Il mio badge è storto. Lavoravo per questa società da due settimane quando lo lasciai inavvertitamente sul cruscotto della mia Clear. Il calore del sole lo deformò.
All'inizio non lo cambiai per pigrizia, nonostante A., Capetto, collega C e
tutto il cucuzzaro mi esortassero a farlo ogni volta che me lo vedevano al collo, poi mi affezionai. Per farlo passare nel tornello occorre esercitare una lieve pressione con indice e medio, una scocciatura agli occhi di tutti ma a me, in fondo, piaceva dire
aspetta te lo passo io che questo vuole la mano del padrone quando qualcuno dei consulenti, dimenticatosi il suo, me lo chiedeva in prestito per passare.
L'ho riconsegnato oggi in portineria.
La mano ha tremato un po'.
Questo è stato il mio ultimo giorno qui.
Ho portato via con me
Oronzo e i suoi nuovi amici GufA, Orange e la principessa Aurora, i CD di Photoshop e del corso di fotografia, le scatoline di liquirizie che ho riciclato come portapillole
so' anziana inside, I know, le bacchette cinesi per incapaci, dotate di molla, regalo di L., il mio cactus e il suo messaggio subliminale, velato ma non troppo.
Vorrei che questo
ciao fosse facile. Come quello che si dice il primo giorno, quando ancora non conosci nessuno, quando sei poco meno di un'estranea, quando non sai cosa ti accadrà, chi incontrerai, come ti troverai. Un
ciao carico di belle speranze e grandi aspettative.
Non è facile, invece. Per niente.
In questa gabbia di marmo, cemento e luci al neon ho passato due anni e otto mesi della mia vita.
Qui lascio MC e le sue frasi da cinquantenne
allupata che a me, però, facevano ridere. Lascio la sua risata, i suoi limoni e le sue ansie da mamma come quel
non correre per strada, copriti oggi, mangia che sei sciupata e della dieta tu non hai bisogno, però dovresti fare un po' di sport pigrona.
Qui lascio I, la sua voce stridula, i suoi cappelli coi pennacchi, le foto delle sue vacanze, i suoi consigli sulla moda che non mi sognerei mai di seguire.
Qui lascio V, i suoi
ah stronza , le pernacchie con dietro l'AD, la sua voce nasale, le battute da terza elementare e i
grazie ruffiani, scritti sulle mail a caratteri cubitali.
Qui lascio il suono dei miei tacchi sui marmi dell'ingresso principale, il bottone sbagliato dell'ascensore, i caffè e i taralli pugliesi del distributore, le scale di ferro di fianco la mensa, la pizza del mercoledì, le tapparelle chiuse delle finestre, il rumore del treno che passa a pochi metri dal mio ufficio, le grida di Capetto, i segni sul muro delle mie forcine per capelli, i
buondì canori.
Qui, soprattutto, lascio il mio personalissimo
pezzetto di cuore, a cui proprio non riesco a dirlo, questo
ciao.