mercoledì 30 gennaio 2013

Di socialità. E non.

Qualcuno una volta disse che l'uomo è un animale sociale.
Dall'alto della mia esperienza quotidiana nonché principesca mi arrogo il diritto di dissentire o, alla francese, di dire che questa è proprio 'na bella stronzata.
A limite l'uomo è un animale sociale a giorni alterni.

Ad esempio io mi alzo una mattina sì e una no con il valore "voglia di comunicare con un altro essere vivente" pericolosamente vicino allo zero.

Per arrivare a lavoro impiego in media 50 minuti. Tempo a malapena sufficiente per autoconvincermi che la vita non fa schifo, che mi piace il mio lavoro e che non è il caso di mandare affanculo il Capetto solo perché è uno stronzo incompetente ha un caratteraccio.
In quei 50 minuti inoltre, la caffeina arriva al mio cervello che, così, mi aiuta a capire chi sono, dove mi trovo e con chi dovrò, necessariamente, comunicare.

Dopo 9 ore (quando mi dice bene) di comunicazione forzata il mio unico desiderio sarebbe tornare a casa ed ascoltare il melodioso suono del silenzio. Almeno per un'ora.

Bene.

L'Umile Servo non la pensa così. Il che mi starebbe pure bene se non fosse che lui sente l'esigenza di condividere informazioni assolutamente inutili con me.

Esempio:

USI: "Amore?"
Princess: "Sì?"
USI: "Chiudo le persiane"
Princess"Ok"

USI: "Amore?"
Princess: "Sì?"
USI: "Chiudo a chiave il portone"
Princess: "Bene!"

E il top:

USI: "Amore?"
Princess: "Si?"
USI: "Vado in bagno"
Princess: "Mi mandi un sms per sapere se fai cacca o pipì?"
USI: "Vaffanculo"

Conclusione:

USI è un animale sociale
Princess è un animale sociale a giorni alterni, tendente all'asocialità.

martedì 29 gennaio 2013

Il corredo regale

Andò più o meno così.
Driiin driiin
"Ciao Mina!"
"Ciao Princess, dove sei?"
"Da Ikea, io e l'Umile Servo stiamo comprando le lenzuola"
"Cosa?! Fermati immediatamente!". Era sottinteso nel tono un "oh tu figlia ingrata e degenere!"
"E di grazia, mia cara Mina, perché non dovrei comprarmi delle lenzuola?"
"Perché ci sono quelle del CORREDO"
Andò più o meno così.
Appresi così di essere proprietaria di un corredo.

Tornata a casa la genitrice mi attendeva, trepidante, in camera sua. Sul suo talamo nuziale aveva messo in bella mostra la mia eredità di futura moglie. Pile di asciugamani stile arazzo fiammingo, lenzuola merlettate, coperte appartenute alla regina Vittoria, tovaglie dello sceicco del Qatar. Beni che lei e mia zia avevano acquistato, ricevuto in dono o semplicemente conservato a partire dalla mia prima comunione.
"Lo vedi questo lenzuolo? Avrei dovuto usarlo per la mia prima notte di nozze. Lo misi nel letto e tua nonna me lo fece togliere"
"E perché?!"
"Disse che era sprecato per essere usato"

Molto bene.

Quel lenzuolo ora è nel mio letto. Visto da solo non è poi tanto male. Il problema è l'accoppiata con il piumone rosso. Uguale uguale a quello del lettone di "Mamma ho perso l'aereo".
L'altro ieri l'Umile Servo si è così rivolto alla sottoscritta, intenta a godersi la nullafacenza nel lettone della domenica mattina.
"Cosa vuole per colazione Maestade?"
"Oh! Finalmente le tue smanie rivoluzionarie si sono chetate e sei tornato ad esercitare il tuo umile ruolo di Umile Servo!"
"No. E' che sto piumone e sto lenzuolo fanno tanto impero austroungarico"

Sì, miei adorati sudditi, la foto del mio profilo è originale.
In realtà sono la reincarnazione di Sissi.
Adoratemi.

giovedì 24 gennaio 2013

Come rovinare la propria reputazione

(Prima e spero ultima lezione)

Ce l'avete presente quel fantastico momento, diciamo, grossomodo, alle 17:53, durante il quale, dopo quasi 10 ore di lavoro intervallate soltanto da una pausa spuntino e da una mezza pausa caffè, il vostro Capo-Supremo, che non vi si è scollato un attimo stile cozza aglio scoglio, si decide a lasciare il vostro ufficio?

E voi, che siete state carine, composte e coccolose tutto il dì, in quella comoda posizione schiena-dritta-gambe-accavallate, elargendo sorrisi, ostentando sicurezza e professionalità e parlando in un italiano che Accademia della Crusca non sei nessuno, vi arrogate il diritto di convertirvi allo stravaccamento selvaggio sulla vostra sedia girevole, allargate le gambe e ... sbadigliate?
Ma non parlo mica di uno sbadiglio normale. Nossignore. Un Signor sbadiglio, un Principe sbadiglio. Roba che se a qualcuno, in quel momento, venisse in mente di farvi una gastroscopia voi manco ve ne accorgereste.

Dico, avete presente?

Io sì, perfettamente.

Perché in quell'esatto momento il mio Capo-Supremo ha deciso di riaprire la porta del mio ufficio per, simpatico lui, fare una battuta.
Quindi ho convertito in itinere lo sbadiglio in un sorriso sbilenco.

Questi i risultati:
Lui si è accorto che stavo sbadigliando.
Il sorriso è risultato forzato e la mia faccia deturpata.
L'imbarazzo era palpabile nell'aria, tipo che ho sperato che i Maya avessero sbagliato giorno e mese.
Last but not least lo sbadiglio mi è rimasto in gola.

Sto provando a sbadigliare così da 10 minuti. Niente da fare.

Dite che so' sfigata o solo tanto, tanto scema?!

mercoledì 23 gennaio 2013

Bologna

C'era una volta un mio collega che, per comodità e nel totale rispetto dell'anonimato che questo blog garantisce, chiameremo Bologna. Sì, Bologna era bolognese e sì, io ho intenzione di mettermi in lizza per il titolo di Miss Fantasia 2013. Un bolognese DOC. Di quelli che la "s" non è "s" se non la pronunci "sch". Che a sentirlo parlare te lo saresti pomiciato tutto. Bologna era fine, acculturato, educato, discreta dialettica, le battute... beh quelle facevano cagare ma non si può mica avere tutto dalla vita.

Bologna, però, è stato anche un mio personalissimo fallimento. Anche se prima ancora di essere un mio personalissimo fallimento è stato un fallimento del Capetto perché, sì, Bologna era laureato cum laude ma in storia contemporanea, sì, sapeva attaccarti dei pipponi profondi sulla condizione socio-politica del nostro paese facendo ricorso a una buona arte oratoria, sì, era un piacere parlare con uno che sapeva cosa fosse la Perestrojka ma, porco giuda, Bologna di informatica non ci capiva una beata nerchia. E la conoscenza base dell'informatica è la base del nostro lavoro. Ergo è stato un fallimento, prima ancora che mio, del mio Capetto che, mi pare ormai chiaro, in quanto a selezione del personale lascia un tantinello a desiderare. L'unica scelta sensata sono stata io, ovvio. E anche M. In ogni caso il Capetto 'ste seghe mentali non se le fa, lui non sbaglia mica mai. Quindi continuiamo a considerare Bologna come il mio unico personalissimo fallimento.

Quando capii che Bologna stava al nostro lavoro come un bucatino all'amatriciana sta in un piatto di escargot alla bourguignon mi diedi da fare per il suo e mio bene. Arrivai persino a redigere manuali pronto uso perché lui, bellodecasa, non aveva mai scritto una riga di codice html e aveva pure serie difficoltà a usare Outlook, per dire.

Ma Bologna era pure tremendamente superbo. Quei manuali non credo li abbia mai aperti visto la mole spropositata di chiamate che usava inoltrarmi in quelle 3h in cui la mia persona non era presente in ufficio, vicino a lui, a dirgli quel che minchia doveva fare. Non solo. Quando la sottoscritta con sguardo scettico, quello col sopracciglio destro arcuato, se lo guardava mentre lui, bocca aperta, sguardo vitreo, impiegava 20 minuti per un lavoro da 3, chiedeva "hai bisogno d'aiuto? sei in difficoltà?" lui, orgoglio ferito, rispondeva "asscholutamente no!".

Bene.

Bologna mi ha fatto capire che io non sarò mai un buon capo di nessuno. Perché non ho polso. Perché quelle chiamate finivano con un "ma non ti preoccupare, siamo colleghi, l'aiuto è il minimo" quando sarebbero dovute finire con una cazziata. Perché lui non si impegnava ad apprendere e ha avuto il mio silenzioso nullaosta alla sua inadeguatezza. Perché sì, io gli ho scritto dei manuali ma avrei dovuto accertarmi che li avesse letti.

Quando la sua manifesta incapacità si è palesata dinnanzi al Capetto in un momento, tra l'altro, estremamente delicato a prendersi shampoo, taglio e piega non è stato Bologna. Sono stata io. Perché non avevo comunicato a Capetto le mie perplessità su quella persona. Perché l'ho coperta. Perché l'ho difesa, persino. Perché penso che in questa società di merda tra precari sfigati ci si debba aiutare. Dopo un anno sono ancora qui che mi chiedo chi ha sbagliato.

Ditemi voi, miei fedelissimi, se sono estremamente buona, estremamente fessa o, semplicemente, estremamente senza palle.

lunedì 21 gennaio 2013

Leopardi e il bacio di A.

E poi ci sono quelle mattine in cui avresti fatto molto meglio a restartene a letto crogiolandoti nel tuo momento Leopardiano pre mestruo. Perché sì, il mestruo ti verrà pure stavolta, quei doloretti e la tua irritabilità non mentono mai. Che stai fresca a pensare che i sintomi di un preciclo sono simili a quelli di un inizio gravidanza. Non ci credi. Non ci credi mica più. E allora passerai 6 giorni ad aspettarlo-non aspettarlo e altri 6 a odiare il mega store della Prenatal che, beffardo, ti ha aperto proprio vicino l'ufficio e ti sbatte in faccia mamme, pargoli, pancioni e carrozzine.

Ci sono quei giorni in cui vorresti una doccia bollente ma l'acqua riesce ad essere solo tiepida e tu pensi che questa cazzo di casa è sempre troppo fredda e troppo vuota e che queste mura hanno visto solo musi lunghi, disperazione, lacrime e morte e che, porca di quella maledettissima troia, non è giusto.

Ci sono quei giorni in cui il tragitto che percorri a piedi tutte le mattine per arrivare in quella gabbia di marmo, cemento e luci al neon è pieno di pozzanghere e tu non hai nemmeno voglia di evitarle o di alzare il dito medio contro l'ennesimo camionista panzuto che dall'alto della sua cabina si sente così forte e maschio da fischiarti e accompagnare il tutto con un "ah bella!".

Ci sono quei giorni in cui non sopporti la Sister e i suoi problemi sentimentali. Perché pensi che lei se li cerca e tu no. E allora che se li risolvesse da sola.

Ci sono quei giorni in cui i tuoi occhi classificano ogni cazzo di essere umano come un potenziale stronzo che vorresti sparisse dal tuo spettro visivo. Perché sei invidiosa della sua vita problemi-zero. Come se ne sapessi una fava poi, della sua vita.

Ci sono quei giorni in cui ti appiccichi in faccia un sorriso contraffatto e vai avanti.

Quei giorni in cui nessuno si accorge che no, non va bene niente.
Nessuno tranne A. Che non ti chiede come stai perché lo sa già.
E ti porta un Bacio Perugina alle 11 del mattino e ci mette dentro un bigliettino bianco sostituendolo a quello originale e ci scrive "Smile! C'è sempre chi sta peggio. Guarda Capetto!". E tu ridi, davvero, di gusto.

E non lo ringrazi mai abbastanza, A.

domenica 20 gennaio 2013

Fili d'argento

Ieri sera sono andata a scrocco stata invitata a cena da Mina. Ero comodamente seduta sul mio trono. No, non la tazza del cesso. Mi riferisco al posto d'onore a tavola. Quello riservato a qualsiasi figlia unica, viziata e denutrita fino ai 12 anni. Quello riservato a qualsiasi Princess nata negli anni '90, cresciuta a poco pane (ficcato a forza in bocca dalla genitrice nel tentativo di non farla morire di fame) e cartoni animati. Insomma, quello davanti la Tivvù.
Ero lì ganza ganza che mangiavo l'amatriciana de mammà.
Sì lo so, lo so che avevo iniziato la cosa con la d. Giuro che da lunedì... blablabla.
E a una certa mi giro e vedo Mina che mi guarda i capelli con aria tra il nostalgico e il divertito-canzonatorio.
"Cosa c'è Mina?"
E l'ha detta. Quella frase terrificante. Mentre mangiavo.
"Eh... tesoro mio... hai qualche filo d'argento in testa"
Che io, sempre affetta da Fessacchiaggine Acuta, mica ci sono arrivata subito. Ho pensato a un filo del maglione, un pezzo di filo argentato dell'albero di Natale che ho smontato il CINQUE gennaio, un riflesso della luce.
Povera, ingenua, illusa Princess.
La Mater si riferiva ai capelli bianchi.
Io ho qualche capello bianco.
E quando il mio cervello, finalmente, ha lasciato la via della negazione, ho realizzato che se la genitrice non avesse usato quella metafora forse sarebbe stato meno traumatico apprendere la notizia.
Non paga ha continuato con un "ma non è niente di strano, non lo sai che dopo i 25 anni inizia il processo di INVECCHIAMENTO?"

Giuro che prima o poi disdico di nascosto l'abbonamento di Mina a Focus.

venerdì 18 gennaio 2013

Femmine, masculi e corna

Quando lavori a così stretto contatto con un così alto numero di detentori di pisello (vedasi in Men at work) è assai probabile che tu venga coinvolta in discorsi poco ortodossi tipo il calendario dell'ultima zinnona, l'utilità del tasto "condividi su Fb" di YouPorn e, udite udite miei carissimi sudditi, le corna.

I maschi parlano di continuo delle corna.

E la cosa peggiore è che ti trattano da povera illusa, da Bella Addormentata nel paese dei Balocchi e delle Meraviglie tutto insieme, se, certa della fedeltà del tuo lui dici cose tipo "non penso di averle, per fortuna".
Lì parte la risatina complice dei masculi italici modello base accompagnate dal: "se se dicono tutte così".

E allora te decidi di approfondire.

E scopri che gli stereotipi, le frasi e fatte e i luoghi comuni finiranno un secondo dopo che il pianeta terra imploderà. Anzi, forse li lasceremo in eredità agli organismi monocellulari che verranno dopo di noi. Che nei loro uffici monocellulari parleranno di corna e diranno cose tipo:
"il tradimento dell'organismo femmina è più grave perché la femmina tradisce con la mente, i maschi col pisello" oppure "alcune donne se le cercano le corna perché dopo il matrimonio si lasciano andare, per non parlare di quando nasce un figlio".

Ora.

So che non tutti gli uomini parlano così. So che c'è del vero in questi stereotipi. Ma so pure che non si può fare di tutte le corna un fascio.
Ci sono uomini che tradiscono col cuore. Ci sono donne che tradiscono con la vagina.
Ci sono donne che si lasciano andare. Ci sono uomini che trombano con i calzini, pisciano con la porta del cesso aperta e di prima mattina amano ravanarsi nelle mutande per sistemarsi il membro, manco c'avessero un transatlantico o fossero la controfigura di Rocco Siffredi.

Quindi ecco, damose na regolata quando affrontiamo certi argomenti. No?!

giovedì 17 gennaio 2013

Iniziare bene III

"Buongiorno Princess!"
"Buongiorno Egisto!"
"Mi chiamo Egidio"
"... Egidio, certo! Non ho detto Egidio?"
"No"
"Accidenti al sonno. Andiamo che ti offro un caffè"

Ok, Princess, Egidio è un nome poco comune e tu hai serie difficoltà di memoria quando si tratta di nomi ma, porcazozza, era proprio il momento di rispolverare quelle poche, vaghe e imprecise nozioni di mitologia greca?!

mercoledì 16 gennaio 2013

Camilla

Che nelle mie vene scorresse sangue blu mia madre avrebbe dovuto intuirlo quando per la prima volta la mia stirpe reale si palesò in tutto il suo accecante splendore.
Successe all'età di tre anni.
In quel periodo ero solita trascinare per un braccio, con estrema grazia, una bambola di pezza, bersaglio prediletto dei miei frequenti momenti d'ira, che rispondeva al nome di Camilla. Nome che aveva impresso a chiare lettere sul bavero.
La leggenda narra che un gentile vecchino, con tanto di baschetto in testa e bastone per mano, osò rivolgermi la seguente domanda:

"E' Camilla lei?"

Fu allora che accadde.
Fu quello il mio battesimo.
Perché io, che evidentemente nutrivo un certo sentimento, immotivato, di antipatia per quel povero nonnetto risposi:

"No, questa è STO CAZZO"

Ancora oggi si racconta di un principio di svenimento da parte della mia genitrice che si chiese da quali viscere, certo non le sue, fosse nato quel mostro e fu colta da tale stupore misto a sconforto che non ebbe nemmeno la forza di scusarsi. Si limitò a prendermi per un braccio e scappare.

Da allora decise di porre rimedio. E mi educò al rispetto, alla gentilezza, alla cortesia impartendomi senza pietà alcuna lezioni di diplomazia applicata al ventunesimo secolo.
Credeva di esserci riuscita. Le maestre si complimentavano con lei per la mia educazione. L'insegnante di danza le parlava dell'eleganza dei miei movimenti. Il mio ex datore di lavoro le diceva "non l'ho mai vista perdere il controllo". Ha gioito, l'ingenua madre. Fino a ieri.

Fino a quando ho mandato sonoramente affanculo un tecnico della Telecom minacciandolo di farlo licenziare e dandogli apertamente dello stronzo dopo che lui, al telefono, mi aveva dato buca per la seconda volta dopo avermi rassicurata nei giorni passati circa la sua presenza e puntualità.

Mi sono voltata con Mina che brandendo un crocefisso mi chiedeva il numero di un bravo esorcista.

"Scusa Mina - mi sono giustificata io - hai ragione tu, la maleducazione non porta da nessuna parte. E' stato uno sfogo inutile"

Dopo minuti 10 il tecnico della Telecom era sotto casa mia. Con la coda tra le gambe e la vergogna in volto.

Quindi Mina, perdonami, ma io devo ritrattare. Non sia mai che mi venga dato dell'ipocrita.

In rari casi, ma forse non proprio così rari, essere maleducati è l'unico modo per farsi rispettare. Triste ma vero. Non rimangerei nemmeno una parola di tutte quelle urlate in viva voce al furbastro "professionista" ma, se potessi, tornerei indietro per rispondere a quel vecchino:

"Sì, lei si chiama Camilla".
Tutto sommato, Mina, hai fatto un buon lavoro.

Oh cazzo corbezzoli ho lasciato il caffè sul fuoco!

martedì 15 gennaio 2013

Il vestito che lascia senza fiato

O voi spose sette veli,
o voi nuvole di Organza,
o voi soffocate in un corpetto perline e paillettes,
o voi dallo strascico facile
insultatemi.
Banditemi dalla vostra cerchia.
Bruciatemi viva a Campo dei Fiori.
Fatemi in tre pezzi e gettatemi nella raccolta differenziata.
Perché me lo merito.
Lo ammetto.
Lo confesso.
Perché io, Princess S., proprio io, cresciuta a ovetti Kinder, febbroni e PRINCIPESSE DISNEY mi sono macchiata di un ignobile crimine contro la comunità delle promesse all'altare.
Ho scelto il mio abito da sposa sul web. Per comodità, praticità, economia.
Non mi sono fiondata in 800 diversi Atelier per trovare l'abito. Ho cercato l'abito e, poi, un Atelier che potesse vendermelo. E li ho trovati. Sia l'uno che l'altro.

Questo non significa che, da brava futura sposa, non abbia usufruito della mia sacrosanta dose di egocentrismo spietato. Perché quando una tipa tutta sorrisi e complimenti ti mette su un piedistallo rotondo, con un bouquet finto che pare vero in mano e un vestito da migliaia di euri che non indosserai mai più anche se sei la sposa più cheap e acqua e sapone della storia ti fai prendere la mano. E te ne provi otto, perfettamente consapevole di quello che in cuor tuo hai già scelto. Sempre quello. Quello del web.

E non mi sono nemmeno sottratta al numero necessario di prove necessarie di misure necessarie di necessarie modifiche che solo io parevo non notare. In pratica a una certa mancava solo mi si misurasse la circonferenza dell'alluce del piede. Ma va bene eh.
"La sposa deve essere perfetta" dicono.
"Ci si sposa una volta sola, non vorrai mica che l'orlo ti penda a destra" dicono.
 E poi quando credi di aver finito con quel calvario di "un centrimetrello di là, ma forse lo allunghiamo un millimetro cubo di qua" o di "prova a camminare. Ma no! Un piede avanti l'altro, che mica stai andando a zappare santiddio!" o di "scalcia quando cammini, così non inciampi" manco ti andassi a sposare all'ippodromo di Capannelle arriva QUELLA raccomandazione "non ingrassare e non dimagrire".

Ha ha.

Io? Quella che gli amici chiamano "la sposa che magna?".
Sì, io.
"Non un etto in più, non un etto in meno".
E da quel momento tutti: Mina, Zia, Sisters, amiche, colleghi, gatto, topo, elefante e pure i due leocorni si sentono in diritto di scassarti le ovaie con la seguente frase "occhio che il vestito non ti entra" pronunciata esattamente un millisecondo prima che il cornetto alla Nutella a cui sei solita ricorrere per colazione o merenda o spuntino delle 11 o quando minchia ti pare tocchi le tue labbra immacolate.

E poi il giorno dell'ultima prova:
"pronta? al tre chiudiamo la zip"
"pronta"
"uno, due e ..."
E soffochi.
Le stecche del corpetto penetrano nelle costole. Reclamano spazio tra i tuoi organi vitali. Se ti scappa uno starnuto addio sogni di gloria. O muori o saluti col fazzolettino bianco i 2mila euro di vestito che porti indosso con così tanta grazia.
Ma loro sorridono e dicono "sei bellissima cara, brava è perfetto!"
"Beh sì. Mi piaccio ma ecco. Mmm non è che per caso l'è un tantino stretto? Io non è che respiri proprio a pieni polmoni."
"Ma no cara! Questo DEVE STARE COSI'"
Deve stare così... almeno me potevate fa magna'.

lunedì 14 gennaio 2013

Cronache di inizio lunedì

Questa mattina mi sono truccata a lume di candela perché pretendere di avere la corrente elettrica dopo una tempesta nottura non è ottimismo. E' utopia.
Non ho potuto utilizzare la piastra ne accendere lo scaldino del cesso ergo ho i capelli colti da smania rivoluzionaria con frange radicali che gridano all'anarchia e un freddo allo stato osseo che non mi scollerò di dosso prima di stasera, sotto settantatre strati di piume d'oca.

Ho preso i mezzi pubblici dopo un anno e mezzo, evento già di per se traumatico, poi ho pure sbagliato a fare l'abbonamento settimanale rimettendoci ben 8 euri.

I collant mi calano. Ho il cavallo alle ginocchia e la vita sotto le ascelle. Fantozzi non sei nessuno.

Come da migliore tradizione, visto che è lunedì, ho deciso di incominciare quella cosa con la d. che ti imporrebbe di non mangiare. Condizionale d'obbligo visto che alle ore otto e zerozero mi sono avventata su un cornetto con la Nutella per poi rendermi conto in corso d'opera, più o meno al quinto mozzico, che avevo iniziato la d., la di..., la die..., quella cosa là.

Sono a lavoro da 3h e 2 minuti, già stanca e incazzata.
Non credo che arriverò sana di mente alla fine di questo lunedì, figuriamoci alla fine della settimana.

sabato 12 gennaio 2013

Il passaggio che manca

Tutto è bianco o è nero.
Felicità infantile o disperazione alienante.
Tutto è meraviglioso o ripugnante.
Il caffè così ce lo gira solo lui, l'accento giusto sulla parola "leccornie" lo pronuncia solo lui. Meraviglia estasiante del nulla.
La sua ex che lo chiama per il cane, il cane stesso, testimone vivente di un passato parallelo dove la tua assenza pesa come un macigno.
Repulsione insensata.

Sei innamorata, Sister.
Ti piace esserlo.
Lo sei spesso.
Lo sei sempre.
E sei radicale.
Fai tuoi i suoi nemici, combatti guerre su cause che non ti apparterranno poi, racconti di notti che non hai mai vissuto prima ignorando il mio sguardo censore. Uno sguardo che, qualche volta, si è espresso con le parole: "Sai che questo racconto è simile a molti altri? Sai che tutte le volte sono 'la volta'? Sai che ti sei sentita così in decine di altre situazioni? Sai che tra un anno siamo al punto di partenza?". 
Poco importa.
Aria fritta.
Per te quella volta è la volta.
Sempre.
E' il passaggio che non reggi. Quello dalle farfalle nello stomaco ai cetrioli nel culo. Quello dai sorrisi da "mi piace tutto di te" a "non sopporto quando fai così!".
Perché non diciamo cazzate da romanzetto rosa.
L'amore è lavoro. E' conquista. E' fatica. E' "mavaffanculo sparisci" con lui che non sparisce. E' la valigia che non fa. La carezza quando meriteresti un pugno. L'insulto non detto.
E' costruire.
Non è l'sms. E' la lista della spesa.
Non è il modo in cui cammina. E' il modo in cui ti senti quando cammini senza lui a fianco.

Forse sono solo grigia e triste.
Ma vivere da perenne innamoranda è come bruciare in un fuoco di paglia senza preoccuparsi di quello che resta dopo l'incendio.

E' il passaggio che ti fotte, Sister.

giovedì 10 gennaio 2013

Quelle due

Prima di aprire le danze con un post che promette di diventare il più acido, polically incorrect, denso di torpiloqui, poco diplomatico, puerile, lagnoso, poco brillante e poco divertente ma indubbiamente principesco di questo blog è doverosa una premessa.

Io stimo le mamme per caso. Quelle che al test di gravidanza non hanno mandato un sms a tutto il parentame ma sono state trattenute dal proprio compagno mentre tentavano di aprire la manopola del gas. Quelle il cui senso di maternità si è sviluppato in comode, piccole, rate mensili. Quelle che hanno imparato a cambiare un pannolino scolandosi uno Spritz. Quelle che si lamentano, a ragione, di tutto. Della cacca, della pipì, del sonno perso, del sesso mancato.

Io stimo le mamme che hanno fortemente voluto una gravidanza. Quelle che si sentono miracolate e non l'hanno detto fino alla 12esima settimana perché avevano paura. Quelle che alla carriera hanno scelto la famiglia da sempre, da quando sono nate. Quelle a cui lasceresti il tuo bimbo e pure la tua tetta perché, sicuro, saprebbero meglio di te come farlo attaccare. Quelle che sì, pure loro, ogni tanto, c'hanno lo scazzo perché fare le mamme è difficile.

Non stimo QUELLE DUE.
Quelle due lo sanno che sono alla ricerca dell'erede.
Quelle due non sono rimaste incinte perché lo Spirito Santo ha deciso di rimettersi a lavoro dopo 2011 anni.
Hanno trombato nei giorni giusti.
Hanno costretto i propri consorti a passarsi l'acqua gelata sugli zebedei.
Ma dicono, fiere : "si sono divertiti poco i nostri mariti. Al primo colpo... zac!"
Come se fosse vero. Come se, pure se fosse vero, fosse stato merito loro.
Le gambe so allargarle pure io, stronze.

Quelle che, non paghe, fanno le vittime.
E ci godono. Avoglia se ci godono.
Lo sanno che tu pagheresti per avere una nausea, un giramento di testa, la sciatica e pure delle cazzo di emorroidi post-parto.
Lo sanno che pagheresti per avere un nano che ti piscia addosso o non ti fa dormire.
Ma, col sorrisetto da "tu non ce la farai mai" ti dicono:
"non li fate i figli!"
"pensateci bene eh!"
"ah beati voi che avete tempo per voi due!"

Che se fossero sincere penserei solo che sono inopportune. Ma non sono sincere.
E quindi, sinceramente, andatevene affanculo voi e i vostri mariti con le palle ibernate.

E sì, BEATA ME.
Beata me che ho L'Umile Servo.
E ci trombo.
Pure nei giorni sbagliati.
Stronze.

mercoledì 9 gennaio 2013

"Etciù!" "Salute!"

Facendo appello al suo proverbiale tatto il Capetto mi ha appena fatto notare che sembro mi nonna.
Sono seduta alla mia scrivania con addosso piumino e sciarpa, circondata da fazzoletti smocciolati, dalla carta dell'Asprina C, del Betotal Immuno Plus e del Benagol miele e limone.

Insomma, sono influenzata. Again.
E' il bello della nostra vita, la vita della gente con gli anticorpi in cassa integrazione.
La mattina ti svegli e sai che dovrai correre più dei virus.
Vi anticipo la fine. Il virus vince sempre.

Nel frattempo mi sono resa conto  di aver speso una cospicua parte del mio non esattamente esoso stipendo in medicine. In borsa ho una farmacia. Dai probiotici, alle vitamine, dal ketoprofene, all'acido folico.
O la mia ipocondria sta peggiorando o sto per morire.

Poi dici che non te prende la depressione.
La serotonina! Ecco cosa manca nella mia borsa!


martedì 8 gennaio 2013

Le notti postmatrimoniali


Se come me soffrite di insonnia, il matrimonio, sappiatelo, non gioverà affatto al vostro problema. Nonostante la palpebra pesante già alle 6 del pomeriggio e i numerosi tentativi di restare sveglia in macchina al ritorno dal lavoro con lo stereo a palla e l’aria condizionata, gelida, dritta sulla faccia potrebbe capitare che, arrivate le 11 di sera, quando state, finalmente, per rifugiarvi  tra le braccia di Morfeo, sole nel vostro lettone, rientri vostro marito imprecando contro la serratura del portoncino d’entrata di casa vostra. 

Voi, visto che non l’avete visto per tutto il giorno, vi sentirete quantomeno in dovere di alzarvi, abbracciarlo, baciarlo e chiedergli, sperando in un secco no, se vuole qualcosa da mangiare. Lui, se è un tipo comprensivo, vi rispedirà subito a letto con vostra immensa gioia. Poi, però, piomberà in camera vostra e, come sempre accade quando non si vuol far rumore, inciamperà nelle vostre ciabatte, gli cadrà qualcosa dalle mani scaraventandosi sul pavimento con un rumore infernale, entrerà nel bagno per una doccia e quando sarà sotto il getto dell’acqua il suo cellulare squillerà, diverse volte. Finché voi, prese dallo sconforto, vi alzerete e glielo porterete lottando contro l’ubriacatura da sonno. 

Riaddormentarvi non sarà facile. Cercherete invano di ritrovare la posizione che avevate assunto e che era tanto, ma proprio tanto comoda e quando vi sembrerà di averla trovata, vostro marito entrerà nel letto tirandosi dietro le lenzuola. Sfinite vi addormenterete verso le 2 di notte con la sveglia impostata sulle 6 pensando che il giorno dopo sarà un’altra bella giornata di merda passata tra la vostra scrivania e la macchinetta del caffè.

Buongiorno.

domenica 6 gennaio 2013

L'ingrediente segreto

Da bravi rappresentanti di una generazione di squattrinati io e i fedelissimi sudditi della mia corte siamo spesso alla ricerca di locali mangerecci a buon mercato.
Ricerca che spesso ci ha indotto a frequentare ristoranti sedicenti cinesi dai nomi esotici o bettole con l'insegna al neon mancante di qualche lettera con esiti devastanti per il nostro sistema digerente e, diciamolo, anche per la povera tazza del cesso che, generalmente verso le 3 di notte, si vedeva arrivare materiale ancora grezzo non necessariamente rientrante nella categoria "generi alimentari commestibili".

Fino a che, durante il nostro consueto peregrinare, siamo incappati in una piccola pizzeria sita in un arroccato paesello di poche anime. Morte.
Il centro abitato, di per se vagamente inquietante, potrebbe essere scelto come set per qualche fiction ambientata nel periodo dell'occupazione nazista con la Ferilli che fa la partigiana quando la sua massima interpretazione è stata "beato chi seofàrsofà" ma la pizzeria, signori miei, non era affatto male nonostante i nove euri, dico NOVE, spesi per un menù completo da sabato all'italiana ovvero antipasto di fritti, pizza, tiramisù, birra e cocacola.

Capirete la nostra soddisfazione.

Abbiamo consigliato ad amici di amici di amici di parenti quella pizzeria. Per anni.

Fino a quella sera. La sera in cui scoprimmo lui. L'ingrediente segreto.

LA GOCCIOLINA DI SUDORE CHE DALLA FRONTE DEL PIZZETTARO CADEVA DRITTA DRITTA NELL'IMPASTO.

Non ce la siamo più sentita di consigliarla ma ieri sera, per evitare il cinese dal nome esotico, già responsabile di sconquasso intestinale di livello medio-alto, siam tornati lì io, Umile Servo, le Sister e tutto il cucuzzaro. Ventitré persone in totale. A conoscere l'ingrediente segreto eravamo solo in 4. Non si registrano vittime.

Sudore batte Cina 23 - 0

giovedì 3 gennaio 2013

Ferie casalinghe

Si da il caso che la Princess, oltre che portatrice non troppo sana del famoso batterio Jellactus Cronicus, sia anche afflitta da tale disturbo chiamato Fessacchiaggine Acuta.
Le conseguenze di codeste malattie genetiche sul suo sistema nervoso centrale sono, sovente, infauste.
Per esempio quando la nuova arrivata, ULTIMA arrivata, ULTIMA persona in fila per ottenere il tanto agognato diritto di parola o meglio diritto di "scelta delle ferie nei giorni che cazzo mi pare a me" se ne è uscita con un "giochiamoceli a sorte" la Princess, afflitta da Fessacchiaggine e immemore di essere portatrice di Jellactus Cronicus che ha fatto, suoi carissimi e fedelissimi sudditi, secondo voi?

Ha accettato.

E, secondo voi, quale dei due periodi gli è toccato in sorte? Quello dal 24 al 31 o quello sfigatello che va dal primo dell'anno al 7?
Domanda retorica considerando le premesse, no?

Quindi ora la Princess, dopo aver lavorato anche il 24 e 31, si gode le ferie mentre il 90% delle popolazione attiva è tornata dietro la scrivania. Umile Servo compreso. Ciò significa che si sta convertendo alle gioie della casalinghitudine solitaria e, orrore e raccapriccio, ha scoperto che non sono poi tanto male, anzi.

Certo, da unica monarca al mondo con un lavoro sottopagato appagante che le porta via dalle 10 alle 14 ore al dì non è tanto abituata a starsene, micia micia, nel suo castello a fare la calza o, chessò, la spesa. Lei, povera, la spesa è abituata a farla al volo in qualche tristerrimo Supermarket aperto h24 vicino al posto in cui lavora, a farla fare dall'Umile Servo o, a limite, dalla sua cara Mina. E quindi? E quindi si è dimenticata che oggi, giovedì, i negozietti del paesello sono TUTTI chiusi. E lei è senza Princessmobile. La vecchia-nuova Pollyanna è in mano all'Umile Servo che ha dovuto lasciare il suo personale mezzo di locomozione dal meccanico per una revisione.

Risultato:
La Princess ha pranzato con caffè e bomba alla Nutella gentilmente lasciata dall'Umile Servo sul tavolo della cucina e cenerà, tardissimo, con una pizza al cartone gentilmente acquistata dall'Umile Servo di ritorno dal lavoro.

Secondo me, prima o poi, l'Umile Servo lascia la corte e si converte alla vita monastica o, forse, si da alla macchia e diventa un bandito.

mercoledì 2 gennaio 2013

Ipocondria

Io sono l'antimedico.
Io sono il terrore di ogni camice bianco. Pure il pizzicagnolo ha paura di me, potrei scambiarlo per un dottore.
Io sono quella che ha eletto internet a luminare di ogni branca conosciuta e sconoscita della medicina. Roba che Ippocrate vorrebbe risorgere e prendermi a mazzate in fronte col bastone di Ascelpio.
Io sono quella che per medico di famiglia ha una tale il cui nome inizia per G e finisce con oogle. Che tu soffra di emicrania o diarrea, che tu abbia un ascesso o le emorroidi, lui arriverà sempre alla stessa, nefasta, conslusione: morte.

Capirete, quindi, che interfacciarmi con un medico vero mi suscita qualche lieve imbarazzo. E visto che, non per mia volontà (ma anche un po' sì, dai), negli ultimi mesi ne ho visti parecchi l'odio dell'intero Albo nei miei riguardi credo sia cresciuto esponenzialmente.

La cosa peggiore è che non mi fido dei pareri. Quando mi dicono che sto bene o che ho un problema perfettamente gestibile o curabile io penso "non è vero maledetto incompentente, io sto malissimo. Me l'ha detto internet".  E' l'uso dello strumento che riesce un tantinello a rasserenarmi, ovviamente solo nel caso in cui lo strumento in oggetto, sia esso un banale termometro, una radiografia, un'analisi del sangue o una TAC, dia esito rigorosamente negativo. Un risultato bordeline mi riporta allo stadio iniziale. Googolare l'impossibile e sperare di non tirare le cuoia nella notte.


martedì 1 gennaio 2013

Capodanno al fresco

Passare il capodanno in un parco divertimenti all'aperto vuol dire:

Arrivare al capolinea delle montagne russe senza la tua faccia. Ti raggiungerà dopo un quarto d'ora.
Sentire chiaramente l'aria gelida che si infila tra le tue palpebre e le palle degli occhi.
Scoprirsi abili nello staccare le mani dal maniglione congelato della giostra su rotaie, meno abili nel far assumere loro una forma umana e non simile alle zampe di un pappagallo indiano.
Congelarsi le chiappe sul cavallo del carosello.
Guardare con un misto di orrore e ammirazione le 16enni in tacco 12, minigonna inguinale, trucco glitterato e paillettes pure nelle frocie del naso e sentirsi vecchie. A 28 anni.
Benedire lo zuccotto di lana che l'Umile Servo ti ha gentilmente dato in prestito rinnegando senza remore la tua passione per la moda.

Brindare al nuovo anno in fila per una giostra chiamata Cagliostro.