Martedì pomeriggio sono uscita di casa alle due e ventitré. Tuta nera, Nike a strappo del 2004, felpone blu elettrico, Biagio al seguito. Senza trucco, senza musica, senza compagnia, senza meta. Perché io funziono così, quando sento puzza di giornata triste, malinconica e, soprattutto, improduttiva esco e cammino, da sola e senza destinazione. E' un'abitudine consolidata in quest'ultimo anno, sabbatico per volere d'altri. Mi rilassa i nervi e giova pure al mio giro vita. Macino chilometri, in silenzio. Trovo scorci che avevo dimenticato, mi perdo tra le campagne. In pratica potrei fare concorrenza a Forrest Gump solo che invece che la barba mi crescerebbero i peli sugli stinchi. Inorridite, maschi!
Per strada ho incontrato l'amica M., impegnata nella sua camminata digestiva e, tradendo i miei caparbi intenti antisociali, l'ho chiamata. Abbiamo intavolato una conversazione superficiale su smalti, palestra, capelli e mi sono ritrovata, quasi senza rendermene conto, sotto casa di mia madre. Sono salita per un tè e una cioccolata calda.
Starò da sola domani, ho pensato.
Così ieri mattina mi godevo la mia compagnia con i sensi assopiti da Eric Clapton in riproduzione casuale su Spotify mentre attendevo il lento e pesante bus blu in fermata, direzione SantoSpirito. Poi è passata cugina L. Bionda, rossetto rosso, energia positiva. Mi ha accompagnata fin sotto lo studio, abbiamo parlato dei miei figli immaginari, di terapie, centri PMA, SantoSpirito, paure.
Non devi affrontare tutto questo da sola, al centro ti accompagno io.
Ieri sera mi ha scritto su WhatsApp di essersi informata tramite una sua amica medico il centro è validissimo, io sono carichissima. Andrà tutto bene.
Questi lunghi mesi di inattività e quei pochi incontri di psicoterapia mi hanno insegnato ad essere forte, da sola. A ritrovarmi quando mi perdo, a bastarmi, a coccolarmi, a capirmi. Ho scavato a fondo, ho soppesato la mia anima, ho capito meglio chi sono, chi voglio essere, quel che voglio ottenere.
E ho fatto tutto da me.
Perché il cambiamento non te lo impongono, perché nonostante le buone intenzioni manifestate dagli altri il culo te lo devi salvare da solo.
Ora conosco il mio potenziale, ora posso tornare ad aprirmi, ora mi manca la socialità, l'interazione, la fiducia, la compagnia.
Io sono una femmina atipica. Una di quelle che avrebbe mandato a cagare Mr. Big col primo volo senza scalo dopo il terzo appuntamento. Tuttavia, convinta dalla Sister G., sono andata a vedere il primo film di Sex and the city. Il secondo no eh, troppo raccapricciante.
Quando Carrie viene lasciata all'altare con una piuma di pavone in testa e parte con le sue tre amiche, fancazziste e impaccate di soldi, alla volta del Messico, si chiede se riuscirà mai più a ridere. Le viene risposto quando succederà qualcosa di estremamente divertente riderai. Poi Charlotte si caga nelle mutande e la depressione le passa.
La cosa più simile che mi è accaduta è stato Biagio che ha pisciato sullo zerbino della vicina di casa. Come potrete immaginare non ho riso. Perché non è stato divertente pegnente.
In ogni caso pensavo che aver conosciuto la dark side of my soul non è stato un danno completo. Nel senso che quando sei felice sei troppo impegnata ad essere felice per apprezzare le piccole cose. Magari hai successo, una carriera, tanti soldi, un figlio, un nuovo lavoro. Magari hai l'amore o magari non c'hai un cazzo ma ti va bene lo stesso fattostà che sei superficiale.
Invece quando lotti tutti i giorni con la malinconia, l'insoddisfazione e la solitudine impari a bastarti, a esaminarti, a conoscerti e ad apprezzare la bellezza. E no, non è in un centro commerciale e manco in uno smalto di Kiko.
Per esempio io dipingo. Per esempio fotografo. Per esempio sono anni che ho una Reflex ma non mi sono mai chiesta perché, in ottobre, certe foglie diventino rosse prima di altre
Se quella lumaca mi stava davvero guardando
Quanto duri la precarietà d'una foglia autunnale
Quante sfumature di colore racchiuda un albero
Quale bizzarro progetto urbanistico ha fatto in modo che il mio vecchio, caro paese sembri quasi pendere da una collina, sospeso in un equilibrio precario e affascinante
Quali scorci lontani dal centro, umidi, bui, abbandonati avevo dimenticato
Quando passerà tutto questo.
Perché non sono mai stata un'ipocrita. La superficialità mi manca, le risate pure. Ma forse di questa lezione, dopotutto, avevo bisogno.
Abbiamo mangiato un pessimo hot-dog consistenza gommapiuma seduti su un muretto di un grande parco, lontano da casa, lontano da tutti. Eravamo circondati da sconosciuti e quadrupedi dalle code scodinzolanti ed eccitate impegnati in sfilate, gare di agility, giochi.
L'ho iscritto ad una gara di somiglianza cane-padrone. Non abbiamo vinto ma abbiamo riso tanto.
Abbiamo passeggiato lungo vialoni alberati all'ora di pranzo in una città semi deserta. Foglie rosse a farci da tappeto e un gelato al Kinder.
A fine giornata ho pensato che, dopotutto, ritrovarsi è una cosa semplice. Che non occorre nemmeno pianificarlo. Succede e basta. Come l'amore.
Durante il giorno lo combatto come meglio posso, alla meno peggio come si dice da queste parti. Evito che pervada le mie viscere fintanto che il sole rende i colori vividi, l'aria leggera, questa casa luminosa e i miei sensi svegli.
Ma poi arriva la sera. Con Quasimodo e l'intera combriccola di poeti maledetti al seguito. E si piazza lì. Tra lo sterno e lo stomaco, tra il respiro e il battito.
Non è tristezza, non è angoscia. E' più profondo, diverso, pesante.
Male di vivere, forse. In tanti l'hanno chiamato così e a ben pensarci non esiste, credo, una definizione altrettanto calzante.
All'improvviso i colori svaniscono, la speranza si trasforma in consapevolezza d'un illusione e nulla più. Non esiste futuro, consolazione, compagnia.
Non esiste gioia.
E tutte le certezze coltivate con cura durante il giorno vengono sradicate da un vento gelido, improvviso, violento.
Che io sia particolarmente abile nel maneggiare l'ironia per metabolizzare ed esorcizzare quel che più mi impaurisce è, modestia a parte, un dato di fatto. Qualcuno lo definisce un dono, altri parlano di una dimostrazione di forza. Balle. E' un modo come un altro per difendersi, un modo che ho ereditato da mia madre, così come da lei ho ereditato l'umore ballerino, l'ossessione della perfezione, la smania di controllo.
Ma l'ironia è anche una maschera. E il più delle volte assolve perfettamente alla sua funzione: l'inganno.
Mi sta così bene addosso che spesso, persino io, dimentico d'indossarla.
E va bene così.
E' faticosa, l'ironia. Ma pure estremamente utile. Un po' tipo quando ci si tappa il naso per mandar giù uno sciroppo disgustoso. Smetti di respirare ma ti risparmi di vomitare.
Poi però arriva la sera. E la maschera cade. E la parte umida, fragile e molliccia sotto il guscio viene allo scoperto.
Quest'estate ha il sapore delle cose semplici, del tempo sospeso. Nessuna valigia sul letto ne nuovi luoghi da esplorare perché le vacanze costano ma i sogni, sebbene spesso si dica il contrario, costano di più. Noi investiremo i nostri risparmi in una scommessa, perché, in fondo, di questo si tratta e, nel frattempo, cerchiamo di adattare la nostra vita ai dettami vacanzieri. Ci alziamo tardi, pranziamo alle tre, facciamo giorno, ci circondiamo di aromi, colori e sapori famigliari ma mai stantii e incontriamo i visi di sempre.
Io faccio progressi ma non me ne accorgo o, meglio, me ne rendo conto a cose fatte. Tipo ieri riflettevo sul fatto che non mi sento più sola, incompresa e fuori luogo in mezzo agli amici, che i figli degli altri non sono i miei figli mancati, che chi campa di invidia muore di rabbia e, dopotutto, non ne vale proprio la pena.
Tuttavia non posso permettermi, non ancora almeno, di rinunciare alla mia sacrosanta dose di solitudine, pace e silenzio assoluto perché, dopotutto, resto una persona estremamente socievole ed estremamente misantropa. Insomma sono bipolare ma non è una novità. A qualcuno piace, dicono.
Non so cosa attendermi da questo autunno. Di sicuro arriveranno risposte, di sicuro in base a queste risposte verranno prese decisioni. Di sicuro la mia vita, in un verso o nell'altro, cambierà. Non so se sono pronta ma so che non posso più aspettare.
Intanto mi godo i tramonti rosa, dal mio balcone. E sogno, gratis. Almeno per il momento.
Sono sempre stata fermamente convinta che nella vita, tra altre qualità, sia necessario avere il senso della misura. Se così non fosse, del resto, i nostri avi non avrebbero inventato le unità di misura.
Così ti misuro il peso, così l'altezza, così la quantità.
A ben pensarci i nostri avi hanno fatto di più. Grazie ai loro studi ora possiamo calcolare spazi, tempi, velocità. Possiamo volare, navigare, prevedere. Vivere bene, vivere meglio.
Se le regole e le formule vengono seguite pedissequamente non possiamo sbagliare o, meglio, possiamo minimizzare i rischi, massimizzare i profitti, avere certezze. Avere controllo.
Quindi uno cresce con tutte queste convinzioni. Studia, si applica, calcola tempi, pesi, misure, assi cartesiani, spazio fratto tempo, radice quadrata di x.
E poi sbam! t'arriva l'amore.
Così, senza preavviso. E non esistono manuali, calcoli, integrali. Non esistono ancore.
E verrebbe da chiedersi perché lasciamo che le nostre vite siano dominate dal calcolo e dalla ragione e poi affidiamo le nostre relazioni a un'aritmia cardiaca, un profilo, un sorriso, una battuta, un colore. Un gioco. Cazzo, un gioco.
Pure se qualcuno c'ha provato, l'amore non si calcola. L'algoritmo del rapporto perfetto non esiste E' materia oscura.
Quando, nel tentativo di diventare un brava massaia, seguivo mia zia nelle preparazione delle sue ricette prelibate, le chiedevo di continuo cifre. Minuti precisi di cottura, esatti pizzichi di sale, giuste proporzioni tra gli ingredienti. Una volta lei mi rispose che la cucina è amore, passione, dedizione, intuito.
Sei una cuoca, mica una farmacista.
Non aveva tutti i torti, mia zia. In fondo, pensateci, le cose migliori della vostra vita non le avete fatte quando eravate fuori controllo?
Di quelle io ne ho ricevute poche. Godevo della libertà d'avere un telefono fisso in camera mia ma ero terrorizzata dalla possibilità che qualcuno, nelle altre stanze, potesse alzare le cornetta ed ascoltare conversazioni che a dodici anni ti sembrano troppo peccaminose perché mamma e papà le ascoltino ed ora sembrano, semplicemente, ingenue.
Poi sono arrivati gli essemmesse.
Costavano tanto, all'inizio. Così, negli anni '90, si usavano solo per comunicazioni urgenti o per qualche audace ti amo. Che era una dichiarazione d'amore forte. Significava ho speso dieci centesimi usando solo cinque dei centosessanta caratteri a mia disposizione solo per dirti che ti amo. Insomma, se facevi una cosa così eri cotta, persa, catturata. Io il mio primo sms con su scritto solo ti amo lo ricevetti da A. Tornavo a casa da scuola e avevo questo gioiellino qui:
Lo ricordo ancora con affetto e nostalgia. Aveva caratteri così grandi che quel ti amo mi parve urlato al mondo intero. Ah, il romanticismo adolescenziale. Ci bastava davvero poco per essere felici.
In alternativa al messaggio, quando si era a corto di quattrini, c'era lo squillo. Una bizzarra e assurda modalità di comunicazione. Significava, nella stragrande maggioranza dei casi ti sto pensando oppure era una sorta di ricevuta di ritorno, qualcosa tipo ho ricevuto e letto il tuo messaggio, va bene quel che hai detto. A. in un giorno solo me ne faceva in media 25, ne sono certa perché una volta li contai ed annotai il valore su qualche Smemo. Non riesco ancora a capire come abbia fatto a lasciarmi. Dico, 25 squilli erano un'enormità, io ne andavo fiera. Poi fu la volta delle parole attaccate e degli acronimi. Tvumnb era il più gettonato tra le amiche. Si faceva di tutto pur di concentrare sentimenti, pettegolezzi, dichiarazioni, concetti astratti, seghe mentali e litigi in quei pochi spazi consentiti da un costo moderato. Arrivarono le prime Summer Card. Quando la Vodafone si chiamava Omnitel, in pubblicità c'era Megan Gale e la colonna sonora era questa:
Cento sms al giorno, un'enormità. Certe volte, però, manco bastavano. E allora s'aspettava la mezzanotte, per ricominciare. Gli sms c'hanno fatto scoprire i vantaggi della conversazione asincrona. E, soprattutto, c'hanno dato il coraggio di osare. Perché in un sms non ti trema la voce, lui non vede che arrossisci ad un suo complimento, non balbetti, non ti sudano le mani, non ti imbarazzi. Scrivi e premi invio. E se proprio non ce la fai ad aspettare la risposta imposti la suoneria in modalità silenziosa, capovolgi lo schermo e ti imponi di guardarlo solo dopo qualche ora, o qualche minuto. La gioia o la delusione t'aspettavano silenziose, sotto quello schermo, dettate dalla presenza o dall'assenza d'una letterina.
Infine fu WhatsApp. Ciao limiti, ciao comunicazione asincrona, ciao intimità. Siamo sempre connessi, sempre raggiungibili, sempre controllati e, soprattutto, possiamo sempre controllare. Ha visualizzato ma ancora non risponde. Il cruccio delle nuove generazioni.
Quando non mi rode il culo quindi, generalmente, non troppo spesso, sono nostalgica, romantica e sentimentale però non mi sentirete mai dire cose tipo era meglio quando i cellulari non esistevano. Parte della mia vita l'ho passata con lo sguardo basso, fisso su uno schermo, parte delle mie emozioni sono state filtrate dai bit. E lo sono ancora. I miei ricordi sono fatti anche di sms, mail, conversazioni su WhatsApp, videochiamate su Skype.
Anche ma non solo.
Gli smartphone non sono l'apocalisse. Sono un'opportunità. Fate in modo che al messaggio segua sempre un incontro. E fate in modo che durante quell'incontro il cellulare sia spento.
Disturbo da stress post traumatico: tornare a casa in un paesino di collina leggi clima di merda dopo tre dicotre settimane di mare, sole, lunghe passeggiate, ottimo cibo. Ho l'umore al livello del mantello terrestre e se potessi andrei in giro con un bottone nero sul risvolto della giacca, in segno di lutto.
Esagero? Forse. Ma tornare ad una quotidianità giusto un tantino sono ironica, notatelo complicata sarebbe avvilente per tutti. Figuriamoci per me.
Siamo ciò che mangiamo ma siamo pure i luoghi in cui viviamo, che visitiamo. Perché strade, porte, muri, case, letti assorbono le nostre emozioni, se ne nutrono per poi metterle in mostra. Diventano specchi attraverso i quali quegli stati d'animo, brutti o belli che siano, ci vengono sbattuti in faccia. All'infinito.
Così ogni città, ogni gradino, ogni vicolo, ogni scala, ogni muro assumono un particolare significato. E ci rallegrano, ci fanno diventare nostalgici, ci intristiscono.
Sono partita per la prima volta nella mia vita con poche aspettative. La mia permanenza non è mai stata concepita come una vacanza e, forse, il segreto è stato tutto lì. Volevo vivere in un luogo diverso da questa casa sempre troppo vuota, grande, pulita, in ordine. Questa casa che ha assorbito troppi dolori e pochi bei ricordi. Volevo volti nuovi, nuovi argomenti, nuovi ritmi, nuovi stimoli. Volevo fare un'esperimento, vedere di nascosto l'effetto che fa.
Non siamo solo i luoghi in cui viviamo. Siamo anche i luoghi in cui viviamo.
Le mie crisi, le nostre crisi non sono scomparse in quell'isoletta sperduta ma non troppo. I miracoli avvengono a chi se li merita. E pure a chi ci crede. Ma io sono stata meglio. Quel poco o tanto, dipende da come lo si guarda, che basta per capire che questo paese, questa casa, questa vita non mi rispecchia o, meglio, mi restituisce un'immagine che mi disturba. E' la mia immagine, certo, non intendo rinnegarla ma non è quella che voglio. Non più.
Forse Sciattaman direbbe che scappare in città, trovare un'altra casa, farsi nuovi amici è solo un modo per scappare da se stessi. Forse Sciattaman avrebbe ragione. Ma scappare da se stessi quando 'sto se stessi ti sta profondamente sul cazzo non è mica poi così sbagliato, no?
Lui la stava aspettando in macchina, al caldo e col motore acceso. Ho immaginato il profumo dolciastro di dopobarba, gel e Arbe Magique. Guardava insistentemente lo specchietto retrovisore, lei, chiaramente, era in ritardo. Nei suoi occhi non c'era la trepidazione da primo appuntamento ma era comunque ansioso di vederla. Ho immaginato fosse uno di quegli appuntamenti che cadono nel mezzo di una storia d'amore. Quando sai già cosa ordinerà a cena, conosci il sapore delle sue labbra ma non sei ancora stanco di guardarla sorridere, ne di perderti nei suoi occhi, ne di ascoltare la sua voce.
Io passeggiavo in tuta sotto casa, col cane al guinzaglio e il capello ribelle costretto in una codina alta. E mi sono lasciata rapire, ancora una volta, da quel sentimento che un tempo veniva usato come sinonimo di depressione: la malinconia.
Lui non era più il moretto col capello impiastrato di gel. Era il biondo scuro, gli occhi nocciola e il naso a patata di cui mi sono innamorata. Lei non era più la biondina riccia dagli occhi marroni. Lei ero io. Mora, occhio verde, ombretto scuro, tanto rimmel, tante cose da raccontare a lui.
Sono tornata a casa incazzata. No, non ero invidiosa di quella giovane coppia e della loro uscita. Magari quella sera avranno pure litigato. Ero incazzata con me. Con la mia nostalgia di 30enne che si finge 90enne in fin di vita. Col mio categorico rifiuto di andare avanti.
Sono stanca del passato, sono stanca di rincorrere eventi che non accadranno mai più, sono stanca d'esser delusa del mio presente. Sono stanca di piangermi addosso.
Se chiudo gli occhi indosso un tailleur nero, tacchi alti, camicia bianca. Ascolto il suono d'un passo deciso. Vedo la mia immagine riflessa nello specchio d'un ascensore, sicurezza, serenità, determinazione. Sorrido.
Se chiudo gli occhi odo la voce d'un vecchio professore, lo vedo in piedi davanti a me che stringe tra le mani rugose un foglio bianco, le mie dita intrecciate, l'attesa d'un numero, la gioia, l'incredulità ma allora valgo davvero qualcosa. Lo sguardo orgoglioso del mio relatore, quello lucido e commosso di mia madre.
Se chiudo gli occhi sono a Capo da Roca, sulle rive della Senna, davanti la cattedrale di san Vito, nei mercati di Varsavia, dentro il Palazzo d'Inverno, mangio fish and chips, parlo inglese, stringo mani. Vedo le luci di Times Square, ascolto il tuono delle cascate del Niagara, i viali alberati di D.C, Philadelphia, lunghi viaggi in bus, le nuvole e le Alpi da un oblò, la pressione sulla testa d'un decollo. Volare.
Se chiudo gli occhi sento ancora un velo fissato sulla nuca, tira mentre cammino. Il braccio forte di mio padre. Rose bianche. Sei bellissima. Il tuo sguardo. Il mio ciao!
Se chiudo gli occhi sono seduta sul pavimento di casa nostra, gambe incrociate. Canto, prendo misure, appendo quadri, musica ad alto volume. Ti guardo, lo stiamo facendo davvero?
Se chiudo gli occhi lui è lì. Una sfera schiacciata ai poli e rigonfia all'equatore. Piccolo eppur immenso. Vario e sempre uguale a se stesso.
Se chiudo gli occhi io lo vedo ancora lì. Il mondo. Nella mia mano.
Scrivere il primo post del 2014 mi mette addosso un pochettino d'ansia da prestazione. A ben pensare questo è anche il primo post da disoccupata. Il primo post di un nuovo capitolo della mia vita. Nuovo deve esserlo per forza, visto che i cambiamenti pur non essendomeli cercati mi si sono piazzati sullo stomaco a mo' di cinghiale della reclame di Brioschi.
Insomma questo post è un sacco di primi post.
Il mio desiderio di rinascita fisica e mentale, lo confesso, si è accompagnato ad un nefasto pensiero anche se forse, per alcuni, potrebbe essere anche stata una bella notizia.
Quasi quasi chiudo il blog
Troppo dolore in questo mio minuscolo spazio virtuale, troppi ricordi che fanno male. Poi, però, ho pensato che rinascere non significa mica mettere una croce sopra tutto, cancellarlo, annientarlo, far finta che non sia mai esistito. Dopotutto siamo la somma di tutte le volte. Di tutte le prime, di tutte le ultime. Siamo ciò che siamo, che siamo stati, che saremo. La vita non è fatta a compartimenti stagni. Così sono ancora qui, con i polpastrelli sulla tastiera del mio vetusto hp a raccontarmi, a stilare la lista dei buoni propositi, che poi sono grossomodo gli stessi dell'anno scorso.
La fine del 2012 mi aveva proiettato, speranzosa, verso un anno che con un po' di buona volontà credevo mi avrebbe restituito tutto quel che avevo perso. E invece non è mica stato così facile. Anzi. E' stato un anno di fatica. Tanta fatica e pochi risultati. E' stato l'anno della semina.
Non mi aspetto che questo 2014 mi porti, finalmente, il raccolto. Ho deciso che non stilerò liste. Ho deciso che tra programmare e vivere preferisco vivere.
E questo è anche quel che sento di augurare a tutti voi. Voi che siete il motivo per cui sono ancora qui, a picchiettare i tasti del mio vetusto hp.
Siamo nati per la ribalta, siamo nati per essere protagonisti assoluti e indiscussi delle nostre vite, ognuno secondo i propri desideri, le proprie inclinazioni, le proprie possibilità. Ognuno secondo il proprio destino.
Basterebbe accettare questa consapevolezza per vivere sereni. Percorrere il proprio cammino, sia esso in salita, in discesa o fatto a scale senza confronti, senza ansie, senza sentirsi meno di.
Il mondo gira, sì ma alla rovescia. Tutti gli eventi che aspetti con trepidazione tardano ad arrivare o marcano visita, quelli che invece temi arrivano con una puntualità feroce e beffarda.
Ho ricevuto una notizia, la notizia. Quella che tutte le ricercatrici incallite come me temono. E non per invidia ma per paura. Paura del dolore, paura della propria reazione, paura di non essere mai come, paura di sentirsi meno di.
Ad essere incinta stavolta non è la figlia della cugina di terzo grado di tua madre, la vicina di casa di tua zia, la tipa che prende il bus con te, l'amica emigrata in America. Ad essere incinta è una tua cara amica d'infanzia, quella che insieme a te ha costruito tanti divertenti ricordi, quella senza la quale la tua adolescenza sarebbe stata un po' più piatta, un po' più grigia. Quella a cui vuoi un bene sincero anche se non la vedi spesso.
Io non la invidio, io sono felice per lei. Io non mi sento privata a causa della sua gravidanza di qualcosa che comunque non avrei avuto. E sono fiera di me.
Il punto, però, è che il lieto evento m'ha fatto riflettere su quella cosetta chiamata karma. Sì perché appena saputo io ho pensato solo che lei se lo merita perché ha sofferto tanto. A febbraio scorso ha perso il padre, si è tatuata il dolore sul braccio con la scritta papà e il segno dell'infinito. Non ha avuto la sua pacca sulla spalla quando ha comprato casa col suo compagno, quando ha iniziato a convivere. Ora però ha la sua luce.
Io no.
E mi chiedo perché, pure se so che non ha senso. Mi chiedo quando verrà il mio turno di tornare a sorridere. Mi chiedo dove sia la mia luce, quale forma prenda, se saprò riconoscerla dopo tutto questo dolore.
Perché lei se lo merita ma porcatroia me lo merito pure io.
E' per questo che l'incipit di questo post me lo dovrei tatuare, come ha fatto lei.
Non perdere di vista l'obiettivo, ognuno ha la sua strada, Princess. Niente confronti, niente ansie. Sii tu la protagonista della tua vita.
Certo che è lunghetta come frase, occhio e croce mi sa che l'avambraccio non mi basta.
Tutti i lunedì mattina mi viene da scrivere lo stesso patetico e deprimente post. L'antitesi dell'Inno alla gioia, una cosa melodrammatica e tristissima che al confronto la Celeste di Andrea del Boca perdonatemi il confronto ho avuto anche io una nonna drogata di telenovelas argentine era il ritratto della felicità. Se poi il lunedì mattina coincide col 15 p.o. (post ovulazione, per i non addetti ai lavori riproduttivi) la tentazione di gettarsi in lacrime tra le braccia del cioccolato Kinder è francamente irresistibile.
Sono al 15 p.o. e ho i crampi. Sono al 15 p.o. e ho la nausea. Sono al 15 p.o. e sono una cretina, perché ci spero. Perché io la panza non me la voglio bucare, vorrei solo vederla crescere. Perché ho paura. Perché dopo 'sto ciclo si fa sul serio.
Settimana scorsa, ricetta di SantoSpirito alla mano, sono andata da Negnente per farmi prescrivere il Gonal-f.
Allora ci si prova sul serio, eh?
E certo, perché fino ad ora avemo giocato.
Così pare, Doc.
Ma lo sai che ho visto più donne restare incinte con questa penna che naturalmente?
Carini 'sti Docs che infondono speranza, eh? Se non fosse che hanno sempre torto, 'nnaggia a loro.
Nel frattempo penso. Penso a quel tempo in cui beltà splendea negli occhi miei ridenti e fuggitivi, penso a quando non c'avevo un cazzo da pensare. E penso che nonostante non avessi un cazzo da pensare pensavo. Pensavo che se un giorno la vita m'avesse mostrato gli aguzzi denti, che se un giorno tutto quello in cui credevo, tutte le basi su cui i miei regali piedini si tenevano in equilibrio fossero crollate io, anzichè imparare a nuotare con l'acqua alla gola avrei cambiato stagno.
Piano d'evacuazione, abbandonare la nave. Sono la Schettino dei monti. O forse lo ero.
Sì perché adesso che non me ne va bene una, adesso che la basi son crollate, adesso che mi son fatta crescere le ali perché non ho nulla su cui poggiare i piedi, io mi ostino a restare. E volo basso. Raso terra.
E mi chiedo se non sia davvero arrivato il momento di abbandonare la nave. Di cambiare. Cambiare vita. Cambiare davvero.
Intanto mi sa che cambio taglio di capelli, che da qualche parte si deve pur iniziare, no?
Lavorare con la consapevolezza che tra 35 giorni feriali sarò a casa in panciolle a mandare curricula sperando che il miracolo di un lavoro di due anni e otto mesi consecutivi si ripeta è demotivante. Per quanto possa appassionarmi a nuovi progetti di cui non vedrò mai lo sviluppo l'insofferenza mi si legge in faccia. Collega C. mi parla di ultimo sforzo perfettamente ignara del fatto che il vero sforzo è non risponderle di traverso quando a mensa dice cose tipo io vi capisco perché guardo la televisione. Come se guardare la televisione fosse sufficiente a comprendere il disagio di una generazione di disillusi.
Oltre al danno d'esser nata a metà degli anni ottanta devo subire anche i consigli beffa. Il più gettonato è dovete fare la rivoluzione. A riempirsi la bocca di belle intenzioni sono spesso le stesse persone che mai rinuncerebbero alla loro fetta di beatitudine in nome di una causa comune. Dietro quel velo di ipocrisia si cela un disinteresse difficilmente dissimulabile in quelle quattro frasi fatte e che odorano di muffa.
Gli equilibri qui dentro stanno cambiando. Nuovi assetti, nuovi capi, qualche ritorno, altre funzioni. Io osservo il fiume che scorre seduta sulla sponda o, se preferite, seduta sulla banchina della baia, vicino a Otis Redding, immobile. Sarò già fuori di qui quando i cambiamenti ora in corso si sedimenteranno in consolidate abitudini.
Ricominciare è sempre difficile.
Per una volta C. ha ragione. Peccato che la frase fosse riferita a lei stessa, che non deve ricominciare proprio un cazzo di niente.
Laura Pausini la cantava. Toglietevi dalla faccia l'espressione di chi ha appena sentito l'olezzo di pesce marcio perché anche se siete dei fan sfegatati di Marilyn Manson e andate in giro con un occhio marrone e l'altro azzurro quella canzone non potete non conoscerla.
Leopardi ne era cosi ossessionato da esorcizzarla con una della sue massime se sei solo sarai solo tuo. Che é una gran bella intuizione per un pessimista cosmico, una concessione a se stessi di fare quel che minchia ci pare perchè non dobbiamo render di conto a nessuno.
Gianni Morandi la chiamava signora. In questo caso autorizzo la faccia schifata solo a quelli che non hanno avuto una madre che lo idolatrava tanto che sua figlia non ha mai avuto il coraggio di raccontarle quella storiella sulla coprofagia.
I metodi per boicottarla sono molteplici. La Sister, per esempio, che non ha ancora ben chiaro quale sia il suo ideale di uomo, passa di palo in frasca ammazzando i vuoti tra una storia e l'altra con incontri frivoli. L'importante è proiettare se stessi in un altro paio d'occhi. Verrebbe da chiedersi se è un eccesso o una spaventosa mancanza di autostima questo bisogno di essere qualcosa per qualcuno, sempre. Che sia una scopata o una storia da Titanic, bellissima e tragica perché destinata a naufragare, poco importa.
C'è chi la combatte, come l'amica B., innamorata da otto anni dello stesso uomo che la ricambia ad umori alterni. Unico modo che ha trovato per gestire il traffico delle sue emozioni, provate con altre. A B. fa da scudo, protezione, corazza. La ripara da altre storie di poco valore, come l'unica che ha conosciuto e che le fa da modello sbagliato. O lui o nessuno. Forse non le hanno detto che non è cosi che si sconfigge. Che deve essere una scelta, non un'imposizione dettata da scelte, sbagliate, di altri.
E poi ci sono le barche da porto sicuro, quelle che non son fatte per il mare aperto, tollerano al massimo qualche escursione a largo della costa.Poco importa se una bionda t'ha annebbiato il cervello, poco importa se i suoi occhi di notte ti ossessionano se le sue mani sono le sole che vorresti addosso. Il porto sicuro non si molla. Pure se è il porto de Ostia e il massimo che può offrirti sono le bancarelle della parte turistica. Troppo pericoloso affrontare l'oceano da solo anche se dall'altra parte c'è l'America. Sì, quella con la A maiuscola, mica quella del Mc Donald, delle Smarties e delle assicurazioni sanitarie, no no. Quella che cantava la Nannini che, almeno, aveva le palle di dire che lei se l'accarezzava da sola, la sua solitudine.
Il punto è che ci crediamo immortali e invincibili. Ci trinceriamo dietro a slogan logori e ipocriti come io ce la posso fare. Pensiamo di essere immuni allo stress, alla stanchezza, allo sconforto. Proiettiamo le nostre energie verso obiettivi pretenziosi, come la felicità. Come riaverla, soprattutto.
Tratteniamo il fiato e ci immergiamo, ignari, speranzosi ed equipaggiati per la battaglia, nel mare dei nostri problemi. Restiamo così, convinti di avere sufficiente aria nei polmoni, per tanto tempo. Troppo. Fino a quando non sentiamo bisogno d'ossigeno. Così iniziamo a riemergere, senza fretta, un po' per volta e impariamo a boccheggiare, facendo piccole scorte d'aria fin quando nemmeno quelle bastano più. E tiriamo fuori la testa, osservando la bellezza della terra ferma, del mondo che, imperterrito, è andato avanti mentre noi, sott'acqua, trattenevamo il respiro.
La mia boccata d'ossigeno è stata questa vacanza.
Non ho preteso nulla da me stessa, ho lasciato che fosse il mio corpo a dettar legge a decidere i ritmi ad assecondare i bisogni.
Ho spento la sveglia, pranzato a sera inoltrata, letto libri che da troppo tempo reclamavano attenzione e accumulavano polvere sul mio comodino.
Ho giocato coi sassi pensando a un piede piccolo, di una Lei. Io, che ho sempre fermamente creduto che mio figlio sarebbe stato maschio, con quella consapevolezza della ragione, ho invece visto l'esatto profilo e gli occhi tondi di mia figlia. Come se esistesse già. Come se stesse solo aspettando che sua madre le dia la possibilità di essere vergognosamente felice.
Mi sono goduta la lentezza. La simmetria dei sassi tondi su uno sfondo marittimo.