e non giocare più con la mia amica. No cara, certo, non lo farà più. Tu intanto va' in cucina e lava i piatti, che lui esce a farsi un pokerino. Qualcuno chiami il telefono rosa, santocielo!

Il top spetta a lei. Una canzone di protesta. Un impegno civile, sociale, etico: la guerra ai capelloni. Serenata di Don Backy. 


A me ha fatto venir voglia di farmi crescere pure i peli sotto le ascelle, non so a voi.

martedì 5 novembre 2013

Sulla sponda

Lavorare con la consapevolezza che tra 35 giorni feriali sarò a casa in panciolle a mandare curricula sperando che il miracolo di un lavoro di due anni e otto mesi consecutivi si ripeta è demotivante. Per quanto possa appassionarmi a nuovi progetti di cui non vedrò mai lo sviluppo l'insofferenza mi si legge in faccia. Collega C. mi parla di ultimo sforzo perfettamente ignara del fatto che il vero sforzo è non risponderle di traverso quando a mensa dice cose tipo io vi capisco perché guardo la televisione. Come se guardare la televisione fosse sufficiente a comprendere il disagio di una generazione di disillusi.

Oltre al danno d'esser nata a metà degli anni ottanta devo subire anche i consigli beffa. Il più gettonato è dovete fare la rivoluzione. A riempirsi la bocca di belle intenzioni sono spesso le stesse persone che mai rinuncerebbero alla loro fetta di beatitudine in nome di una causa comune. Dietro quel velo di ipocrisia si cela un disinteresse difficilmente dissimulabile in quelle quattro frasi fatte e che odorano di muffa.

Gli equilibri qui dentro stanno cambiando. Nuovi assetti, nuovi capi, qualche ritorno, altre funzioni. Io osservo il fiume che scorre seduta sulla sponda o, se preferite, seduta sulla banchina della baia, vicino a Otis Redding, immobile. Sarò già fuori di qui quando i cambiamenti ora in corso si sedimenteranno in consolidate abitudini.

Ricominciare è sempre difficile.

Per una volta C. ha ragione. Peccato che la frase fosse riferita a lei stessa, che non deve ricominciare proprio un cazzo di niente.



domenica 3 novembre 2013

Protezioni

Concedetemi il lusso di frignare come se fossi una bomba di estrogeni la cui deflagrazione potrebbe mietere numerose vittime di sesso maschile. Ho la sensazione che questa stimolazione blanda non porti da nessuna parte se non verso una vaginite che dovrò curare con una dose extra di lavande, creme e indovinate un po' pasticche. La donna bionica mi fa una pippa, sono un OGM. Se fino a qualche tempo fa la sola idea di una cannula bucherellata mi terrorizzava adesso potrei pubblicare un video tutorial su Youtube: come famigliarizzare con la propria Vù.

Non le nascondo che sono demoralizzata, doc

Ma per carità, con te non abbiamo ancora iniziato!

Io non avrei voluto nemmeno leggere la prefazione di questo capitolo della mia vita ma vaglielo a spiegare all'ottimismo in camice bianco.

I sogni però sono sereni. Non ho inveito contro nessun membro della mia famiglia la notte scorsa. Anzi. Tornavo in paese con la mia defunta Clear, distrutta dall'incidente dello scorso dicembre, mia madre e mio padre mi aspettavano nel loro negozio. Lei era sorridente nel suo grembiule bianco e si punzecchiavano come se una volta tanto i loro caratteri non volessero annullarsi a vicenda. Li ho salutati per raggiungere la Sister e correre verso il centro storico. C'era una festa e io ho assaporato quella spensieratezza adolescenziale che già a 18 anni non avevo più.

Con la complicità di amici impegnati altrove ho approfittato del week end lungo per prendermi cura di me, della casa, delle bestie e last but not least del mio rapporto di coppia. Ho avuto addirittura l'ardire di far ordine in macchina. Dentro c'ho trovato 3 paia di scarpe col tacco, una ballerina, 3 bottiglie di plastica vuote, una piena, un quotidiano di due mesi fa, un ombrello, una patatina fritta, due cataloghi IP, un volantino di Acqua e Sapone, la carta di due Kinder Delice.

Ho voglia di dormire. Di quel sonno profondo che si concedono i bambini, rannicchiata in posizione fetale sotto due strati di piume d'oca. Quasi come a volersi sentire nel ventre materno, protetti e ignari del mondo che t'aspetta li fuori. Pronto a fotterti.

mercoledì 30 ottobre 2013

Latitanze

I miei sogni mi precedono. Da sempre. E' il vantaggio d'avere un incoscio parente stretto di Stakanov. Lui non si lascia ingannare dagli artefatti della mia ragione, dalle costruzioni artificiali di serenità, dalla felicità in pillole, dal mantra e dalla respirazione. Lui lavora, sempre.

Così io sogno litigi. Violenti e dolorosi. Spesso le persone che amo sono protaginiste indiscusse delle mie divagazioni oniriche, qualche volta ne fanno parte anche i semplici conoscenti. Disagio e eccitazione sono le sensazioni che mi si appiccinano addosso quando apro gli occhi preda di un respiro affannato.

Credo d'aver cantato vittoria troppo presto.

Sto meglio.
Piano piano ce la faccio.
Il Gonasi mi fa una sega, vedete come sono serena?

Balle.

L'inconscio non cede alle mia avances e gli ormoni dopati completano il quadro.

Sciattaman mi ha educatamete chiesto che minchia di fine avessi fatto.

Spero che vada tutto bene

Una favola, psaico. Una favola.

Sono contento. 


E io faccio finta di credere tu m'abbia creduto. 

Ho latitato e forse ho fatto male. Ma tra dopaggi, monitoraggi, lavoro e  la ZiaSanta che ha pensato bene di esibirsi in un doppio carpiato sulle scale di casa sua non ho avuto modo, testa, tempo di dedicarmi alla psicoterapia nonostante lui m'avesse pregato di non interromperla al fine di non creare resistenze che m'avrebbero fatto male.

Faccio da me.

Bella idea del cazzo, Princess.

Il punto è che faccio fatica e troppi percorsi insieme non li reggo, mi sfiancano. Ho bisogno di canalizzare le mie energie verso un unico obiettivo poi, magari, avrò tempo e voglia di lavorare su me stessa.

Sempre che ci sia ancora una me stessa alla fine di tutta 'sta storia. Che mica son più tanto sicura di non lasciarci le penne, eh.

lunedì 28 ottobre 2013

Cornelia De Mon

Ho il vago presentimento d'essere stata raggirata dalla donna delle pulizie che ho chiamato una tantum per scozzare il palazzo reale preda di sporcizia immonda generata dal quandrupede puzzone che, per tre dico tre settimane, ha soggiornato a palazzo prima di approdare nel giunglino ignorando i dictat principeschi riguardo l'uso delle trasversine.

Ora che ci penso Biagio deve aver intepretato a modo suo la mia raccomandazione tieni tutto pulito visto la mestizia con cui si è dedicato alla pulizia dei vetri delle finestre. Fatta con la lingua.

Cornelia è un donnone moldavo di 37 anni, occhi azzurri, spalle larghe, tono austero. Così austero che persino il giaguaro travestito da dolce micetta di nome Penelope ha abbassato le orecchie e nascosto gli aguzzi dentini quando le ha imposto, in moldavo, di scendere immediatamente dal letto.

Ora che ci penso Penelope deve essere moldava. O semplicemente stronza.

Ma Cornelia De Mon non ci fa fare solo con le gatte. Anche con le Principesse.

Cornelia facciamo colazione? Preparo due caffè.

Sì ho portato i cornetti

Oh, oggi niente dieta allora!

Ma tu non deve essere a dieta

Indovina quanto peso...

45 kg?

Ti amo, Cornelia.

Magari Corne'...

Tu ha tempo per pensare alla dieta, tu giovane. Quanti hanni ha? 24?

Sposami, Cornelia.

giovedì 24 ottobre 2013

Lo smalto rosso

Io sono nata femmina.

Lo so come funziona la storiella dell'ape e del fiore e perché i maschietti fanno la pipì in piedi. L'ho scoperto a 4 anni quando il mio amico D. si tirò fuori pippo per annaffiare un albero. Non siate spiritosi.

Non mi riferisco, o almeno non solo, alla combinazione cromosomica doppia ics che ha fatto in modo non mi scendessero le ovaie quando ero poco più di un piccolo ammasso di cellule nell'utero arcuato di Mina.

Intendo dire che sono femmina nei modi, nei pensieri, nelle opere e nelle omissioni. Per mia colpa, mia colpa, mia gravissima colpa. Non prendetevela con quei poveri cromosomi che mica tutto può essere sempre imputato alla genetica.

Sono femmina e mi piacciono gli specchi. Sono femmina e sono vanitosa. Sono femmina e mi piace esprimere la mia femminilità con un tacco alto, una gonna corta, uno smalto rosso.

Ferme tutte o voi da l'utero è mio e lo gestisco io. Non sto dicendo che una donna debba necessariamente mettere in mostra le cosce per essere donna. Non ne faccio una questione di genere, non è un giudizio. Parlo di me e solo per me. Perchè io sono fatta così. Non so flirtare ma mi vesto bene e so ragionare anche quando sono 10 cm più su della mia statura. Il tacco non m'annebbia il cervello.

Questo però udite udite non vuol dire che io non abbia il sacrosanto diritto di inacidirmi quando il masculo medio, probabilmente preda di astinenza sessuale, traduce il suo apprezzamento in uno di quei commenti di bassa lega che, generalmente per pudore, educazione o immotivato timore di offendere, vengono accolti con un mezzo sorriso e un insulto urlato solo nella testa.

La mia gonna tra l'altro mai sopra al ginocchio in ufficio non autorizza ad un atteggiamento libertino nei miei confronti.

Che fosse solo una reazione dovuta all'associazione gonna-tacco non sarebbe manco tanto grave ma in questa valle di lacrime che alcuni si ostinano a chiamare luogo di lavoro, in questa landa desolata dove io e M. siamo le uniche due persone dotate di doppia ics, anche uno smalto rosso viene interpretato come un messaggio subliminale.

Avete lettto bene.

Sai ho letto da qualche parte (mecojoni che fonte autorevole eh) che le donne mettono lo smalto rosso quando hanno voglia di fare sesso

E dimmi, deficiente, non hai mai letto nulla sull'ipercompensazione?

martedì 22 ottobre 2013

L'evoluzione del rimpiazzo

C'era una volta il passaparola. Il vecchio, caro, inaffidabile passaparola. A seconda del canale utilizzato la versione cambiava, stava a te decidere quale fosse quella giusta. Giusta, non veriteria, fate attenzione che c'è una bella differenza. Di solito la versione giusta era questa:

E' un cesso e pure stupida/o. Ha il sex appeal di una lavastoviglie col filtro zozzo.

A questa conclusione si arrivava, tendenzialmente, tramite il seguente complesso movimento sinapsico:

Dev'essere per forza così, Caio non mi avrebbe certo mentito riguardo i denti storti e gli occhi a palla. Sempronio non è poi così affidabile e sicuramente il suo giudizio è stato mitigato dal rapporto di fratellanza che ha con lui, non poteva certo descrivere la persona che ama come un'oca giuliva, no?

Sia lode all'empirismo. Aristotele 1- Cartesio 0, palla al centro.

Non fate gli gnorri, miei adorati sudditi. Perché anche se siete la dimostrazione vivente che la famiglia del Mulino Bianco non è solo un parametro atto alla misurazione della vostra inadeguetezza in fatto di rapporti interpersonali, quella fase ce la siamo ciucciata tutti.

Mi riferisco all'orrido momento del rimpiazzo e a tutto ciò che ne consegue. Quel momento in cui, che siate stati vittime o carnefici poco importa, un altro o un'altra prende il vostro posto. Quello di compagna/o del/della vostro/a ex.

Il superamento dell'impasse è possibile. Basta solo raccogliere prove atte a corroborare la seguente, articolata ipotesi: ero meglio io.

E così, fino a poco tempo fa, ci si affidava al pettegolezzo cameratesco della comitiva per accertarsi dell'inferiorità in termini di bellezza/intelligenza/simpatia del rimpiazzo. Con tutti i limiti annessi e connessi e con il grande, immenso pregio della variabile incertezza.

Poi è arrivato Facebook.

Ciao pace, ciao Aristotele, ciao ego e, soprattutto, ciao incertezza.

La verità è davanti ai nostri occhi, sottoforma di nome, cognome e immagine del profilo in cui il soggetto, ovviamente, apparirà fighissimo.

No, non ha il culo a forma di cofano della 500.

Gesùmmio quella deve essere una terza abbondante!

Ma li farà almeno 50 kg, 'sta stronza?

Ma non posta le canzoni della Pausini?! Manco un Gigi D'Alessio?

Parla 5 lingue st'esaltata?!

No dai, non può far parte del team di ricerca sul Bosone di Higgs.

E via dicendo.

Facebook ci rende masochisti, bypassare la fase controllo del profilo del rimpiazzo è roba da James Bond, noi comuni mortali non possiamo resistere alla tentazione di conoscere il numero di peli superflui della nuova fiamma del nostro ex. Non ci resta che pensare che sì, forse il rimpiazzo è equiparabile a noi in termini di bellezza/intelligenza/simpatia ma il nostro ex al nostro nuovo amore  gli passa il mocho sul pavimento del cesso.

E perché il messaggio arrivi forte e chiaro è necessario taggarlo su un minore di tre.

Come?! Non avete capito?!

Così: nuovo amore <3

Accertatevi, però, che la new entry metta almeno un mi piace sotto la vostra pubblica dichiarazione d'amore virtuale. Non vorrete mica passare per dilettanti o, peggio, patetici, no?

lunedì 21 ottobre 2013

La dittatura dell'Amoxicillina

Il mio corpo mi odia. Ne ho le prove.

M'è tornata la cistite. Ma mica una cosa normale, eh. Mica di quelle che passano bevendo tre ettolitri virgola sei di acqua Panna, mica di quelle che c'hanno tutte le donne e che si curano con l'estratto di ribes de 'sta minchia, no no. Io so' Principessa, io faccio le cose in grande e il mio corpo lo sa. I Coli, stavolta, hanno indossato la maglia di mithril, imbracciano l'ascia di guerra, gridano in preda a fomenti assassini. Me li vedo, con le loro zampette ben ancorate alla mia vescica e la faccia pittata di strisce blu mentre studiano il prossimo attacco.

Ok, compagni, ora la faremo pisciare a intervalli di due minuti, tutti pronti? Tre, due, uno...

E io scappo al cesso. Gli squat li faccio sulla tazza, non mi serve la palestra.

Che poi fosse arrivata a inizio mese, nella fase pre-doping, l'avrei combattuta come al solito con una dose extra di Bactrim me frega cazzi a me della gastrite il mio stomaco ormai è partito per le Bahamas dopo avermi lasciato sul comodino una lettera di denuncia per maltrattamenti.

Invece è arrivata ora. Nei giorni dell'incertezza. Nei giorni potrei essere in stato interessante o essere la solita stronza che non può saltare la fila alla cassa del supermercato. 

Quindi niente Bactrim.

Chiamo SantoSpirito: prova con l'Augmentin

Chiamo l'urologa che mi seguì quando io e i Coli dormivamo abbracciati: prova con l'Augmentin.

Poi un ricordo riaffiora nelle mia mens insana in corpore insano: Negnente (aka il mio medico di famiglia) che con la sue erre moscia mi parla di prodotti più efficaci e meno dannosi per l'organismo per curare la cistite.

Chiamo Negnente.

Prova con l'Augmentin.

mavafangul

venerdì 18 ottobre 2013

A dicembre

E' vestito casual, come tutti i venerdì. Una t-shirt bianca col logo della Ducati, jeans e un paio di scarpe da ginnastica old style, di quelle senza fronzoli, care a chi lo sport lo pratica per piacere di fare sport.

Guarda spesso il pavimento, fa pause, prende tempo, cerca le parole giuste. Peccato in questi casi non ci siano. Chissà se avrà fatto qualche corso per imparare a comunicare le brutte notizie, in questi tempi bui sono convinta che esistano.

Non la tira molto per le lunghe, non allarma e non rassicura. Prepara. Prepara all'eventualità peggiore, che a ben pensare è anche la più probabile.

Il savoir-faire di Capo-Intermedio non tradisce se stesso nemmeno in queste occasioni. Sarà l'accento veneto o il sorriso accennato.

Io me ne sto zitta, schiena al muro e mani nelle tasche. Io non m'aspettavo che durasse per sempre, io ero stata avvertita, ero pronta. Io sono abituata alla precarietà, ai cambiamenti, a oggi ci siamo domani chissà. Il vantaggio di esser parte di una generazione di sfigati, una generazione che ha visto morire le proprie illusioni a pochi mesi dall'aver ottenuto il pezzo di carta che in altre ere, forse, avrebbe garantito un posto in paradiso, una generazione di sfruttati, di stagisti pagati poco o niente che si sentono pure in dovere di dire grazie perché lo stage fa curriculum, è che non si da mai nulla per scontato, è avere una corazza che ti protegge da botte simili. Una corazza chiamata consapevolezza. Quella che manca a chi ha qualche decennio più di me, moglie, figli e mutui.

Io ho pensato a loro, prima ancora che a me.

E poi ho incrociato gli sguardi. Quello di M, quello di A. Ho pensato alla fetta di vita che abbiamo condiviso, ho pensato ai contatti sterili tra gli ex colleghi, ho pensato che è triste.

Il cursore sul mio CV lampeggia interdetto. Sembra quasi dire non è possibile! ci risiamo? ma stavamo così bene qui! 

Poco meno di 90 giorni e poi chissà. O forse si sa, si sa già ma non si dice.

Dalle mie parti quando qualcuno si ammala di cancro nessuno dice sai che Tizio ha il cancro? Sarebbe come chiamare il diavolo per nome, come invocarlo, come risvegliarlo. Il cancro è banalmente chiamato il male. Tizio ha il male, si dice. E' un modo per esorcizzarlo. Non chiamarlo col proprio nome, banalizzarlo, ignorarlo.

Io esorcizzo la paura della disoccupazione chiamandola col nome dell'ultimo mese che, probabilmente, passerò qui: dicembre.

Ti sei intristita Princess, a che pensi?

A dicembre.

mercoledì 16 ottobre 2013

La mia persona

Ho pensato che mi piacerebbe raccontare un aneddoto sul modo in cui ci siamo conosciute, una di quelle storielle divertenti da tramandare perché, in fondo, Sister, la nostra è una grande storia d'amore e meriterebbe d'essere raccontata, come ogni bella e duratura storia d'amore che si rispetti. Per quanto, tuttavia, io mi impegni a far luce negli oscuri abissi della mia memoria, il nostro primo incontro non lo ricordo. In realtà dubito che potrei, eravamo troppo piccole. Il mio primo ricordo risale ai miei due anni, quando la mia irrequietezza mi fece sbattere il mento contro il pavimento lucido del coiffeur di Mina. Quattro punti e due medici che cercavano di tranquillizzarmi in modo maldestro non piangere, farai piangere anche gli altri bambini. Evidentemente ingoravano il mio innato egoismo, ricordo che pensai e che me ne importa degli altri bambini? E' me che state torturando. Piccola stronza.

Io e te ci siamo conosciute prima. Io e te ci conosciamo da sempre.

Dicono che gli amici sono la famiglia che ti scegli. Non è vero. Io non t'ho scelta, t'ho trovata. Forse se mi fosse stata data la possibilità di scegliere avrei cercato qualcuno più simile a me. Io donna da tacchi, gonna e Barbie fior di pesco, tu uomo mancato da Converse, jeans e macchine a scontro. Io diplomatica, tu irruenta, io dolce apparente e stronza nell'anima, tu stronza apparente e dolce nell'anima. Io razionale, tu emotiva. Se mi fosse stata data la possibilità di scegliere io avrei scelto male, Sister. Perché, forse, non avrei scelto te, che sei stata il regalo più bello della mia infanzia.

Che sei il regalo più bello. Punto.

La citazione che ci dedichiamo in queste occasioni e che viene usualmente commentata dall'amico G. con me se è appena cariato un dente non è stata partorita da qualche genio della lettaratura. E' scema ed infantile. E' frivola e smielata è Derek è l'amore della mia vita ma tu sei la persona. I fans di Grey's Anatomy probabilmente sanno di cosa parlo.

Te la dedico di nuovo, anche qui, in questo posto solo mio.

Tanti auguri, mia persona

lunedì 14 ottobre 2013

Ti fidi di me?

Se la Principessa Jasmin avesse saputo che dietro il Principe Alì si nascondeva, in realtà, lo zingarello ladruncolo senza tetto che aveva avuto modo di conoscere quando, preda di sconvolgimenti ormonali adolescenziali, l'aveva tratta in salvo dalle attenzioni di un rozzo e maleducato mercante, secondo voi, si sarebbe fidata di lui quando, a mano tesa, gli avrebbe proposto un giro sul tappeto volante?

Io dico di no. Quantomeno c'avrebbe pensato un po' su. Insomma, chi ci salirebbe su un tappeto volante senza manco 'no straccio di assciurazione al giorno d'oggi? Qualcuno lo sa come si compila un CID con un tappeto volante?

Aladdin era uno stronzo. Le ha mentito e chi ama non mente. Pirmo comandamento del manuale d'amore infranto. Caso chiuso. In calera!

Eh no, cari miei. Niente è così facile come sembra. Perché Aladdin l'ha fatto a fin di bene. L'ha fatto per conquistarla, per poterla amare, per poterla frequentare. Da zingarello ladruncolo parlamose chiaro quante possibilità avrebbe avuto con la stizzosa Principessa figlia del Sultano nano?

Nessuna. In amore e in guerra tutto è concesso, no? Assolto. E vissero per sempre illusi e contenti.

Ma aspettate, non prendiamoci per i fondelli, amici della giuria. Che siam mica qui a parlare di legittima difesa contro un assassino, no no. Siamo qui a parlare di rispetto. Siamo qui a parlare di fiducia.

Ragionateci un po' su. Se quella stolta di Jasmin invece di parlare con le tigri avesse prestato attenzione a una serie di particolari e incongruenze nei gesti e nei racconti del suo amato e il dubbio si fosse insinuato sotto il suo diadema blu, cosa avrebbe fatto?

Avrebbe chiesto.

Dimmi un po' Principe Alì de sta ceppa, non è che, niente niente, tu mi stai riempiendo di cazzate? Non è che niente niente c'hai 'na doppia vita e la sera torni a rubare le banane al mercato?

Ad Aladdin è stata tesa una mano, Aladdin ha la possibilità di recitare un Atto di Dolore e sperare nella grazia. Perché se Aladdin parla ora forse ci rimedia solo qualche calcio nella palle ma se decide di rischiare, rischia grosso. Rischia di perdere Jasmin per sempre.

Il genio pure l'aveva avvertito ma lui no, lui nei panni del Principe senza macchia e senza paura ci stava così bene, perché ammettere di essere altro?

Tipo per quella storiella sulla fiducia, Aladdin. Secondo me Abu c'ha più neuroni dei tuoi, senza offesa eh.

Fallo finché sei tempo, fallo finché sei in tempo...

Ok, tempo scaduto. Il nemico Jafar t'ha fottuto. Che poi si fa presto a dare la colpa a Jafar. Jafar è come Facebbok, un semplice mezzo per scoprire fregnacce. Mi pare ovvio che quello, così pieno di rancore, alla prima occasione spiattelli tutto, no?

Il resto della storia la conoscete già. E se non la conoscete beh, è una favola della Disney come volete che finisca? Bene.

Ma nel mondo reale, qui tra i comuni mortali, come sarebbe finita?

Jasmin l'avrebbe perdonato o avrebbe postato su Fb Il mondo è tuo con annesso il commento: io te ce leverei al mondo, stronzo cazzaro?