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mercoledì 11 dicembre 2013

Undici dodici tredici

A dirla tutta ero un tantinello indecisa sul da farsi perché, insomma, vi sarete pure giustamente scassati tutte e sette le sfere del drago degli epitaffi e dei sentimentalismi da femminuccia in premestruo fedelmente riportati in codesto blog. Tra l'altro io con gli anniversari c'ho un rapporto d'odio e amore. Più d'odio che amore. Rischiano d'essere sempre mielosamente nostalgici, alcuni sono persino in grado di farci rimpiangere come eravamo. Sempre con qualche chilo e capello bianco in meno, 'cazozza.

Però questa è una ricorrenza particolare. Questo è il giorno in cui, un anno fa, facevo marameo alla morte di cui abbiamo una diapositiva:


Scusate eh, ma non ho foto della lastra di ghiaccio che ha ridotto la mia adorata Clear in questo modo e che m'ha quasi fracassato il cranio.

Lei non ce l'ha fatta, l'abbiamo rottamata qualche giorno dopo, io sì. Io sono qui, dopo un anno, non troppo in salute ma viva. E me lo faccio andar bene, anche se solo per oggi. Mi faccio andare bene Capetto che sbraita, il contratto in scadenza, il caffè del bar aziendale che sa di bruciato, la pasta scotta della mensa, le bollette da pagare, la cacca di Biagio sotto le mie Nike, Penelope che assalta l'albero di Natale e gioca con le pallette, l'USI che mi lascia senza Bancomat, la casa in disordine.

Certo questo non autorizza nessuno a chiedermi favori, sono sempre una cazzo di Principessa, io.

Insomma oggi facciamo che è tutto bello però da domani torno in depressione. Veloggiuro.

giovedì 4 aprile 2013

ll sinistro verbale

Sarà che mettermi a nudo, in tutti i sensi, davanti SantoSpirito mi ha fatto sentire così:



Sì lo so, malelingue, che non ci vuole una corazza, una spada e un'acconciatura di dubbio gusto per una visita ginecologica ma, diavolo, io e il mio cuore impavido c'abbiamo bisogno di autostima.

Fatto sta che questa mattina ho fatto un'altra cosa degna di Mel Gibson con la faccia a strisce bianche e blu. Ho ritirato il verbale di polizia relativo al mio sinistro, come piace chiamarlo a loro.

Nero su bianco fa impressione. Soprattutto la dichiarazione dei due tipi dietro di me che hanno visto Clear in preda a smanie da prima ballerina di pattinaggio artistico su ghiaccio. Uno spettacolo degno della Kostner, peccato ci fossi dentro io.

Fa impressione ma sono sollevata. E incazzata. Sollevata perché non ho più dubbi a riguardo, non è stata colpa mia. La frase ghiaccio su strada associata a causa del sinistro, un sinistro che non ha altra causa che quella, mi ha tolto un peso dall'anima. Incazzata perché al cartello autostradale che leggo tutte le sere, di ritorno dal lavoro e che dice:

la tua vita vale più di un sms

aggiungerei:

ma vale meno di un pacco di sale, mortaccivostri.

venerdì 15 marzo 2013

Virginia

Virginia ha 20 anni, un corpo florido, una testa piena di riccioli biondi e due occhi azzurri su un viso tondo.
Ci scambiamo un comunissimo ciao per strada e quando, nel Febbraio del 2012, la neve ci sommerse, io e la Sister le prestammo lo slittino e ci gustammo la scena di lei che rideva come una ragazzina, come se avesse 10 anni, mentre scivolava tenendosi alle spalle del nostro amico G.

Le nostre interazioni si fermano qui.

Virginia ha avuto un brutto incidente. Le ruote della sua macchina non hanno fatto presa su una lastra di ghiaccio impedendole di fermarsi allo Stop tra la via del paese e la statale.

La prima cosa che ho pensato è che anche lei deve aver sentito quel rumore, quello della gomma che stride, come se cercasse di aggrapparsi e invece no, non lo fa. Non lo dimenticherà facilmente.

Virginia è stata travolta da un'altra auto. Ha sbattuto forte testa e naso e ha un brutto taglio sul braccio sinistro. Cinquantotto punti.

Ed io ho pensato ai miei soli cinque, sotto il labbro. A quanto ci hanno messo a ricucirmi, un tempo infinito. E che il suo deve essere stato molto, molto più lungo.

Virginia, grazie a Dio o a chi per lui, non ha riportato danni permanenti. TAC e radiografie sono negative. Come le mie. La mamma parla di miracolo e le ha messo un santino nel portafoglio. Come la mia, che ha appeso una corona sullo specchietto di Polly. La stessa che, tra l'altro, era su Clear e che lei ha voluto a tutti i costi salvare.

Virginia, però, dall'incidente non esce più di casa.

E siccome in un paese Virginia è parte della tua famiglia, anche se le dici solo ciao e una volta le hai prestato lo slittino, la mamma, che ovviamente sa della mia esperienza, così simile alla sua, mi ha chiesto se potevo andare a dirle due parole. Perché tu hai reagito così bene. E io volevo dirle signora credo proprio sia stata male informata ma poi mi sono fatta coraggio e sono andata a trovare Virginia. Anche perché Mina in versione buona samaritana mi avrebbe diseredato dei suoi pochi averi se non ci fossi andata.

Lei era seduta sul divano e guardava Real Time. Ho pensato che con una che si vede Real Time sarei entrata subito in sintonia, avrei avuto gioco facile.

Così è stato.

A Virginia ho detto tutto. Ho detto cose che non avevo raccontato a nessuno. Ne all'USI, ne a Mina, ne alle Sisters, ne ad A., ne alla Zia Santa. Perché proprio le persone che ti sono più vicine tendono ad evitare domande precise sul come è successo credendo, e forse a ragione, di farti male. Il loro affetto lo dimostrano prendendosi cura di te, viziandoti, incoraggiandoti, rimettendoti in piedi. Ma non chiedono. Anche se incitati, anche quando magari tu avresti pure voglia di raccontare i dettagli per esorcizzare la paura. Con una persona che ha vissuto un'esperienza simile, invece, sei legittimata, autorizzata, invogliata. Sei senza pudore. Perché lei sa. Perché lei ha vissuto quello che hai vissuto tu, non hai paura di scandalizzarla, puoi liberati.

Così le ho raccontato di come la macchina sia impazzita. Del primo impatto a destra e della botta, fortissima, a sinistra, contro il guard rail. Le ho raccontato di aver pensato solo a lui, mio marito. E che se non avessi avuto la prontezza, l'istinto, l'idea di sterzare per evitare un impatto frontale, forse, ci sarei rimasta secca. E che non ci posso nemmeno pensare, al fatto che ci sarei rimasta secca.

Le ho raccontato di come fossi certa di non avere nemmeno un graffio, la botta sul finestrino nemmeno la ricordo e del conseguente stupore nel vedere la mia faccia piena di sangue. Di come, in quel momento, il mio cervello si sia messo in moto da solo, spinto forse da un istinto innato e primordiale alla sopravvivenza e mi abbia indotto a controllare. A controllarmi. Due dita in gola per vedere se il sangue venisse da dentro. Un altro dentro le orecchie. Verificare che le gambe si muovessero, che non avessi sbattuto lo sterno contro il volante. Che ragionassi. Scendere e verificare che riuscissi a camminare lungo una linea retta, muovere le dita delle mani. E poi telefonare. E rassicurare tutti. Mentre un fazzoletto bagnato contro il naso si colorava di rosso.

Le ho raccontato della prima volta in cui ho rimesso le mani su un volante. Pioveva, mio padre mi era seduto vicino e io avevo ancora un occhio nero e la faccia gonfia. E della prima volta in cui ho guidato di nuovo da sola, su quella stessa maledetta autostrada sentendo di avercela fatta solo per essere arrivata a lavoro, con le mani sudate e le dita intorpidite dal modo in cui stringevano il volante. Un modo innaturale. Di una che ha paura.

Perché la paura non passa dopo la prima volta che ti fai coraggio e guidi di nuovo. Col cazzo che passa. E a Virginia ho detto pure questo. Perché io ci penso, ogni volta. Ogni fottuta volta che poggio il culo su un sedile penso all'incidente. Ma penso pure sia normale.

A Virgina, poi, ho detto anche che la paura, certe volte, sconfina. E passa da una macchina, da una strada a tutto il resto. Perché non è sempre vero che dopo un evento del genere una persona si dia alla pazza gioia e apprezzi ogni minuto perché capisce il significato della vita. Questo, forse, viene dopo.
All'inizio capisci solo il significato della morte. Ti rendi conto di quanto sia facile, morire. E hai paura che torni a minacciarti, di nuovo, magari con un canale diverso.

Poi però passa

Davvero?

Certo, ma tu datti una mano. Anche piccola. Inizia e poi il corpo lavorerà da solo. Sennò finisce che non esci più di casa

Che vi devo dire, non sarò Freud e manco ci aspiro, io sono quella che sta sdraiata sul lettino, dalla parte dei matti ma certe volte un'esperienza condivisa è meglio di una seduta da uno bravo.
Virginia mi ha fatto il the e il giorno dopo mi ha detto ciao. 
In piazza, sotto un bel sole.


lunedì 17 dicembre 2012

Convalescenza

Questa mattina io e il mio labbro superiore incanottato ci siam recati dall'amabile medico di famiglia. Lo stesso che si è rifiutato di prescrivermi gli antibiotici consigliatemi al pronto soccorso perché convinto, come sempre, che non servissero.  L'occhialuto, dopo una sommaria osservazione di quella che alcuni si ostinano a chiamare la mia faccia, se ne esce con le seguente frase:

(Ha la r moscia ma no, non è sexy)
"A me non pare tanto gonfio. E' quasi come prima dell'incidente".

Un par di struffoli.
Prima dell'incidente io non sembravo affatto Alba Parietti travestita da panda. 

Mia mamma detta Mina e l'Umile Servo detto mio marito hanno deciso di mollare un po' la corda. Lui è tornato a lavoro e lei non ha citofonato a casa mia alle 8 del mattino per assistermi. 

Quindi mi sono riposata dormendo senza vergogna alcuna fino alle 11 e mezzo. Non succedeva dai tempi del liceo.  

Poi Mina mi ha chiamata. Tre volte. In una delle tre mi ha detto che il gatto mi voleva salutare.
No, non scherzo.

Quindi è stata la volta del Capetto (aka il responsabile del progetto per cui sto lavorando). Credo volesse accertarsi che prima o poi alzerò le chiappe per tornare a lavoro. Tra le altre cose mi ha consigliato un'ortopanoramica perché sua zia una volta cadde di faccia su uno scalino sbattendo forte i denti. Dopo 15 anni le caddero tutti.
Grazie, Capetto. Ora sì che son tranquilla.

Infine la Sister O., che lavora in un nido. 
"Ciao Sister!"
"C'è un pacchettino davvero speciale sotto quest'albero di Natale, contiene dolcezza e tanto amore per chi ogni giorno è vicino al mio cuore"
"Ma che minchiaccia dici?"
"Volevo dedicarti un pezzetto della poesia che i miei pupi reciteranno per Natale"
"... ah, grazie"

Non sono mica più tanto sicura di essere stata io quella che ha battuto forte la capoccia. 

sabato 15 dicembre 2012

Iniziare bene II

Svegliarsi.
Alzarsi.
Barcollare fino al cesso.
Accendere la luce.
Guardarsi allo specchio.
Pensare:

"Ohibò, sembro un panda. Un panda dopo un'iniezione di botulino a zigomi e labbra"

venerdì 14 dicembre 2012

Bipolarismo post-urto

Io lo so eh.
So che posso considerarmi fortunata.
So che tutto quello che mi circonda dovrei considerarlo un inno alla vita.
So che dovrei gioire pure quando faccio pipì.
Perché, cazzo, sono viva.
Perché schiantarsi in autostrada a 110 all'ora vuol dire restarci secco.
E io me la sono cavata con un ficozzo da competizione, 4 punti sotto il labbro, naso da pugile e poco altro. Però, ecco, io c'ho degli sbalzi d'umore che levate... E mi sento pure in colpa, ad averceli.
Ma non ci posso fare nulla.
Passo dalla gioia, quella che viene dallo stomaco, per esserci ancora, roba che me bacerei pure il cane sbavoso del vicino, all'angoscia nel vedere il viso di un'altra riflesso nello specchio del bagno.
Dall'autoironia alla mania di persecuzione.
Dall'amare tutti a non volere nessuno intorno.

Penso che la sindrome premestruale non sarà più un problema.

mercoledì 12 dicembre 2012

Viva, vigile

Ti chiedono come ti chiami, quanti anni hai, di dove sei, come è successo
come ti chiami, quanti anni hai, di dove sei, come è successo
come ti chiami, quanti anni hai, di dove sei, come è successo

e tu stesa su una barella con le mani che tremano, il sangue nelle unghie e il cellulare stretto tra le dita rispondi .
Meccanicamente.

Come fosse un lavoro. Una pratica da sbrigare. Perché vuoi dimostrare a loro, i medici e a te stessa che ci sei, che sei viva, che sei vigile. Nonostante tutto.

Nonostante la macchina distrutta, il sangue sul finestrino e sulle scarpe nuove. Perché sono i particolari quelli che non riesci a dimenticare. Come gli occhi azzurri del poliziotto in borghese che ha aperto la portiera e ti ha  detto di stare calma, come la marca della bottiglietta d'acqua che il camionista ti ha messo in mano, come lo stupore che hai provato nel guardare la tua faccia rossa e il terrore di non capire da dove quel sangue provenisse.

Ricordi i tuoi pensieri mentre la macchina impazzita ti sbatteva da una parte all'altra "no, non è possibile. Non sta succedendo a me. Non può essere vero. Fermati, fermati, fermati".

Il sollievo nell'alzarti e capire che sì, riesci a camminare e se riesci a camminare vuol dire che non stai morendo. Perché in quei momenti non pensi ad altro. Vuoi assicurarti di essere viva. Punto.

Ricordi il rumore delle ruote che stridono su quella lastra di ghiaccio e il tonfo sordo e tremendo del cofano che si accartoccia, come la cartapesta quando la modelli per farci le montagne del presepe.

E intanto rispondi

Princess S, 28 anni, Roma, c'era il ghiaccio e la macchina è impazzita
Princess S, 28 anni, Roma, c'era il ghiaccio e la macchina è impazzita
Princess S, 28 anni, Roma, c'era il ghiaccio e la macchina è impazzita

Perché, nonostante tutto, sei viva, sei vigile e ricomincerai, come sempre.