Venite dal Continente?
Ce lo chiedevano quasi tutti gli autoctoni quando noi, carichi di teli mare, creme solari, occhiali Gucci e Vanity Fair in borsa camminavamo lungo sentieri con poche o nulle indicazioni turistiche alla ricerca di luoghi inesplorati, conosciuti solo dai residenti, vergini.
Immuni allo stupro dei lettini e degli ombrelloni, dei chioschi sulla spiaggia e degli stabilimenti balneari.
Qualcuno, addirittura, estremizzava con un venite dall'Italia?
Non lo so il perché ma a me l'indipendenstismo sardo ha sempre fatto sorridere. Pure quello padano, a dirla tutta. Se non fosse che poi quell'esaltazione campanilistica ce la siamo trovata nelle file dei deputati. Brutta storia.
A Lampedusa invece non ci sono mai stata, in realtà non ho mai visitato la Sicilia e dovrei proprio rimediare. Non sono mai stata nemmeno in Somalia o in Eritrea che a differenza delle due più grandi e belle isole italiane non vantano nessuna particolare attrazione turistica. Vantano guerre, povertà, disperazione e morte. Non proprio un luogo adatto per le ferie d'agosto, non trovate?
Questo, però, non vuol dire che gli autoctoni somali o eritrei, tra l'altro tutt'altro che indipendentisti e campanilisti, meritino meno rispetto dei sardi. Ne da vivi, ne da morti.
Perché siamo tutti uguali.
E no, non sono banale. Non sto cedendo alle lusinghe del qualquismo per rimediare plausi nei commenti.
Non sono banale perché, non so cosa sia accaduto sulle vostre, ma sulla mia bacheca di Fb ho letto stati che attribuivano alla morte un diverso valore a seconda della nazionalità del defunto. Gli italiani valgono il lutto, gli immigrati no.
Diciassette morti italiani valgono di più di 300 immigrati
Questo ho letto. E una trentina di mi piace a corredo.
Come se la morte non fosse abbastanza, come se la morte non azzerasse le distinzioni. Come se la morte non fosse una livella.
Non so voi, ma io i morti me li piango.
Tutti.


