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mercoledì 24 aprile 2013

Crema e cioccolato

E va bene a volte succedono tutte a me, altre volte le faccio succedere. Avvocato, però, segnali al giudice che quella lì mi odia.

Quella lì è Polly, alias la mia macchina, anche se credo la rottamerò prima di sentirla davvero mia. E' l'auto che avrebbe dovuto favorire la mia riconciliazione con la guida, l'asfalto, i semafori, i clacson. Invece mi rema contro, 'sta maledetta. Ieri, per esempio, quando sono andata a girare la chiave mi ha mandata affanculo e ha fatto pure una pernacchia. L'ho sentita bene, sì sì. Tutto perché ho lasciato i fari accesi tutto il dì, suvvia, che sarà mai? Non pensate anche voi che la tipa sia troppo permalosa?

Il peggio è che non si è ripresa. L'intervento a cofano aperto con tanto di trasfusione di elettricità dalla macchina del tipo della stazione di benzina, gentilmente prestatosi a fare da chirurgo, le ha fatto lo stesso effetto che i fermenti lattici hanno fatto al mio colon irritabile. 'Na beata minchia.

Così anziché cedere alla disperazione ho deciso di consolarmi con l'unica cosa che sa mettermi di buon umore: lo zucchero. Ho invitato A. a prendere un gelato, ci siamo seduti su una panchina e abbiamo chiacchierato mentre i palazzi di Roma si coloravano di quella luce dai toni arancio che è solita apparire in primavera, verso le 6 del pomeriggio. Datemi pure della superficiale ma quella luce è uno dei motivi per cui pianterei baracca e burattini per trasferirmi in città.

Se Polly fosse ripartita io sarei tornata a casa, mi sarei fatta uno shampoo, pittato le unghie, preparato la cena e poi avrei ricominciato a pensare a tutto quello che non va, quello che non ho, quello che devo fare e che non voglio fare.

Mi sono resa conto di quanto mi manchi la vita presa alla leggera. Quella in cui non pensi alla bolletta del gas, a SantoSpirito, al calcolo dell'ovulazione, alla macchina che non va, alle multe da pagare, alla gastrite, al lavoro.

Mi hanno detto che è normale, che è così che si cresce. Mi sa che allora non volevo crescere. M'hanno dato una sola.

sabato 30 marzo 2013

Donne e motori. Stereotipi e dolori.

Quando l'USI mi ha comunicato che nel giorno che commemora la resurrezione di nostro Signore casa nostra sarebbe stata invasa da tutta la sacra corona unita, tredici persone in tutto di cui uno simpatico come un calcio in culo con rincorsa, ho sentito l'impellente bisogno di un paio di scarpe nuove. E un maglioncino color melanzana. E uno smalto fuxia. E una collanina con pendolo a forma di gatto.
Quindi dopo il lavoro sono andata a fare shopping. Schiava del capitalismo che non sono altro.

All'uscita dal centro commerciale quell'inquietante spia a forma di pompa di benzina ha iniziato a lampeggiare. Dopo km 15, nel disperato tentativo di attirare la mia attenzione, è diventata fissa. Ed io, che ho fatto dell'arte di rimandare fino a quando diventano improcrastinabili le azioni che mi risultano scomode uno stile di vita, ho saltato numero 2 benzinai perché tanto c'è quello sull'A24. 

Prava pampina itiota, direi a me stessa, col senno di poi.

Il mio machiavellico piano avrebbe funzionato alla perfezione se non fosse che, distratta da una comunicazione telefonica, anzichè girare verso l'area di servizio ho preso l'A1.

Da un minuto all'altro mi sono ritrovata persa.

Persa senza benzina.

Persa senza benzina sull'Autostrada del Sole.

Persa senza benzina sull'Autostrada del Sole con una chiamata dell'USI in arrivo.

Ciao Princess dove sei?

USI ehm... ecco... io, come dire, avrei fatto una principessata

Vi risparmio le parolacce. Dopotutto ho il sangue blu, santocielo.

La prima uscita dal nome amichevole, raggiunta, suppongo, grazie all'accoppiata carezzine ruffiane sul volante e frasi zuccherose tipo amore mio ce la puoi fare, ho fiducia in te rivolte alla mia Polly, mi ha catapultata dritta dritta sul set di Jack lo squartatore, il ritorno. In 3D. Stazione di servizio deserta, poco illuminata, rumore di lamiere cigolanti.

No panic, penso, faccio benzina e me ne vado. Poi cerco di capire dove minchia sono e come faccio a tornare a casa.

Incenua pampina itiota.

Polly è una tipetta stronza, sapete. Deve aver pensato non l'ho fatta perire da sola sull'A1 senza benzina, è sufficiente per oggi, perché il fottuto tappo non si apriva. A nulla sono valse le istruzioni telefoniche di un marito rassegnato a farmi da badante, meccanico e navigatore satellitare. Stavo per arrendermi ad un aspettami lì, chiuditi in macchina e non muoverti, vengo a prenderti quando è arrivato lui. Il mio salvatore. La colombella pasquale. Il ramoscello d'ulivo. Tale Raffaele che ha esordito con sono passato due volte ed eri sempre lì, ho pensato fossi in difficoltà. Gratidutine infinita. Se avete bisogno di un'immagine che racchiuda il concetto posso farvi avere un'istananea che riproduce la mia espressione in quel momento. Il tipo non mi ha solo aperto il tappo. Mi ha fatto benzina. Perché io, ormai col cervello in pappa, manco sono stata in grado di far funzionare la macchinetta del self service. Dubito avrei centrato il foro del carburante. Sono andata via che ancora gridavo grazie grazie grazie dal finestrino.

Trovare la strada per tornare a casa è stata la cosa più semplice.

Ammettere di incarnare alla perfezione lo stereotipo della femmina al volante è stata davvero, davvero dura.

venerdì 15 marzo 2013

Virginia

Virginia ha 20 anni, un corpo florido, una testa piena di riccioli biondi e due occhi azzurri su un viso tondo.
Ci scambiamo un comunissimo ciao per strada e quando, nel Febbraio del 2012, la neve ci sommerse, io e la Sister le prestammo lo slittino e ci gustammo la scena di lei che rideva come una ragazzina, come se avesse 10 anni, mentre scivolava tenendosi alle spalle del nostro amico G.

Le nostre interazioni si fermano qui.

Virginia ha avuto un brutto incidente. Le ruote della sua macchina non hanno fatto presa su una lastra di ghiaccio impedendole di fermarsi allo Stop tra la via del paese e la statale.

La prima cosa che ho pensato è che anche lei deve aver sentito quel rumore, quello della gomma che stride, come se cercasse di aggrapparsi e invece no, non lo fa. Non lo dimenticherà facilmente.

Virginia è stata travolta da un'altra auto. Ha sbattuto forte testa e naso e ha un brutto taglio sul braccio sinistro. Cinquantotto punti.

Ed io ho pensato ai miei soli cinque, sotto il labbro. A quanto ci hanno messo a ricucirmi, un tempo infinito. E che il suo deve essere stato molto, molto più lungo.

Virginia, grazie a Dio o a chi per lui, non ha riportato danni permanenti. TAC e radiografie sono negative. Come le mie. La mamma parla di miracolo e le ha messo un santino nel portafoglio. Come la mia, che ha appeso una corona sullo specchietto di Polly. La stessa che, tra l'altro, era su Clear e che lei ha voluto a tutti i costi salvare.

Virginia, però, dall'incidente non esce più di casa.

E siccome in un paese Virginia è parte della tua famiglia, anche se le dici solo ciao e una volta le hai prestato lo slittino, la mamma, che ovviamente sa della mia esperienza, così simile alla sua, mi ha chiesto se potevo andare a dirle due parole. Perché tu hai reagito così bene. E io volevo dirle signora credo proprio sia stata male informata ma poi mi sono fatta coraggio e sono andata a trovare Virginia. Anche perché Mina in versione buona samaritana mi avrebbe diseredato dei suoi pochi averi se non ci fossi andata.

Lei era seduta sul divano e guardava Real Time. Ho pensato che con una che si vede Real Time sarei entrata subito in sintonia, avrei avuto gioco facile.

Così è stato.

A Virginia ho detto tutto. Ho detto cose che non avevo raccontato a nessuno. Ne all'USI, ne a Mina, ne alle Sisters, ne ad A., ne alla Zia Santa. Perché proprio le persone che ti sono più vicine tendono ad evitare domande precise sul come è successo credendo, e forse a ragione, di farti male. Il loro affetto lo dimostrano prendendosi cura di te, viziandoti, incoraggiandoti, rimettendoti in piedi. Ma non chiedono. Anche se incitati, anche quando magari tu avresti pure voglia di raccontare i dettagli per esorcizzare la paura. Con una persona che ha vissuto un'esperienza simile, invece, sei legittimata, autorizzata, invogliata. Sei senza pudore. Perché lei sa. Perché lei ha vissuto quello che hai vissuto tu, non hai paura di scandalizzarla, puoi liberati.

Così le ho raccontato di come la macchina sia impazzita. Del primo impatto a destra e della botta, fortissima, a sinistra, contro il guard rail. Le ho raccontato di aver pensato solo a lui, mio marito. E che se non avessi avuto la prontezza, l'istinto, l'idea di sterzare per evitare un impatto frontale, forse, ci sarei rimasta secca. E che non ci posso nemmeno pensare, al fatto che ci sarei rimasta secca.

Le ho raccontato di come fossi certa di non avere nemmeno un graffio, la botta sul finestrino nemmeno la ricordo e del conseguente stupore nel vedere la mia faccia piena di sangue. Di come, in quel momento, il mio cervello si sia messo in moto da solo, spinto forse da un istinto innato e primordiale alla sopravvivenza e mi abbia indotto a controllare. A controllarmi. Due dita in gola per vedere se il sangue venisse da dentro. Un altro dentro le orecchie. Verificare che le gambe si muovessero, che non avessi sbattuto lo sterno contro il volante. Che ragionassi. Scendere e verificare che riuscissi a camminare lungo una linea retta, muovere le dita delle mani. E poi telefonare. E rassicurare tutti. Mentre un fazzoletto bagnato contro il naso si colorava di rosso.

Le ho raccontato della prima volta in cui ho rimesso le mani su un volante. Pioveva, mio padre mi era seduto vicino e io avevo ancora un occhio nero e la faccia gonfia. E della prima volta in cui ho guidato di nuovo da sola, su quella stessa maledetta autostrada sentendo di avercela fatta solo per essere arrivata a lavoro, con le mani sudate e le dita intorpidite dal modo in cui stringevano il volante. Un modo innaturale. Di una che ha paura.

Perché la paura non passa dopo la prima volta che ti fai coraggio e guidi di nuovo. Col cazzo che passa. E a Virginia ho detto pure questo. Perché io ci penso, ogni volta. Ogni fottuta volta che poggio il culo su un sedile penso all'incidente. Ma penso pure sia normale.

A Virgina, poi, ho detto anche che la paura, certe volte, sconfina. E passa da una macchina, da una strada a tutto il resto. Perché non è sempre vero che dopo un evento del genere una persona si dia alla pazza gioia e apprezzi ogni minuto perché capisce il significato della vita. Questo, forse, viene dopo.
All'inizio capisci solo il significato della morte. Ti rendi conto di quanto sia facile, morire. E hai paura che torni a minacciarti, di nuovo, magari con un canale diverso.

Poi però passa

Davvero?

Certo, ma tu datti una mano. Anche piccola. Inizia e poi il corpo lavorerà da solo. Sennò finisce che non esci più di casa

Che vi devo dire, non sarò Freud e manco ci aspiro, io sono quella che sta sdraiata sul lettino, dalla parte dei matti ma certe volte un'esperienza condivisa è meglio di una seduta da uno bravo.
Virginia mi ha fatto il the e il giorno dopo mi ha detto ciao. 
In piazza, sotto un bel sole.


martedì 5 marzo 2013

L'anziano burlone e il rimorchiatore seriale

Ieri notte qualcuno, a mia insaputa, deve aver appeso alle mie spalle un cartello con su scritto:

Prenditi gioco di me e/o rimorchiami sull'autostrada

Son uscita di casa in vergognoso ritardo e mi sono fiondata in macchina a velocità supersonica sbattendo la portiera senza nemmeno guardarmi intorno. Mentre mi passavo il burrocacao sulle labbra perché va bene il ritardo ma una Princess non va a lavoro con le labbra screpolate ho avuto la sensazione che qualcuno mi stesse osservando. Mi sono voltata e un attimo prima che venissi colta da aritmia cardiaca ho realizzato che il faccione paffuto, rugoso e sorridente spalmato sul mio finestrino apparteneva al papà del mio vicino di casa, di età compresa tra i centodue e centoquindici anni, noto alla forze dell'ordine per essere scappato dall'abitazione del di lui figlio alle tre di notte, in pantofole, pigiama e vestaglia adducendo la seguente motivazione:

Volevo farmi un quartino al pub

"Buongiorno!", dice
Buongiorno un par de struffoli, n'altro po me ammazzi, penso
"Buongiorno!", dico
"Hai la ruota a terra"
Ma porcazoccola
"Oh no, davvero?"
Lui se la ride e risponde "no, stavo scherzando!"
Malimortaccitua
"Ah, simpatico!"

Ho girato la chiave e fatto manovra pensando che essere coglionata da un centoquindicenne burlone fosse un modo davvero originale di iniziare la giornata senza sapere che il peggio sarebbe dovuto ancora arrivare.

In autostrada, facendo appello a tutto il mio coraggio post-traumatico e spinta dal pensiero della faccia con cui mi avrebbe accolta il capo quando avrei varcato, in ritardo, la soglia dell'ufficio, decido di sorpassare un camion.

L'autista inizia a lampeggirami.
Cazzo vuole questo?, penso
Suona due volte il clacson e io, da persona fredda e razionale quale sono faccio una cosa intelligente: mi impanico.
Ci dev'essere qualcosa che non va
Controllo che nessuna spia lampeggiante si fosse accesa, che dal cofano non uscisse fumo, che il volante non tirasse a destra o sinistra.
Il tipo tira fuori il braccio dal finestrino e mi fa segno di accostare.
Porca zozza è la macchina. Oddio, vuoi vedere che il vecchietto mi ha fatto la supercazzola? Avevo davvero una gomma a terra e mi ha detto che scherzava perché mi vuole morta. E' un attentato!
Così metto la freccia, accosto su una piazzola di sosta e con gli occhi da Lemure del Madagascar, resto a fissare lo specchietto retrovisore e l'autocarro che si piazza dietro di me.
Dal camion scende un omaccione con capello riccio, unto e lungo, cerchi d'argento su entrambi i lobi delle orecchie, camicia aperta sul petto con pelo masculo in bella vista, catena d'oro. Praticamente gli mancava solo la panza per incarnare perfettamente lo stereotipo del camionista violentatore seriale.

"Qualche problema?", dico
"No è che me sembravi 'na faccia vista. Ce conoscemo?"
Fortunatamente no, penso
"Direi di no", dico
"Piacere Francesco" dice mentre mi porge la mano callosa
Di un nome falso, di un nome falso
"Piacere Princess"
Maledetta idiota
"Se annamo a prende un caffè?"
Certo, così poi mi sevizi e lasci i miei resti nel cesso dell'Autogrill
"No guarda sto andando a lavoro e sono in ritardo. Ciao"
"Allora lasciame il cellulare"
Te lascio un calcio nelle palle se non te levi subito
"Senti, mi dispiace sono sposata. Ciao"
"Te lascio il mio"
Machiteseincula?
"Non lo voglio, grazie"

Sono arrivata a lavoro in modalità scampata, again, da morte certa sull'A24 e il Capetto, ascoltato il mio racconto, mi ha dato dell'ingenua deficiente. Per una volta credo avesse ragione.