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mercoledì 8 gennaio 2014

Casalinga in carriera

Ieri sera ho rivisto l'allegra combriccola ex lavorativa. Tutti insieme appassionatamente intorno ad un tavolo tre metri per uno. Io, ovviamente, unica donna ma dopo quasi tre anni di lavoro a netta prevalenza maschile non mi faccio più spaventare dall'abnorme tasso di testosterone che mi circonda né dalle allusioni e dalle battute taciute per un immotivato finto pudore. La parità sarà raggiunta quando non dovremo più sentire cose come non lo dico che c'è una signora.

Mi sono messa in tiro. Tacco 12, smalto rosso, rossetto in tinta e capello piastrato, perché m'avranno pure tolto il mio lavoro ma nessuno può mettere Baby in un angolo. Se me lo dico da sola vale?

Rivedere i volti di ex colleghi vuol dire immergersi per una sera in una realtà che non ti appartiene più e più t'apparterrà. A mancarmi non è tanto la sveglia all'alba, i km in macchina, le telefonate, le mail e i cetrioli. Sono i rapporti umani.

Intanto mi sono riciclata come casalinga maniaca dell'ordine e del pulito. Ho lavato i vetri, i pavimenti, fatto brillare i cessi, diviso i capi della cabina armadio per colore. Non mi è dispiaciuto. Dopotutto un lavoro che mi costringeva fuori casa per 12h al dì non mi ha mai permesso di dar sfogo alla femmina con bigodini e pattine che è in me.

Ma, mi chiedo, che succede adesso? Adesso che non ho piatti sporchi e calzini da rammendare? Adesso che me ne faccio del tempo in avanzo? Della mia inespressa iperattività?

Adesso, io, che minchia faccio?

lunedì 23 dicembre 2013

Lasciare

Il mio badge è storto. Lavoravo per questa società da due settimane quando lo lasciai inavvertitamente sul cruscotto della mia Clear. Il calore del sole lo deformò.
All'inizio non lo cambiai per pigrizia, nonostante A., Capetto, collega C e tutto il cucuzzaro mi esortassero a farlo ogni volta che me lo vedevano al collo, poi mi affezionai. Per farlo passare nel tornello occorre esercitare una lieve pressione con indice e medio, una scocciatura agli occhi di tutti ma a me, in fondo, piaceva dire aspetta te lo passo io che questo vuole la mano del padrone quando qualcuno dei consulenti, dimenticatosi il suo, me lo chiedeva in prestito per passare.

L'ho riconsegnato oggi in portineria.

La mano ha tremato un po'.

Questo è stato il mio ultimo giorno qui.

Ho portato via con me Oronzo e i suoi nuovi amici GufA, Orange e la principessa Aurora, i CD di Photoshop e del corso di fotografia, le scatoline di liquirizie che ho riciclato come portapillole so' anziana inside, I know, le bacchette cinesi per incapaci, dotate di molla, regalo di L., il mio cactus e il suo messaggio subliminale, velato ma non troppo.

Vorrei che questo ciao fosse facile. Come quello che si dice il primo giorno, quando ancora non conosci nessuno, quando sei poco meno di un'estranea, quando non sai cosa ti accadrà, chi incontrerai, come ti troverai. Un ciao carico di belle speranze e grandi aspettative.

Non è facile, invece. Per niente.

In questa gabbia di marmo, cemento e luci al neon ho passato due anni e otto mesi della mia vita.
Qui lascio MC e le sue frasi da cinquantenne allupata che a me, però, facevano ridere. Lascio la sua risata, i suoi limoni e le sue ansie da mamma come quel non correre per strada, copriti oggi, mangia che sei sciupata e della dieta tu non hai bisogno, però dovresti fare un po' di sport pigrona.
Qui lascio I, la sua voce stridula, i suoi cappelli coi pennacchi, le foto delle sue vacanze, i suoi consigli sulla moda che non mi sognerei mai di seguire.
Qui lascio V, i suoi ah stronza , le pernacchie con dietro l'AD, la sua voce nasale, le battute da terza elementare e i grazie ruffiani, scritti sulle mail a caratteri cubitali.
Qui lascio il suono dei miei tacchi sui marmi dell'ingresso principale, il bottone sbagliato dell'ascensore, i caffè e i taralli pugliesi del distributore, le scale di ferro di fianco la mensa, la pizza del mercoledì, le tapparelle chiuse delle finestre, il rumore del treno che passa a pochi metri dal mio ufficio, le grida di Capetto, i segni sul muro delle mie forcine per capelli, i buondì canori

Qui, soprattutto, lascio il mio personalissimo pezzetto di cuore, a cui proprio non riesco a dirlo, questo ciao.

venerdì 18 ottobre 2013

A dicembre

E' vestito casual, come tutti i venerdì. Una t-shirt bianca col logo della Ducati, jeans e un paio di scarpe da ginnastica old style, di quelle senza fronzoli, care a chi lo sport lo pratica per piacere di fare sport.

Guarda spesso il pavimento, fa pause, prende tempo, cerca le parole giuste. Peccato in questi casi non ci siano. Chissà se avrà fatto qualche corso per imparare a comunicare le brutte notizie, in questi tempi bui sono convinta che esistano.

Non la tira molto per le lunghe, non allarma e non rassicura. Prepara. Prepara all'eventualità peggiore, che a ben pensare è anche la più probabile.

Il savoir-faire di Capo-Intermedio non tradisce se stesso nemmeno in queste occasioni. Sarà l'accento veneto o il sorriso accennato.

Io me ne sto zitta, schiena al muro e mani nelle tasche. Io non m'aspettavo che durasse per sempre, io ero stata avvertita, ero pronta. Io sono abituata alla precarietà, ai cambiamenti, a oggi ci siamo domani chissà. Il vantaggio di esser parte di una generazione di sfigati, una generazione che ha visto morire le proprie illusioni a pochi mesi dall'aver ottenuto il pezzo di carta che in altre ere, forse, avrebbe garantito un posto in paradiso, una generazione di sfruttati, di stagisti pagati poco o niente che si sentono pure in dovere di dire grazie perché lo stage fa curriculum, è che non si da mai nulla per scontato, è avere una corazza che ti protegge da botte simili. Una corazza chiamata consapevolezza. Quella che manca a chi ha qualche decennio più di me, moglie, figli e mutui.

Io ho pensato a loro, prima ancora che a me.

E poi ho incrociato gli sguardi. Quello di M, quello di A. Ho pensato alla fetta di vita che abbiamo condiviso, ho pensato ai contatti sterili tra gli ex colleghi, ho pensato che è triste.

Il cursore sul mio CV lampeggia interdetto. Sembra quasi dire non è possibile! ci risiamo? ma stavamo così bene qui! 

Poco meno di 90 giorni e poi chissà. O forse si sa, si sa già ma non si dice.

Dalle mie parti quando qualcuno si ammala di cancro nessuno dice sai che Tizio ha il cancro? Sarebbe come chiamare il diavolo per nome, come invocarlo, come risvegliarlo. Il cancro è banalmente chiamato il male. Tizio ha il male, si dice. E' un modo per esorcizzarlo. Non chiamarlo col proprio nome, banalizzarlo, ignorarlo.

Io esorcizzo la paura della disoccupazione chiamandola col nome dell'ultimo mese che, probabilmente, passerò qui: dicembre.

Ti sei intristita Princess, a che pensi?

A dicembre.

venerdì 4 ottobre 2013

Due piselle in un baccello

Mia mamma s'è trasformata in collega C.

E' su di lei che per tre giorni ho proiettato il celebre rapporto simbiotico oggetto delle mie riflessioni da pazzoide con Sciattaman. Sì perché quando sei l'ultima stella dell'Orsa funziona più o meno così:

Fase 1:
C. decide autonomamente di prendersi in carico una gatta da spelacchiare e lascia a me ed M. tutto il lavoro ordinario.

Fase 2:
C. si rende conto che la gatta è davvvero troppo, troppo pelosa e visto che ha richiesto una ceretta integrale che vi devo dire è una gatta dalle ampie vedute C. ha bisogno di una di noi. Una di noi è io.

Fase 3:
C. realizza che la cosa è più complessa del previsto. Coinvolge sistemisti, informatici, KGB e Jesus Christ Super Star nel vano tentativo di risolvere imprevisti imprevedibili e irrisolvibili.

Assisto alla nascita di teorie fantasiose, dispute tra gente urlante, risatine nervose, voci tremanti, crisi esistenziali, aggiornamenti di sistema, neologismi. Contribuisco alla creazione di settordici versioni dello stesso file HTML, all'invio di milleduecentocinquantotto mail di prova con oggetto test1, test2, test alla n fratto tre. E leva il tag e metti il tag e allungaje 'e gambe, aristendije 'e gambe, aritiraje 'e gambe, aricoprije 'e gambe... io jee tejerei quelle gambe!
Tutto sempre appiccicata a C.

Ho vissuto appollaiata sul suo desk, mangiato le sue caramelle, risposto al telefono a suo marito, mandato mail per suo conto, prestato un assorbente. Quando ha bevuto per sbaglio dalla mia bottiglietta da mezzo litro ho smorzato la sua mortificazione con un dai C., fa conto che avemo pomiciato. L'ho sentita chiaramente dire un paio di volte non mi lasciare. Dopo 36h di convivenza forzata e lavoro massacrante di quelli che se una cosa può andare bene o male è inutile scommettere: andrà male alle sette di ieri pomeriggio la situazione si presentava più o meno così:

Princess in ballerine, gambaletto antistupro color carne, maglietta fuxia macchiata di mais sì il mais macchia, capelli sporchi, trucco colato, smalto sbeccato, baffetto in ricrescita e non voglio parlare dei peli sulle gambe sedeva su una sedia girevole, a gambe larghe, ignorando i dictat imposti dalla sua proverbiale innata eleganza, mangiando i cookies tossici del distributore senza curarsi delle briciole che, la sera a casa, avrebbe trovato finanche nelle sue mutande.

Ciao, reputazione, ciao.

martedì 10 settembre 2013

50 sfumature d'ufficio

Ve lo ricordate no? Mr. Grey, dico. Quel pervertito maniaco possessivo con una cifra di turbe psichiche. L'uomo capace di trombare 10h di fila senza che i suoi capelli sempre perfetti si scompisciassero un tantinello. Il sogno di ogni vagina di mezz'età. E pure di quelle ciovani, diciamocelo.

E lei? Ana, nome che è tutto un programma. Un programma zozzo. Ingenua verginella che dopo tredicotre incontri hot col tizio dalle 50 sfumature di coloreacaso potrebbe essere assunta da Tinto Bras come controfigura di Cicciolina.

Bene. I tre libri tutti vergognosamente uguali diventeranno un film.

Quale occasione migliore per affrontare l'argomento sesso, a mensa, col collegame femminile over 50? Che poi si sa, 'na cosa tira l'altra e ci si ritrova al caffé a parlare dei cazzi propri. In senso figurato, maligni che non siete altro.

Viene fuori l'argomento uso-non uso dei sex toys. Quasi tutte le persone interpellate ne posseggono uno ma non l'hanno mai usato e quasi sempre è un regalo di qualche amico, collega, fratello buontempone che con la scusa di fare il simpatico-emancipato invia al ricevente il più classico dei messaggi subliminali: tromba di più e incazzati di meno.

Non essendo una grande esperta di oggettini della felicità ho chiesto informazioni riguardo l'uso e consumo di tale anello vibrante. Presente ricevuto in altre ere geologiche da collega C.

Ah e che ne so' io come se mette

Ma scusa non l'hai mai usato?

Ma no! E sai perché? Me viè da ride. E se ridi in quei momenti è finito tutto.

C'ho pensato su. E mo' non lamentatevi eh, che sennò ricomincio a parlarvi delle mie ovaie. Sono arrivata alla conclusione che C. ha ragione. Se ridi è finito tutto. Datemi voce calda, mani forti, sguardi intensi. Se poi riuscite a usare un vibratore a forma di paperella senza che il vostro momento perda pathos e intensità tanto di cappello.

Perchè il sesso è 'na cosa seria.

Oppure no?

mercoledì 14 agosto 2013

Veniamone a Capo

Essere al livello meno uno dell'organigramma aziendale, in una casellina assai precaria, una di quelle che potrebbe sparire con un sommesso puff da un giorno all'altro senza che molti ci facciano poi tanto caso o ne piangano la repentina scomparsa è cosa assai avvilente ed è anche il motivo per cui il cursore sul curriculum vitae, che pretende di schematizzare la tua personalità seguendo un modello europeo, è sempre attivo e il .doc o .pdf sempre pronto all'invio.

In questo contesto nse butta via gnente, come si fa col porco (scusate il paragone ma sì sa che le origni campagnole son dure a morire). Ogni proposta di arrotondamento, collaborazione, attività extra-lavorativa viene accolta come manna dal cielo. Accettata senza soffermarsi troppo a chiedersi se ne valga davvero la pena, se un ulteriore impegno non gravi troppo sul proprio equilibrio mentale già seriamente debilitato, se il rapporto impegno-retribuzione sia bilanciato. La risposta all'ultimo quesito è sempre no. Ovvio. 

Perchè è sempre meglio tenersi aperte diverse strade. Perché c'è crisi. Perché vuoi metter su famiglia. Perché la pensione la mia generazione la vedrà solo nell'alto dei cieli alla destra del Padre. Perché, semplicemente, a volte ritornano.

A tornare, nel mio caso, è stato Mr S., l'occhialuto e paffuto direttore responsabile del giornale locale per cui ho lavorato per due anni. Mi ha chiamata domenica mattina chiedendomi come stesse mio figlio. Dopo averlo mandato mentalmente affanculo e aver cercato invano di non farlo sentire troppo in imbarazzo per la palese gaffe ho alzato le antennine nel tentativo di capire bene cosa diavolo volesse da me. 

Lavoro. Urrà.

Lasciai quella redazione per un posto di pregio nella funzione Comunicazione Interna di una grande azienda. Stesso stipendio, 400mila ore di lavoro settimanali in più. Lasciai quel posto per questo e non lascerei questo per nulla al mondo. 

Messo in chiaro ciò Mr S., a passo di gambero, mi ha proposto una collaborazione autonoma. Lavoro da casa, dal mare, dalla montagna, dal mio ufficio, da dove cazzo voglio. Gestisco un inserto di poche pagine in cambio di qualche euro al mese che mi permetterebbe di ammortizzare il costo dell'A24 e della benzina. 

Mica male, penso.

Ho accettato.

Così ora avrò due Capetti.

Uno che mi da torto a prescindere da quello che dico per poi fare quel che propongo senza passare al vaglio delle scuse o dell'esame di coscienza. 

L'altro che mi da ragione a prescindere da quello che dico per poi fare quel che minchia gli passa per la capa.

Un dubbio atroce mi assale. Li trovo tutti io o tutti i capetti son pazzi furiosi?

giovedì 11 luglio 2013

Iniziare bene VII

V. sta incazzato perché dice che questa mail non è stata lavorata

V. ha detto una cazzata perché la mail a cui si riferisce riguardava il sito Y ed è stata lavorata immediatamente. Riguardo al sito X non è arrivata richiesta alcuna ergo non è stato fatto nulla fino alle 6 del pomeriggio ora in cui dall'alto si sono resi conto che mancava una comunicazione sul sito X e hanno finalmente mandato la mail di richiesta. Basta leggere la posta per capire come è andata.

Il processo non funziona

Non è vero. L'errore è stato di chi non ha mandato la mail, non certo il nostro. Non abbiamo responsabilità sulle decisioni su cosa pubblicare o meno. Se non mi arriva una richiesta io non pubblico.

Ora chiamiamo il Capo-Intermendio

Breve spiegazione sull'andamento dei fatti. Vengo interrotta.

So tutto. Quelli se so' dimenticati di mandare la mail, Dott. V. ha fatto confusione e non deve permettersi di aprire bocca e dargli fiato. Voi lavorate benissimo. Semplicemente non date peso a quel che dice Dott. V., usate i filtri con certe persone. Il vostro referente sono io. Io so come sono andate le cose. Apposto così.

God bless Capo-Intermedio

Vedi? Tutto si risolve, hai sbollito la rabbia?



In realtà te vorrei prende a calci ma ho il contratto in scadenza, Capetto.


mercoledì 3 luglio 2013

Cose boccaccesche


Questa mattina dopo il consueto caffè con Capetto e fedelissimi, fuori l'ufficio, col fresco delle 8, si parlava di zoccolaggine. Tanto pe dì na cosa nova, che altrimenti qui ci si annoia. Del resto il pettegolezzo aziendale è un must have della stagione estiva. E pure delle altre tre, a dirla tutta.

Oggetto delle nostre lingue biforcute era miss biondo che fa felice il mondo rea, secondo Capetto, di aver elargito la sue poche e malfatte grazie con estrema generosità a tutti i masculi con pelo sullo stomaco dell'azienda, quelli che ogni buco è trincea, per capirci.

 A., che in rari e sporadici casi riesce ad essere anche più stronzo della sottoscritta, mi ha sorpreso con la seguente frase: ma no, lei non è zoccola. 

Poi si è ripreso aggiungendo : ma solo perché...

Ed io, che di mattina ho i filtri azzerati, col cervello che cercava invano di metabolizzre i benefici effetti della caffeina ho pensato bene di palesare il mio stato di nobile completando la sua frase così: ... perchè non trova nessuno che glielo da.

Alla parola nessuno il mio organo preposto al pensiero s'è svejato, con più calma del Marchese del Grillo.

Che cazzo stai a dì? Fermati, idiota! Non puoi mica dire 'ste cose davanti a Capetto, che poi ti perculerà a vita o ne approfitterà per giustificare le sue sboccataggini omofobe.

Troppo tardi.

Scusa cervello, oggi ha vinto parola.

Ovviamente il mio intervento ha suscitato stupore e ilarità e io sono tornata in stanza pensando che la compagnia de 'sti due sta seriamente compromettendo il mio già provato senso della misura e della sobrietà.

giovedì 13 giugno 2013

Quello che i precari non dicono

Essere precari non vuol dire soltanto programmare la propria esistenza un semestre la volta o posticipare l'acquisto del divano IKEA a dicembre sperando di avere ancora un lavoro o programmare le vacanze con 15gg di anticipo perché chi lo sa come sto messa ad agosto.

Essere precari vuol dire vivere in una perenne condizione di sudditanza psicologica che trova giustificazione nella minaccia manco troppo velata: se mi fai girare le sfere del drago ti caccio, quindi fai pippa nelle situazioni in cui vorresti rispondermi male o tirarmi un calcio in faccia.

Per esempio le colleghe A e B, quelle che non possono proprio fare a meno di istigare me ed M. alla prostituzione, non perdono occasione di ricordarci la nostra pietosa condizione prodigandosi in consigli non richiesti e terribilmente scontati tipo: io, fossi in voi, inizierei a guardarmi intorno che qui, ragazze mie, l'appalto è in scadenza e la vostra società la vedo male. E poi non vorrete mica finire come noi, murate vive qui dentro.

E tu pensi: sì, porcazoccola, io voglio finire esattamente come te. Voglio lavorare 25 anni per la stessa azienda e non essere costretta a fare e disfare progetti alla velocità della luce, roba che potrei iniziare a viaggiare nel tempo, tornare al tuo anno di nascita e prendere a pizze tua madre la sera che t'ha concepita. E lo so che a dicembre ce ne potremmo andare tutti a casa non me serve certo un promemoria delle mie sfighe. 

Ma dici: certo che ci stiamo muovendo ma sai non è facile trovare un nuovo lavoro in questa situazione

Ma no - afferma candidatemente A - le crisi sono grandi occasioni, sapete. 

Certo, e tu, di preciso, quando l'hai persa, l'occasione de annà a fanculo?

Lo so, lo so. Sono un po' cattivella ma una Princess buona non s'è mai vista e poi sono reduce da una pseudo-conversazione con Capetto, tenutasi pochi istanti fa.

L'esordio: Questo lavoro mi fa cagare. Ma perché voi non lo cambiate? Siete così giovani.

Perché non credo ne troveremmo un altro con tanta facilità e per quanto mi riguarda questo lavoro mi piace. Il mio problema non è il lavoro in se ma la precarietà.

Ma che cazzo dici, questo posto è pieno di teste di cazzo

Una, per esempio, potresti essere tu. C'hai mai pensato, Capetto?

Quelle sono ovunque, Capetto

Quando avrai la mia età mi darai ragione

Ma su cosa, di preciso? Ecco che ricominci a parlare del nulla spaziale 

Resto in silenzio

Che vita di merda firmare il contratto ogni sei mesi

Ok, Capetto, mi stai prendendo per il culo, è chiaro. Altrimenti non si capisce come tu possa affermare una cosa del genere dall'alto del tuo contratto indeterminato, del tuo fancazzismo galoppante e della tua memoria labile. Perché forse ti stai dimenticando che mi stai facendo firmare il contratto MESE PER MESE.

Hai ragione è una vita di merda. Eppure la sai una cosa? La tua non la vorrei.

martedì 14 maggio 2013

Il prezzo del potere

Avere l'amante. Questa è una delle imprescindibili condizioni che un uomo di potere deve rispettare per essere considerato tale e ritagliarsi il suo personalissimo spazio di gloria e rispetto.

Usare la vagina. Questa è una delle imprescindibili condizioni che una donna deve rispettare per far carriera e ritagliarsi il suo personalissimo spazio di potere e influenza.

Non tacciatemi di qualunquismo o fatelo pure se vi aggrada ma non venite a dirmi che non è vero.

E voi, miei adorati pene muniti, non sentitevi messi alla forca, come sovente accade quando si tratta questo argomento, dalla solita femminista coi baffi e le espadrillas. Non è il mio caso. Le espadrillas mi fanno cagare e ho fatto della lotta al pelo superfluo una questione di principio.

Stavolta io ce l'ho con le mie colleghe. Quelle conscie di avere tra le gambe un'arma così potente che, a saperlo, Kennedy avrebbe buttato nel cesso i missili nucleari, tirando forte lo sciacquone. Quelle che dall'alto della loro posizione da culo parato contratto indeterminato si sentono in diritto di consigliare a te, precaria, con un contratto zerodiritti che firmi con cadenza mensile di darla. Darla all'AD, al Direttore Generale, al capo di comunicazione, al sindacalista e se ci scappa, che ne so, pure al portiere, vigilante, tipo delle pulizie, tizia lesbica della mensa.

Consideratemi esagerata se volete ma non prima di aver letto queste due situazioni tipo:

1. Bar dell'azienda. Interno giorno.

Collega A: insomma questo contratto ve lo rinnovano?

Princess: bella domanda, speriamo di sì

Collega B: eh ma tu tesoro mio c'hai le carte per far carriera e nemmeno lo sai.

Princess: ah sì? E quali sarebbero?

Collega A: ce l'hai presente l'amante dell'AD? Ecco, tu sei uguale ma hai vent'anni di meno.

Collega B: l'altra volta  ti ha squadrato

Princess: chi? l'amante dell'AD?

Collega A: ma va! Lui, lui in persona. T'ha fatto una radiografia. Fossi in te ci farei un pensierino. Magari con una bottarella ti sistemi a vita.

2. Mensa aziendale. Interno giorno.

Sindacalista: collega A non mi presenti queste due belle fanciulle?

Collega A: ma certo! Lei è princess e lei M. 

Princess e M: salve

Collega A: sono bravissime, belle e DISPONIBILI

Abbiamo saputo in seguito che il sindacalista ha chiesto a collega A., in separata sede, in che senso fossimo disponibili.

Conosco abbastanza bene A e B da credere al fatto che non parlassero sul serio. Questo, però, non ha placato il mio desiderio di indagare sul perché si possa scherzare in questo modo svilendo la figura della donna salvo poi indignarsi quando le amanti dei vari AD fanno il bello e cattivo tempo o ottengono riconoscimenti professionali non certo basati su criteri meritocratici.

Forse ci hanno solo abituate male. Abituate a soprassedere alla battute, ai fischi per strada, alle allusioni. O forse c'ha ragione Mina: zoccole ce se nasce.
E io, cari miei, sarò precaria a vita perché, modestamente, non lo nacqui.



giovedì 18 aprile 2013

Hard work

Il lavoro nobilita l'uomo. Siam tutti d'accordo ma qualcuno dica a questi pretenziosi sudditi che io nobile son già, non mi servono le secchiate di roba da fare che mi hanno versato addosso, campo benissimo anche senza e poi qualcuno mi porti un caffè macchiato, grazie.

Contando il numero di e-mail ricevute nelle ultime 48h direi che il messaggio di cui sopra non ha imboccato il canale giusto, dev'essersi perso nei meandri dei lunghissimi corridoi del primo piano, Shannon e Weaver venite a me.

Che poi nel momento in cui inizi a vedere una fioca luce in fondo al tunnel e pregusti già il tuo pomeriggio in solitaria dedito al cazzeggio spietato e per niente multitasking ecco che appare lui: il drammone.

Gli inglesi vedono il sito male

Lì per lì ho pensato di interpellare il grande capo indiano Estiqaatsi e intonare un ma che frega ma che 'mporta. Lasciamo gli inglesi nella loro beata inconsapevolezza, quelli pensano al the delle cinque a salvare la Regina, alla buonanima della Thatcher, alla gravidanza di Kate Middleton figuriamoci se gliene frega qualche verga del traffico areo, suvvia. Poi, osservando le facce allarmate del collegame di varia natura ed estrazione ho capito che no, non possiamo sposare l'approccio menefreghista o faccio finta di non aver sentito quello che hai detto non parliamone mai più. 

Così lo scenario Princess copula col pc senza interruzione alcuna in saecula saeculorum è d'improvviso diventato pericolosamente vivido.

Forse non tutto il male viene per nuocere. Magari il mio cervello sarà troppo impegnato con l'html per cercare risposte alla stessa logorante domanda: perché cazzo non sono ancora incinta?

mercoledì 23 gennaio 2013

Bologna

C'era una volta un mio collega che, per comodità e nel totale rispetto dell'anonimato che questo blog garantisce, chiameremo Bologna. Sì, Bologna era bolognese e sì, io ho intenzione di mettermi in lizza per il titolo di Miss Fantasia 2013. Un bolognese DOC. Di quelli che la "s" non è "s" se non la pronunci "sch". Che a sentirlo parlare te lo saresti pomiciato tutto. Bologna era fine, acculturato, educato, discreta dialettica, le battute... beh quelle facevano cagare ma non si può mica avere tutto dalla vita.

Bologna, però, è stato anche un mio personalissimo fallimento. Anche se prima ancora di essere un mio personalissimo fallimento è stato un fallimento del Capetto perché, sì, Bologna era laureato cum laude ma in storia contemporanea, sì, sapeva attaccarti dei pipponi profondi sulla condizione socio-politica del nostro paese facendo ricorso a una buona arte oratoria, sì, era un piacere parlare con uno che sapeva cosa fosse la Perestrojka ma, porco giuda, Bologna di informatica non ci capiva una beata nerchia. E la conoscenza base dell'informatica è la base del nostro lavoro. Ergo è stato un fallimento, prima ancora che mio, del mio Capetto che, mi pare ormai chiaro, in quanto a selezione del personale lascia un tantinello a desiderare. L'unica scelta sensata sono stata io, ovvio. E anche M. In ogni caso il Capetto 'ste seghe mentali non se le fa, lui non sbaglia mica mai. Quindi continuiamo a considerare Bologna come il mio unico personalissimo fallimento.

Quando capii che Bologna stava al nostro lavoro come un bucatino all'amatriciana sta in un piatto di escargot alla bourguignon mi diedi da fare per il suo e mio bene. Arrivai persino a redigere manuali pronto uso perché lui, bellodecasa, non aveva mai scritto una riga di codice html e aveva pure serie difficoltà a usare Outlook, per dire.

Ma Bologna era pure tremendamente superbo. Quei manuali non credo li abbia mai aperti visto la mole spropositata di chiamate che usava inoltrarmi in quelle 3h in cui la mia persona non era presente in ufficio, vicino a lui, a dirgli quel che minchia doveva fare. Non solo. Quando la sottoscritta con sguardo scettico, quello col sopracciglio destro arcuato, se lo guardava mentre lui, bocca aperta, sguardo vitreo, impiegava 20 minuti per un lavoro da 3, chiedeva "hai bisogno d'aiuto? sei in difficoltà?" lui, orgoglio ferito, rispondeva "asscholutamente no!".

Bene.

Bologna mi ha fatto capire che io non sarò mai un buon capo di nessuno. Perché non ho polso. Perché quelle chiamate finivano con un "ma non ti preoccupare, siamo colleghi, l'aiuto è il minimo" quando sarebbero dovute finire con una cazziata. Perché lui non si impegnava ad apprendere e ha avuto il mio silenzioso nullaosta alla sua inadeguatezza. Perché sì, io gli ho scritto dei manuali ma avrei dovuto accertarmi che li avesse letti.

Quando la sua manifesta incapacità si è palesata dinnanzi al Capetto in un momento, tra l'altro, estremamente delicato a prendersi shampoo, taglio e piega non è stato Bologna. Sono stata io. Perché non avevo comunicato a Capetto le mie perplessità su quella persona. Perché l'ho coperta. Perché l'ho difesa, persino. Perché penso che in questa società di merda tra precari sfigati ci si debba aiutare. Dopo un anno sono ancora qui che mi chiedo chi ha sbagliato.

Ditemi voi, miei fedelissimi, se sono estremamente buona, estremamente fessa o, semplicemente, estremamente senza palle.

venerdì 7 dicembre 2012

Driiin driiin driiin driiiiiin

Il telefono del mio vicino di scrivania sta trillando ininterrottamente da 10 minuti.
Non esagero.
Ora tu, all'altro capo del filo, dopo il quinto squillo, possibile non ti fai venire in mente che quella persona potrebbe, per esempio, NON ESSERCI?!

giovedì 6 dicembre 2012

Oronzo

Quando il capo supremo ha deciso di parcheggiare me, C e qualche altro collega nell'anti-CED, abbiamo avuto la fortuna di ereditare, dai precedenti occupanti, meglio noti come usurpatori della nostra precedente scrivania, tutti quei piccoli e simpatici oggetti inutili, che in un trasloco, anche solo di postazione, si lasciano indietro, abbandonati alla loro tragica sorte, quella del cestino della spazzatura.

Solitamente chi si trova d'improvviso, per volere di altri e contro il proprio parere, ad occupare una nuova postazione riversa su di essa la propria frustazione. In diversi modi.

Io, per esempio, vengo colta dalla sindrome della bella lavanderina, solo che invece di lavare i fazzoletti ai poveretti della città, che sarebbe pure una cosa più utile, sfogo la mia ansia di pulito su ciò che mi capita a tiro.

E così munita di pezzetta e Cif multiuso, prima che i tecnici attaccassero tutti i fili, ho lustrato per bene la mia nuova, triste postazione.

Prima, però, ho liberato il campo gettando senza pietà nel cestino tutto quello che non era mio.
Tutto quello che non era mio tranne lui.
Lui è una palletta di marmo con la faccia di gufo.
Mi guardava, lo guardavo.
Poi gli ho detto : "vabbè, ti salvo. Ti chiamerai Oronzo"

C : "Oronzo?"
La Princess S: "Sì, fa rima con stronzo, come il suo ex-proprietario che ora si gode la mia vecchia postazione".

Succede che ieri sera l'ex-proprietario di Oronzo si trovava da noi per un lavoro.
Lo vede.
"Oh ma quella è la mia faccetta!"
"Non è una faccetta è un gufo"
"Devo averlo lasciato qui per sbaglio!"
"No, non farlo. Ti prego. Non riprendertelo. Gli ho pure dato un nome. A lui piace stare qui con me"
"Ah e come l'hai chiamato?"
"Oronzo"
"Pensa... e perchè Oronzo?"

...
...
...
"Mi piaceva"

Abbiamo un accordo. Viene a trovarlo a giorni alterni, in pausa pranzo.