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lunedì 3 marzo 2014

La ricerca della felicità

Sono passata dal verde dell'invidia per le vite degli altri che, in realtà, nascondeva il rosso della rabbia per non aver ottenuto ne mantenuto tutto quello che desideravo avere nella vita, al nero della depressione.
Insomma, 50 sfumature di colore a caso avrei potuto scriverlo io, solo che dentro non c'avreste trovato nulla di perverso ma molte cose assai profonde. Quindi non avrei fatto una lira.

La cosa strana è che mi sto convincendo questo sia un passo in avanti.

Avrete di certo sentito parlare delle fasi del lutto. Siccome tutti le applicano a tutto ho deciso di farlo pure io. Dopotutto perdere le proprie aspettative significa, in un certo senso, essere in lutto. Perché si perde parecchio di se stessi e non c'è lutto peggiore.

Ho dapprima negato l'esistenza di un problema non posso essere infertile, non io/non posso perdere il lavoro, non io/non posso attraversare una crisi di coppia, non io/non posso star male, non io poi mi sono arrabbiata e ho invidiato vite che fino a poco prima rispecchiavano la mia desiderando una superficialità e una serenità che rimproveravo agli altri. Ora sono depressa. E l'ho capito perché non invidio più. Non voglio più, non mi va più. Mi crogiolo nel mio pessimo stato, lo uso come scudo per non affaticarmi, per non sforzarmi. Forse perché non reggerei un altro colpo ma poi mi toccherebbe reggerlo lo stesso. E allora non faccio.

Se continuerò a seguire questa macabra tabella di marcia il prossimo passo sarà l'accettazione. Pace dei sensi che effettivamente bramo.

Mi piace pensare che dopo ci sia una fase di cui nessuno parla. La rinascita. Anche perché non è che abbia molto senso essere depressi.

Dopotutto siamo a questo mondo. Respiriamo, camminiamo, esistiamo.
Dopotutto non ci saremo per sempre. Tanto vale vivere bene, tanto vale essere felici.
Dopotutto la felicità è un scelta. La più coraggiosa di tutte.


lunedì 17 febbraio 2014

Spazio fratto tempo

C'è stato un tempo senza tempo in cui ero un treno ad alta velocità, senza fermate intermedie e col paesaggio circostante che assumeva i profili indefiniti e affascinanti d'un quadro impressionista.
Un tempo di obiettivi a breve termine, di navigazione a vista, di facili diritture d'arrivo.
Un tempo fatto di attese brevi, progetti realizzati, vita scandita da impegni appassionati e frenesie scatenate.
Un tempo in cui il tempo della mia mente e il tempo della mia vita hanno coinciso regalandomi per un attimo un delirio d'onnipotenza a discapito di quelle piccole ed insignificanti lezioni di vita che sommate ti rendono donna, quelle battute d'arresto necessarie perché lo stop, inevitabile e severo, non ti blocchi poi. Senza preavviso e con la sensazione di perdita d'un salto nel vuoto.

C'è stato un tempo in cui arrivavo prima. Prima di tutti, prima di me, prima del mondo, prima di capire.

Ho tirato dritto con la convinzione di non dover aspettare poi. Come se le attese con il loro carico di calma piatta e tempo dilatato fossero un male da evitare.

Quanti particolari ho lasciato indietro spinta da quest'ansia incontrollabile di arrivare, finire, concludere? Quante cose di me mi sono persa? Quanto poco mi conosco adesso che l'attesa, il tempo dilatato, la calma assordante d'una casa silenziosa mi costringono a fare i conti con me stessa?

Dante lo chiamava contrappasso. Mia madre la chiama lezione di vita.

Prima o poi doveva succedere anche te.

Aspettare, fermarsi, essere disorientata, perdere la via, gli obiettivi, le aspettative, toccare il fondo. E ricominciare. Con più calma e determinazione. Con più consapevolezza. Godendosi il percorso.



martedì 3 dicembre 2013

Fluo

L'intento era quello di comprare una sveglia e un paio di collant neri a pois visti indosso ad una collega ex brutto anatroccolo e diventati immediatamente oggetto di desiderio. Desiderio zozzo, spinto, ossessivo. Così ossessivo da farmi ferventemente sperare di non dover arrivare a pagina due di google immagini perché si sa che quando sei costretto ad arrivare a pagina due sei fottuto. Quel che cerchi non esiste.

Centro commerciale, domenica pomeriggio, Biagio e marito al seguito. Uno sbuffava, l'altro slittava con le sue zampotte sul pavimento di marmo. Sono uscita con due paia di calze, un paio di leggings e un maglione nero. Senza sveglia ne calze a pois.

Credo d'avere un serio problema con le tentazioni. Roba che nemmeno ci provo più a resistere. Roba che mi ritrovo spesso a pensare a cose tipo la vita m'ha castigato abbastanza, perché dovrei rinunciare? 
Così compro come se le sorti del mercato globale dipendessero dai miei acquisti dite a quella culona della Merkel che ci penso io a risollevare l'economia mangio porcherie come se zuccheri e conservanti fossero fibre e proteine, mi vizio e, soprattutto, oso.

Ho tagliato i capelli e indossato un paio di calze da far concorrenza alle signorine della Salaria, tanto che pure C. mi ha dato dell'audace e io sto ancora cercando di capire se quello fosse un complimento. Ma il bello è che non mi interessa, il bello è che sono stanca d'essere rosa pallido. Voglio essere rossa. Ai limiti del fluo. Sono stanca della diplomazia, del perbenismo, delle frasi fatte, dell'affetto fraterno, del miele e dello zucchero. Voglio acidità, sincerità, docce fredde, frasi bollenti, estremismi e tanto sale, che si fotta pure la ritenzione idrica.

Voglio sentirmi viva che son morta dentro troppe volte, quest'anno.

lunedì 25 novembre 2013

Cambio

Tutti i lunedì mattina mi viene da scrivere lo stesso patetico e deprimente post. L'antitesi dell'Inno alla gioia, una cosa melodrammatica e tristissima che al confronto la Celeste di Andrea del Boca perdonatemi il confronto ho avuto anche io una nonna drogata di telenovelas argentine era il ritratto della felicità. Se poi il lunedì mattina coincide col 15 p.o. (post ovulazione, per i non addetti ai lavori riproduttivi) la tentazione di gettarsi in lacrime tra le braccia del cioccolato Kinder è francamente irresistibile.

Sono al 15 p.o. e ho i crampi. Sono al 15 p.o. e ho la nausea. Sono al 15 p.o. e sono una cretina, perché ci spero. Perché io la panza non me la voglio bucare, vorrei solo vederla crescere. Perché ho paura. Perché dopo 'sto ciclo si fa sul serio.

Settimana scorsa, ricetta di SantoSpirito alla mano, sono andata da Negnente per farmi prescrivere il Gonal-f.

Allora ci si prova sul serio, eh?

E certo, perché fino ad ora avemo giocato.

Così pare, Doc.

Ma lo sai che ho visto più donne restare incinte con questa penna che naturalmente?

Carini 'sti Docs che infondono speranza, eh? Se non fosse che hanno sempre torto, 'nnaggia a loro.

Nel frattempo penso. Penso a quel tempo in cui beltà splendea negli occhi miei ridenti e fuggitivi, penso a quando non c'avevo un cazzo da pensare. E penso che nonostante non avessi un cazzo da pensare pensavo. Pensavo che se un giorno la vita m'avesse mostrato gli aguzzi denti, che se un giorno tutto quello in cui credevo, tutte le basi su cui i miei regali piedini si tenevano in equilibrio fossero crollate io, anzichè imparare a nuotare con l'acqua alla gola avrei cambiato stagno.

Piano d'evacuazione, abbandonare la nave. Sono la Schettino dei monti. O forse lo ero.

Sì perché adesso che non me ne va bene una, adesso che la basi son crollate, adesso che mi son fatta crescere le ali perché non ho nulla su cui poggiare i piedi, io mi ostino a restare. E volo basso. Raso terra.

E mi chiedo se non sia davvero arrivato il momento di abbandonare la nave. Di cambiare. Cambiare vita. Cambiare davvero.

Intanto mi sa che cambio taglio di capelli, che da qualche parte si deve pur iniziare, no?


venerdì 22 novembre 2013

La livella

Ci sono stata tre volte in Sardegna.

Venite dal Continente?

Ce lo chiedevano quasi tutti gli autoctoni quando noi, carichi di teli mare, creme solari, occhiali Gucci e Vanity Fair in borsa camminavamo lungo sentieri con poche o nulle indicazioni turistiche alla ricerca di luoghi inesplorati, conosciuti solo dai residenti, vergini.



Immuni allo stupro dei lettini e degli ombrelloni, dei chioschi sulla spiaggia e degli stabilimenti balneari.



Qualcuno, addirittura, estremizzava con un venite dall'Italia?

Non lo so il perché ma a me l'indipendenstismo sardo ha sempre fatto sorridere. Pure quello padano, a dirla tutta. Se non fosse che poi quell'esaltazione campanilistica ce la siamo trovata nelle file dei deputati. Brutta storia.

Ho amato tanto la Sardegna. Perché il mare della Sardegna non lo trovi nemmeno alle Maldive o forse sì ma in Sardegna si mangia meglio. Molto meglio. L'ho amata tanto perché è stata la nostra prima vacanza insieme, da coppia. E resta la più bella.  E poi quei pesci colorati sul fondale di Cala Lunga io credevo li avrei visti solo con la voce di Piero Angela come sottofondo. Invece certi luoghi meravigliosi esistono davvero e sono pure incredibilmente vicini.



A Lampedusa invece non ci sono mai stata, in realtà non ho mai visitato la Sicilia e dovrei proprio rimediare. Non sono mai stata nemmeno in Somalia o in Eritrea che a differenza delle due più grandi e belle isole italiane non vantano nessuna particolare attrazione turistica. Vantano guerre, povertà, disperazione e morte. Non proprio un luogo adatto per le ferie d'agosto, non trovate?

Questo, però, non vuol dire che gli autoctoni somali o eritrei, tra l'altro tutt'altro che indipendentisti e campanilisti, meritino meno rispetto dei sardi. Ne da vivi, ne da morti.

Perché siamo tutti uguali.

E no, non sono banale. Non sto cedendo alle lusinghe del qualquismo per rimediare plausi nei commenti.

Non sono banale perché, non so cosa sia accaduto sulle vostre, ma sulla mia bacheca di Fb ho letto stati  che attribuivano alla morte un diverso valore a seconda della nazionalità del defunto. Gli italiani valgono il lutto, gli immigrati no.

Diciassette morti italiani valgono di più di 300 immigrati

Questo ho letto. E una trentina di mi piace a corredo.

Come se la morte non fosse abbastanza, come se la morte non azzerasse le distinzioni. Come se la morte non fosse una livella.

Non so voi, ma io i morti me li piango.

Tutti.

mercoledì 30 ottobre 2013

Latitanze

I miei sogni mi precedono. Da sempre. E' il vantaggio d'avere un incoscio parente stretto di Stakanov. Lui non si lascia ingannare dagli artefatti della mia ragione, dalle costruzioni artificiali di serenità, dalla felicità in pillole, dal mantra e dalla respirazione. Lui lavora, sempre.

Così io sogno litigi. Violenti e dolorosi. Spesso le persone che amo sono protaginiste indiscusse delle mie divagazioni oniriche, qualche volta ne fanno parte anche i semplici conoscenti. Disagio e eccitazione sono le sensazioni che mi si appiccinano addosso quando apro gli occhi preda di un respiro affannato.

Credo d'aver cantato vittoria troppo presto.

Sto meglio.
Piano piano ce la faccio.
Il Gonasi mi fa una sega, vedete come sono serena?

Balle.

L'inconscio non cede alle mia avances e gli ormoni dopati completano il quadro.

Sciattaman mi ha educatamete chiesto che minchia di fine avessi fatto.

Spero che vada tutto bene

Una favola, psaico. Una favola.

Sono contento. 


E io faccio finta di credere tu m'abbia creduto. 

Ho latitato e forse ho fatto male. Ma tra dopaggi, monitoraggi, lavoro e  la ZiaSanta che ha pensato bene di esibirsi in un doppio carpiato sulle scale di casa sua non ho avuto modo, testa, tempo di dedicarmi alla psicoterapia nonostante lui m'avesse pregato di non interromperla al fine di non creare resistenze che m'avrebbero fatto male.

Faccio da me.

Bella idea del cazzo, Princess.

Il punto è che faccio fatica e troppi percorsi insieme non li reggo, mi sfiancano. Ho bisogno di canalizzare le mie energie verso un unico obiettivo poi, magari, avrò tempo e voglia di lavorare su me stessa.

Sempre che ci sia ancora una me stessa alla fine di tutta 'sta storia. Che mica son più tanto sicura di non lasciarci le penne, eh.

venerdì 27 settembre 2013

...e a culo tutto il resto!

Ciao, sono la Princess, sono una misantropa sociopatica e sono fiera del mio carattere di merda.

Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate, perché ho il filtro diplomazia su off e non ho manco intenzione di farvi credere che sia a causa dell'ormone a palla da periodo mestruale.

Da ieri sera convivo con l'identico stato d'animo che aveva Guccini la sera in cui scrisse l'Avvelenata, peccato che son quasi astemia, avrei potuto scrivere un post memorabile, roba da candidatura al MIA2014 e invece ho un mondo di rancore nel cuore e non riesco ad esprimerlo con le parolacce parole.

Riflettevo sull'ultima perla di Sciattaman.

Temi troppo il giudizio altrui

E te credo, strizzacervelli ottuso, convivo con gente idiota.

Dai su, provate ad azzeccare il primo della lista!

Bravi, è Capetto.

Lui rientra in quella categoria di persone grosso ego piccolo cervello. Che io dico, prima di esprimere qualsivoglia giudizio sul prossimo dovresti almeno imparare a camminare senza mettere i piedi a papera. A meno che tu non abbia interiorizzato la postura da prima posizione dopo 10 anni di danza classica non sei giustificato. Ci vorrebbe un modestissimo Q.I. da 90 per zittirlo, peccato possa decidere sul mio futuro, il che zittisce me, anche se ancora per poco.

Sarebbe davvero un meglio mondo se, semplicemente, tutti rispettassero quel tacito undicesimo comandamento, il cui valore, a mio modesto ma manco troppo avviso, supera di gran lunga il santificare le feste. Sarà che le feste comandate, come tutto quello di comandato, mi stanno sul cazzo.

Ci sono volute otto dico otto sedute per tirarmi fuori che mi viene l'ansia quando ho la sensazione di non potermi tirare indietro, quando mi costringo a sorridere e fingermi solare e accondiscentente.

Accondiscendente un par de cocomeri.

Volevo essere perfetta. Ma mica per me eh. E' qui che sta la deficienza, per gli altri. Figlia perfetta, moglie perfetta, lavoratrice perfetta. Perfettamente stronza, direi.

Comunica Princess, fatti conoscere per quella che sei. Esprimi i tuoi desideri, bisogni, necessità. E soprattutto, esprimi le tue perplessità, i tuoi disagi, i tuoi malesseri. Senza timori. Sei una persona libera.

Ok, Sciattaman, vado 7 anni in Tibet, che se me dice culo incontro pure Brad Pitt, smaltisco tutta la tossicità di anni e anni di sorrisi forzati e torno, incazzata e con la barba. No dai, quella no, che già rinunciare al tacco 12 sarà un mezzo trauma.

Non lo so se la terapia sta funzionando visto che dopo l'ultima chiacchierata ho deciso di non soffocare i miei scazzi dietro un non c'è problema ma io mi sento caricata a pallettoni. E incazzata, non so se s'era capito. 

Reprimersi è male

Esprimersi è bene

Ma esprimersi male è bene o male?

Va bè, vi saluto gente, vado a condurre Sottovoce al posto di Marzullo.



giovedì 12 settembre 2013

Mancarsi

Dipendenze. Dicono non sia sano averne perché ci rendono schiavi, imprigionati in gabbie di malsane abitudini o appendici di altre persone, altre vite, in balia di umori, desideri e speranze che non ci appartengono.

Circa due anni fa, durante il nostro consueto filosofeggiare pomeridiano, in un ufficio semideserto A. mi parlò della sua personalissima teoria delle mezze mele. Spero mi conceda qualche licenza poetica perché, nonostante io abbia una memoria da elefante, è passato molto tempo e non riesco a focalizzare le parole esatte che utilizzò, il succo, tuttavia, è più o meno questo:

si dice che un rapporto perfetto si raggiunga quando due mezze mele si uniscono. Non a caso si sente parlare spesso di altra metà. In realtà, per quanto le due metà possano coincidere alla perfezione, nel tempo la mezza mela tende scurirsi. Ce l'avete presente no? Quando i bordi diventano marroncini e la polpa si raggrinzisce. Due mezze mele, per quanto coincidenti, per quanto possano dare parvenza di una perfetta unione, non saranno mai come una mela intera. Prima o poi entrambe si scuriranno, fino a fare la muffa. Quindi un rapporto perfetto si raggiunge solo quando due mele, complete, si avvicinano. Perché saranno intere ma arricchite dalla presenza dell'altra mela.

La teoria mi piacque, anche se non lo diedi troppo a vedere. Era passato troppo poco tempo perché la mia dose di acidità si abbassasse tanto da permettermi di essere sincera e dire una cosa tipo: hai ragione.

Il discorso si concluse con un insolito complimento alla sottoscritta. Insolito perché A. non è bravo coi complimenti, parole sue. Queste le ricordo bene.

Disse: tu sei una mela

A me venne da sorridere perché, e questo credo di non averglielo mai detto, mela era il soprannome con cui usava chiamarmi Mina da ragazzina. Per la faccia tonda, ovvio. Non giudicatela, suvvia. Avrebbe potuto chiamarmi, chessò, mappamondo. Alla fine mi è andata di culo.

Io una mela, in realtà, non mi ci ero mai sentita ma mi fidai di lui e gli credetti.

L'altra sera ero a letto. Sola. Persa nei miei pensieri e nei fastidiosi dolori di pancia e schiena. Somatizzo sul corpo le smanie della mente. O almeno spero si tratti solo di somatizzazione. L'ansia ha fatto capolino dietro la bocca del mio stomaco per poi invadere diaframma e polmoni. Ho provato a dormire. Nada. Leggere. Nada. Vedere la tv. Nada.

Così mi sono alzata e ho pregato l'USI di farmi compagnia nel letto.

Non dormo senza te.

Mi sono sentita una fallita. Mi sono sentita mezza. Perché qui il romanticismo non c'entra. Non c'entra l'amore. Non c'entra l'egoismo.

E' dipendenza.

E no, non va bene. Perché io, diavolo, sono una cazzo di mela, intera, tonda. Ora lo so, non si tratta di credere o no ad A. Lo so perché da un po' di tempo io mi manco. Mi manca la metà di me stessa. E la rivoglio.

Forse averlo capito è un piccolo passo verso la creazione di quell'io di cui parla Sciattaman.

Forse.

In ogni caso, gente, che siate mele verdi, rosse o gialle, piccole o grandi, dolci o aspre, farinose o polpose siate intere, sempre.

sabato 24 agosto 2013

Tutto lì

Siccome io e la Sister O. siamo due tipette allegre, così allegre che se ci vede un becchino si gratta le balle, ieri sera, mentre consumavamo un classico pasto da sagra, hot dog, patatine, panino con la porchetta, sedute su un marciapiede e in attesa che iniziasse l'atteso tributo a Michael Jackson, abbiamo parlato del nostro reciproco male di vivere.

Montale, spostati e dacci la scena please

Lei si è rimessa l'anello all'anulare, solo parzialmente convinta di aver fatto la scelta giusta. Sta pagando a caro prezzo il tempo che non si è presa per riflettere. Convive col dubbio atavico di ogni donna ma lui sarà davvero cambiato? 

Io beh, io avevo avvertito come un leggerissimo fastidio sotto il ventre preludio oscuro dell'ennesima delusione. Sono banale e noiosa, lo so. 

L'istero-sciogli lingua non è più rimandabile. Settembre è alle porte e io ho prenotato una ceretta all'inguine, che da SantoSpirito ci si va con Vù in ordine. Quasi quasi la faccio bionda.

Mentre con O. parlavo delle mie angosce mi son resa conto che la soluzione di tutti mali sarebbe solo lui. O lei. Quel minuscolo ammasso di cellule che si ostina a non prender forma nel mio utero.

Ed ora insultatemi pure, venitemi a dire che non posso far girare la mia vita intorno al desiderio di una gravidanza che, forse, non avrò mai. Venitemi a dire, voi banalotti dalla genitorialità facile, voi che ci siete riusciti dopo ben 4 mesi, voi che non conoscete neppure la differenza tra IUI e FIVET, tra estrogeni e testosterone, tra stick ovulatori e test di gravidanza, che NON CI DEVO PENSARE.

Prendetemi a sberle, svegliatemi, ditemi che no, il problema è più profondo, va ricercato altrove parlami della tua infanzia, lo scoviamo lì.

Balle.

Sono adulta, razionale e incredibilmente equilibrata, parola di Sciattaman. Una gravidanza sarebbe salvifica. Tutto qui.

Non ho smesso di vivere. Progetto vacanze, mi metto lo smalto, prenoto il parrucchiere, trovo il bello nelle piccole cose, nel sole e nel mare, in un Crodino con le amiche, nelle fusa di Penelope, nelle carezze sulla pancia ad un cucciolo di Labrador. Faccio liste, voglio studiare inglese come si deve, riprendere i corsi di Photoshop, iniziare un corso di fotografia, curare il giunglino, dipingere.

Ma più di ogni altra cosa io voglio essere madre.

Non posso farci nulla. Sta tutto lì. Tutto all'origine. L'origine della vita.

lunedì 12 agosto 2013

Tipi poco rassicuranti

Grande festa alla corte di Francia, la seienne di casa, figlia delle cugina L. e dalla nomea non particolarmente lusinghiera è ufficialmente uscita dalla fanciullezza perdendo il suo primo incisivo. La madre ha provato a circuirla con la celebre storiella della fatina dei denti ma lei ha declinato l'invito ad attendere fiduciosa la misteriosa apparizione del soldino sotto il cuscino pretendendo, in cambio della sua prestazione da sdentata, un gelato pistacchio e cioccolato.

L'evento, di per se comune e apparentamente non degno di rilevanza mi ha dato spunto di riflessione circa i personaggi di fantasia che hanno popolato la nostra infanzia ai quali, con buona probabilità, potremmo attribuire la responsabilità delle nostre nevrosi adulte.

Sì perché ai miei tempi e dalle mie parti la fatina dei denti, aggraziata fancuilla bionda provvista di bacchetta magica, non esisteva. Al suo posto c'era un ratto. Un topo. Un roditore avvezzo a frequentazioni di luoghi poco idilliaci come fogne e paludi. L'idea che un essere del genere potesse finirti dentro il letto era tutt'altro che rassicurante. Se non altro per le infezioni.

Ma il topo dei denti non è stato l'unico protagonosta dei nostri incubi.

Al terzo posto di questa classifica dell'orrore troviamo mazzo maestro. La prima a parlarmene fu la Sister G. Pare che tale misterioso demone avesse la capacità di attorcigliarvi le budella qualora voi aveste avuto la malaugurata idea di inghiottire una gomma da masticare o gomma americana come la chiamava la signora Lisetta, nonna di G., amica intima di mazzo maestro.

Nonna R., evidentemente terrorizzata dalle alture, era invece solita metterci in guardia contro tale angino. Il Capitan Uncino paesano. Misterioso uomo di mezz'età, si appostava sotto finestre, balconi, muretti in attesa che il tuo testone si sporgesse. A quel punto ne approfittava per aggangiarti col suo uncino e trascinarti, con violenza inaudita, giù. Uccidendoti, ovvio.

Il primato spetta invece allo stracciarolo. Venditore ambulante di stracci e roba vecchia. Lavoro che gli serviva da copertura per la sua reale attività: il traffico internazionale di bimbi molesti. Ad ogni capriccio seguiva la minaccia ora chiamo lo stracciarolo. E tu vedevi te stessa abbandonata stile piccola fiammiferaia sul ciglio della strada, vestita degli stracci dello stracciarolo. Al freddo e al gelo.

Unico personaggio neutro era il celebre nonno in cariola. Responsabile del frastuono temporalesco. Per cause ignote poi. Perché, parlamose chiaro, una cariola non fa mica tutto quel casino. E poi 'sto nonno la cariola la trasportava o ci stava messo dentro? E nel secondo caso chi trasportava lui? Ma soprattutto, per quale motivo usava mettersi dentro una cariola?
E poi non dimentichiamo i dettagli. Tale nonno in cariola aveva mutande viola. Non so voi ma io me lo immaginavo sempre in boxer viola a pois bianchi. So' nata fashion, io.

venerdì 26 luglio 2013

L'intimità (regale) perduta

Ieri pomeriggio in uno di quei momenti che dovrebbero essere inseriti nella Carta Internazionale dei Diritti del Lavoratore, ovvero il momento fancazzista mi sono messa a spulciare, da brava socera de paese, foto e video della dimissione di Kate munita di piccolo principe. Un accessorio stimato 125 milioni di sterline, mica cazzi. Roba che al confronto una borsetta di Chanel ti fa passare per una pezzente. Qualche fashion blogger s'è suicidata, lo so.

Vorrei proprio sapere se qualcuno si è mai preoccupato di stimare il vostro valore sul mercato al momento della vostra nascita.

Onestamente vi auguro di no.

Perché ieri guardando le foto di quella neo mamma io, miei adorati sudditi, ho provato pena.

Sì perché un conto è sfilare in abito da sposa davanti a milioni di persone che ti seguono in tivvù. Col vestito bianco ogni donna che si rispetti, anche la più timorata di Dio, si trasforma in una spietata vanitosa, egocentrica, bisognosa di attenzioni, flash e applausi.

Un conto è uscire da un ospedale con ancora i punti sulla vulva, le gambe gonfie, il colorito smorto e gli ormoni che ti ballano la lap dance in corpo e sorridere e salutare, sorridere e salutare come se nella vita non contasse altro. Come se non fossi preoccupata per il pupo che ti vomita addosso o per il rischio di prolasso uterino. Come se ti stesse bene che qualcuno, magari, ha pure deciso per te come minchia ti dovevi vestire un giorno dopo aver fatto passare un cocomero da un orifizio largo come il diametro di una ciliegia. Perché i pois che indossava, putacaso, pure Diana nella stessa occasione non li avrò mica notati solo io. E va beh che son tornati di moda però...

Insomma a me, mamma Kate, ha fatto tenerezza. Così come quel povero pargolo, nato da un giorno e già preda di attacchi epilettici da flash.

Io non lo so se diventerò mamma ma se accadrà, almeno per qualche giorno, mi sa tanto che poserò la corona sul comodino. Perché a me, due giorni dopo il parto, con i punti sulla vulva, le gambe gonfie e il colorito smorto non me dovrà vedè nessuno.


mercoledì 24 luglio 2013

Flashback e udienze papali

Ho messo su un cd di Sting. Una volta credevo mi piacesse. Me lo prese la povera vittima, colui il cui cuore infransi senza pietà alcuna 10 anni orsono. Mi amava d'un amore malato, perché non ricambiato. Un amore che ha nutrito per anni il mio senso di colpa. Ieri si è sposato. Il suo nuovo amore, quello vero, è biondo, ha gli occhi azzurri e un fisico esile in un abito da sposa barocco fatto di balze, fiocchi, lustrini e paillettes. Basterebbe quello a render l'idea di quanto siamo diverse, la tipa bionda e io. Lei così simile a lui, io così opposta. Il senso di colpa è passato, dopo anni, con la foto di loro due sorridenti all'altare. E il cd di Sting è di una noia mortale. L'ho tolto a metà. Il mio tuffo nel passato s'è concluso con un 'mmazza che palle, senza nostalgie e sentimentalismi. E va bene così.

Al km 32 dell'A24 c'era un brutto incidente stamattina. Un'Alfa nera distrutta da un impatto frontale. Lamiere piegate, vetri a terra, sirene blu. Questo, di salto, è stato meno lungo, mi ha lanciato in un passato più recente. Quello di 7 mesi fa. Quando dentro una macchina distrutta c'ero io. Stavolta non si è concluso tutto con un 'mmazza che palle, senza nostalgie e sentimentalismi. Stavolta la paura, quella che credevo aver definitivamente debellato è tornata, prepotente, arrogante. Ho continuato il viaggio stringendo forte il volante, schiena dritta e tesa. E sono andata a 80 all'ora. 100 nei momenti in. Una ola per il mio cuor di leone, grazie.

Ho sognato di aver chiesto e ottenuto un'udienza papale. Io che nell'ultimo anno ho frequentato la chiesa solo per assistere a funerali. Il tipo di bianco vestito era simpatico. Abbiamo conversato per un tempo indefinito poi io gli ho consegnato un foglietto bianco chiedendogli, in lacrime, di pregare per me, per farmi avere un figlio. Che magari a lui il Principale lo sente, che magari c'ha un canale preferenziale, tipo la corsia dei bus. 

Non credo che per interpretare questo mio viaggio mentale notturno ci sia bisogno di Sciattaman. Stavolta posso fare da sola.

Intanto le mie tette esploderanno tra 3,2,1..., i crampi premestruo mi lasciano senza respiro almeno 4 volte al dì e io ho smesso di sperare nella botta di culo pre-esame. Che esiste eh, ma non passa di qua. Venerdì chiamo SantoSpirito. 

Amen.

giovedì 30 maggio 2013

Bandiera bianca

Avevamo un bel rapporto, il Principale ed io. I nostri discorsi iniziavano con un mio semplicissimo ciao e finivano con un ci risentiamo eh. Non sono mai stata una brava cattolica. Forse non sono nemmeno cattolica. Ho sempre pensato che fede e religione non sempre andassero a braccetto e del resto non sono il tipo a cui piace essere incasellata in una categoria. Le definizioni mi stanno strette, non mi ritrovo mai in nessuna di esse. A me bastavano i discorsi con Lui. Così, senza mezzi termini, senza mai passare per Santi e Madonne. C'era Lui e mi stava a sentire.

Quando avevo 6 anni pregai per l'anima di mio nonno Mario che da bravo operaio, cattocomunista, bevitore e nevrotico almeno quanto la sottoscritta usava le bestemmie come intercalare. Io feci sapere al Principale che lui era un uomo buono e che quelle cose lì non le diceva con sentimento, quindi avrebbe dovuto perdonarlo. A distanza di 13 anni dalla sua morte non so che fine abbia fatto l'anima di mio nonno ma credo si sia guadagnato il suo personalissimo spazio di paradiso.

Crescendo sono diventata una stronza egoista. I miei discorsi sono sempre stati, più che altro, richieste. Non che non mi impegnassi nel raggiungimento dei miei obiettivi ma, ecco, parlare con Lui prima, che sò, di un esame, di un colloquio, di sposarmi cosette così mi rassicurava. Mi dava pace.

Ora quel bel rapporto pare non ci sia più. Comunicazione interrotta. Errore di sistema. Ritenta sarai più fortunato.

Sono qui che mi chiedo quando è successo.

Quand'è stato, Principale, che abbiamo litigato io e te? E perché? 

Sono qui che mi chiedo quando ho permesso al male che mi porto dentro di farsi spazio e cambiare la mia vita.

Che non si tratta mica solo de 'sti benedetti pargoli che scioperano manco fossero autisti dell'ATAC, no. E' che spesso sento le basi che traballano. E mi ritrovo a chiedermi se ce la farò ad affrontare pure quel percorso, tutto in salita, che potrebbe portarmi a loro ma, parliamoci chiaro, anche no.

Sabato scorso ho fatto visita ad un Santuario. Grandivava, c'era vento forte e faceva un freddo porco. Mi sono fatta un km a piedi con quel clima ostile e i muscoli delle gambe che mi dolevano a causa dell'ennesima cosa con suffisso -ite che mi è stata diagnosticata e mi ha lasciato addosso solo altre ansie e paure.

Io non credo sia bastato per far pace ma, ecco, l'amo l'ho lanciato.

Principale, raccoglilo, please.

martedì 28 maggio 2013

Amor che move il sole e l'altre stelle

La prof. di italiano che ha avuto l'onore di avermi come sua alunna in terzo liceo si chiamava Zelinda ed era una sadica, carnefice di poveri adolescenti vittime di giudizi poco lusinghieri riportati rosso su bianco su fogli protocollo e accompagnati da numeri spesso inferiori al 2. La chiamavano la belva. 

Una volta scrisse a C questo non è un saggio, non è un articolo, non è niente. Un'inutile accozzaglia di pensieri senza senso. C. pianse e disse che no, non avrebbe più fatto la giornalista da grande. Io in quell'occasione fui più fortunata, la belva si limitò ad un ok, qualche imprecisione. 

Si sa che tipetti del genere, devoti al perfezionismo, non vanno contraddetti e io non lo feci mai. Anche perché eravamo in armonia, la belva ed io. Seppur ancora troppo tenera per meritarmi il suo appellativo ero già abbastanza perfezionista, acida e bipolare da guadagnarmi il soprannome di zelindina. Solo su una cosa non fui d'accordo con lei e non riuscii a dissimulare il mio disappunto.

La mia compagna di banco era intenta a tradurre in prosa questa cosetta poco conosciuta qui: amor ch'a nullo amato amar perdona. Sbagliò l'interpretazione così toccò alla sottoscritta spiegare quel che Dante, senz'altro in preda ad effetti oppieschi, aveva voluto intendere.

Prof. in soldoni vorrebbe dire che l'amore non permette a chi è amato di non amare a sua volta. Eliminando le doppie negazioni, che creano confusione, vorrebbe dire che chi è amato si trova obbligato ad amare chi lo ama. 

Fin qui tutto bene. Poi mi scappò bella cazzata

La belva non fece caso al turpiloquio ma volle sapere perché ritenessi Dante un cazzaro, visto che lei, invece, si trovava d'accordo con quella frase.

Perchè è assai pretenzioso pensare che l'amore ti tolga il libero arbitrio.

La discussione proseguì ed io restai della mia idea. 

Oggi l'ho cambiata. 

La Sister mi ha raccontato la sua ultima pazzia . Dopo una lite col tizio che frequenta da un mese esatto si è attaccata al suo citofono alle 7 del mattino con l'intento di far pace. Lui, ostinato, le ha aperto ma è poi tornato a dormire lei, forte del suo sentimento, non ha mollato. Si è giustificata con un non è stata una scelta se l'alternativa era perderlo. Lui ha ceduto. Ha ricambiato. Si è fatto amare e l'amore non l'ha perdonato, l'ha obbligato a riamare.

Non si sceglie quando c'è in mezzo l'amore.

La belva aveva ragione e Dante era un fottuto genio. Anche quando era fatto d'oppio.

lunedì 20 maggio 2013

Donare

Arriva un momento in cui ti chiedi per chi lo stai facendo. E anche perché. Un momento in cui vieni assalita dal dubbio: e se lo volessi solo per me? e se fosse solo quesitone di egoismo?
Del resto ero proprio io quella che, nell'età in cui credi fermamente che nella vita le cose basta volerle, che avresti deciso tutto tu, ottenuto tutto tu, sognava una famiglia chiassosa e tre nani allegri.

Forse allora i figli li volevo solo per me.

Ma adesso, sapete, mi sa che che lo voglio per loro.

Voglio che conoscano la sensazione del sole che ti scalda la faccia, che si impiastriccino le mani con i colori a tempera, che si sbuccino le ginocchia e trovino conforto tra le mie braccia, che respirino il mio odore, l'odore di mamma, quello che ognuno di noi conosce e non dimentica.

Voglio che sorridano al pensiero della merenda con pane e nutella, che si stupiscano vedendo il mare per la prima volta, che trovino rifugio in un lettone immenso dopo un brutto sogno.

Voglio che sognino di draghi e principesse, che si perdano dentro un buon libro, che vengano rapiti da un'immagine, che vivano quel momento in cui capisci che tu sei tu e che sei speciale e che ti vai bene così.

Voglio che conoscano l'odore di una crostata fatta in casa, il suono ipnotico che fanno i cavalli quando strappano l'erba con i denti, il vento sulla faccia in due su uno scooter, le nuvole viste dall'oblò di un aereo. 

Voglio che si innamorino, che sentano lo stomaco contorcersi, il loro primo bacio e il primo vero bacio. Voglio la prima volta sui tacchi e il primo mascara, la prima cravatta e la prima volta che ti piaci allo specchio che ti piaci davvero e pensi una cosa frivola tipo wow, sono una gnocca. 

Voglio che conoscano la soddisfazione che viene dal sacrificio. La gioia  per un 30 ad un esame, un nuovo lavoro, l'indipendenza, la sensazione di avere il mondo in mano.

Voglio donargli tutto questo. Voglio donargli la vita che qualche volta, è vero, ti prende a pugni nello stomaco, ti spezza il respiro, ti spinge a chiederti perché deve fare così schifo ma altre... altre è meravigliosa. E per quelle poche volte in cui è meravigliosa vale la pena provarla.

Io son qua. Io non mollo. Io vi aspetto. Perché io so' tosta, che ve pensate.

lunedì 6 maggio 2013

Er traffico de Roma

A Roma non c'è il traffico. A Roma le vie consolari potrebbero essere passibili di denuncia per sequestro di persona. A Roma se decidi di uscire in macchina quando piove, come fanno tutti i duemilioniseicentoquarantunmilanovecentotrenta abitanti, devi attrezzare il tuo abitacolo con vettovaglie, pappagalli per i signori e padelle per le ovaiomunite al fine di garantire la sopravvivenza della specie. Se poi parti dal monculo provinciale allora sarà il caso tu provveda anche a fornire l'auto di tutti quei  beni di seconda necessità tipo giornali, tablet, libri, trucchi, discografia dei Beatles che ti serviranno a tenere occupato il cervello e non aggredire verbalmente, in preda allo sconforto indotto dall'immobilismo forzato, il tizio che ti è davanti al semaforo, reo di non aver fatto pressione sull'acceleratore un nanosecondo dopo lo scatto del verde.

Per non passare inutilmente buona parte della mia vita sul tratto urbano dell'A24 ho fatto una cosetta nuova: osservare la gente e categorizzarla. Diocomemepiace.

Tra gli Schumacher repressi troviamo:

1. Il fatalista. Accetta con rassegnazione il suo tragico destino di recluso tra le lamiere. Ogni tanto alza gli occhi al cielo e se incontra il tuo sguardo cerca solidarietà con un mezzo sorriso, un cenno di diniego e la classica alzatina di spalle.

3. L'ansioso. E' generalmente membro onorario dell'Associazione Italiana Scassatori di Cazzo Suonatori di Clacson. Usa lampeggiarti come se il suo scopo nella vita fosse quello di farti venire un attacco epilettico. Passa da una corsia all'altra nel vano tentativo di guadagnare qualche metro, la sua mano sinistra è vittima di un continuo moto verticale. Lui il traffico lo rinnega, fa finta che non esista, lo ignora. Altrimenti perché suonare quando tu sei ferma, imprigionata, esattamente come lui, tra centinaia di altre auto immobili e col freno a mano tirato per evitare un crampo al piede che tiene giù la frizione?!

2. L'iperattivo. Si trastulla con gingilli di vario tipo. Legge, canta, twitta, posta deprimenti foto del traffico su Instagram,  whatsAppa, mangia. I modelli avanzati, tipo me, arrivano anche a farsi la toilette. Del resto rifarsi il trucco mentre l'ansioso chiama a raccolta tutti gli inquilini del paradiso a partire da  Sant'Almachio è assai soddisfacente.

4. Il fuorilegge. In condizioni normali è un habitué della corsia di sorpasso e uno schiacciatore del pedale di destra di prima qualità. Carne fresca per tutor, autovelox e Polizia Stradale. Approfitta delle aree di servizio per bypassare la fila tirandosi dietro le maledizioni dei gestori delle pompe di benzina. In caso di traffico si piazza solo a destra, scruta l'orizzonte in cerca del nemico per poi schizzare sulla corsia d'emergenza. Nel caso in cui venga fermato tira fuori  sempre la stessa scusa: ho un attacco di panico in corso.

Sebbene io non sia un'amante del genere, che invece piace tanto alla Sister, a conlusione di questo post non posso che piazzarci questa:


Grazie, Roma

martedì 23 aprile 2013

Cavalcare l'onda

Non mi sono mai piaciute le citazioni, nemmeno quando facevo la giornalista. Avevo sempre l'impressione di tradire il significato originario del messaggio, la sensazione che mi sfuggisse qualcosa, che nel riportare una frase estrapolandola dal suo contesto mi perdessi qualche pezzo o che quella stessa frase non avesse più senso, carisma, potere.

Ieri, però, sono capitata sul blog di Massimo Gramellini, uno scrittore che non conosco nonostante il suo nome celebre e i suoi best sellers e non posso fare a meno di citarlo perché, tra i tanti post, c'era questo. Mi sono specchiata in quel lamento vittimista, in quel capitano tutte a me. Mi sono vista prima travolta dall'onda, poi sbattuta a riva, nel tentativo di voltarle le spalle, di ignorarla. Insomma, come al solito devo prendere a testate il muro parecchie volte prima di provare a scavalcarlo. Perché da brava spietata maniaca del controllo quale sono ho qualche difficoltà a accettare quella consistente percentuale di cose che, semplicemente, accadono quando non vorresti accadessero o non accadono quando, invece, le vorresti disperatamente. Insomma, le cose che non si possono controllare.

Non posso controllare il mio corpo.
Non posso far tornare indietro una persona cara.
Non posso trasformare un sentimento.

E allora, siccome sono una persona saggia, invece di cavalcare l'onda, aiutare il mio corpo, accettare una perdita, convivere con un sentimento io rifiuto. Rifiuto tutto. E poi mi dispero.

Il punto è che non credo di avere le capacità per darmi al surf. Io non lo so come si cavalca un'onda. Non posso promettere ne all'USI ne a me stessa che da domani o tra un mese o tra sei non mi lascerò più travolgere. Immagino che prima di riuscire a starci in piedi si debba sbattere la pancia, la faccia, la schiena contro il muro d'acqua parecchie volte. E io le sconfitte le rifiuto. Pare, però, che non abbia altra scelta e spero che a tempesta passata non resti altro che una Princess a panza in sù, su un materassino morbido.

giovedì 14 febbraio 2013

"Il mezzo è il messaggio"

Nei giorni successivi l'elezione a pontefice di Karol Wojtyła iniziò a circolare una leggenda metropolitana che lo voleva protagonista di segrete fughe notturne dal Vaticano compiute nell'intento di mescolarsi ai suoi fedeli per conoscerli a fondo, contando sul suo momentaneo anonimato.

Bene. Se vi dovesse capitare di vedere una tipa con la tiara, la puzza sotto il naso e l'aria da Princess dallo sbuffo facile sappiate che quella sono io. Ho deciso di imitare il papa (del resto pure i reali sono di discendenza divina, no?) mescolandomi ai miei adorati sudditi e immergendomi nel fantastico mondo di mezzi pubblici romani.

Insomma, visto l'allerta meteo a giorni alterni, Alemanno perennemente pronto con la pala, l'autostrada che mi comunica il pericolo neve, l'era glaciale 1,2,3 e 4 e, soprattutto, visto che ho rischiato la pelle a causa del ghiaccio già una volta e la lezione mi è bastata, ho deciso, quando i turni di lavoro me lo consentono, di lasciare la Polly Princess-mobile a risposo e prendere i mezzi. Nonostante io abiti nella provincia di Monculo, il mio posto di lavoro sia sito in Monculo e, per raggiungerlo, io debba passare per il centro città, lontano da Monculo, lontanissimo dalla provincia. Cioè arrivo in centro e poi TORNO INDIETRO. Ma vabbè.

Premetto che sono una sovrana piuttoso tollerante con quella che viene chiamata gente comune. Non mi urtano i discorsi degli altri, la condivisione di un minuscolo spazio vitale, le attese. Sui mezzi sono anche in grado di rilassarmi e fare quello che altrimenti non avrei tempo e modo di fare. Leggere, ascoltare musica, farmi le seghe mentali.

Però.

C'è sempre il però. Senza il però questo post non avrebbe senso.
Ci sono tre categorie di viaggiatori che mi scuotono il sistema nervoso. Che mi incitano alla violenza. Che mi mandano in pappa le sinapsi.

Precisamente:

1. Gli ansiosi. Sono quelli votati alla standing ovation. Perenne. Non si siedono nemmeno quando la loro fermata è il capolinea. Fissano la porta come se dall'altra parte li attendesse Bar Rafaeli in perizoma o Johnny Deep vestito da Jack Sparrow. Se, come spesso accade, tu sei entrato a spintoni, hai la schiena poggiata sul vetro e le falangi che carezzano il palo centrale sono l'unico modo che hai per restare in un equilibrio sempre troppo precario, a loro non interessa. Loro devono assicurarsi che il tratto postazione-porta sia libero. E iniziano a fissarti come se gli avessi scippato la nonna. In prossimità della loro fermata la frase "scende alla prossima?" sarà la vostra rovina. Il signficato occulto è "togliti dalle palle, io devo scendere, devo salvare vite, io rischio di restare intrappolato per sempre nei sotterranei di Roma per colpa tua, io ti denuncio per sequestro di persona". E tu ci provi a fargli capire che se nel momento in cui pronunciano la frase tu togliessi di mezzo il braccio che ti permette di restare in piedi finiresti per terra, trascinandoti dietro mezzo treno. Inutile. Ci provi a fargli capire che stai solo attendendo che il treno si fermi, che passi il momento rinculo, estremamente pericoloso, che segue la frenata e poi, in un secondo scarso, toglierai il braccio per farli passare. No, a loro non interessa. Loro devono avere la traiettoria libera. Tu puoi pure morire sotto le rotaie, stronzo.

2. I liceali. Categoria spesso innocua, vero. Si muovono in gruppo, spesso intorno al mattatore, protagonista, buffone di corte. I decibel che le loro corde vocali sono in grado di raggiungere superano di gran lunga quelli prodotti dai rumori circostanti e occupano, in cinque, tre quarti del vagone ma, fin qui, il fastidio è limitato. Il problema sorge nel momento in cui iniziano a fissarti, violando quel comodo rituale chiamato disattenzione civile. E tu senti puzza di provolaggine. Nel momento in cui vedi quello sguardo, quello da ormone neo-sviluppato, quello tipico del 14enne che ha appena scoperto le gioie del porno, posato su di te capisci di essere fottuta. Io, per esempio, inizio a pensare che avrei dovuto indossare le perle ereditate da Nonna R. che fanno tanto 30enne per bene. Un liceale non ci prova mica con una 30enne per bene. Ma con una con la faccia da ragazzina sì. E io sono quella che è stata presa per una 18enne neopatentata dall'ex propritaria di Polly e che si è gustata la sua faccia da merluzzo quando le ha confessato di avere 28 anni e dover rinnovare la patente ad Aprile. Ergo non ho scampo. Se non con le perle di Nonna R.

3. Le nuvole verdi. Il loro ultimo incontro con l'acqua risale ai tempi in cui ci si lavava nel fiume e di notte si faceva pipì negli urinali. In compenso hanno fatto degli incontri ravvicinati del terzo tipo con cipolla e aglio la loro filosofia di vita. E siedono vicino a te, sempre.

mercoledì 30 gennaio 2013

Di socialità. E non.

Qualcuno una volta disse che l'uomo è un animale sociale.
Dall'alto della mia esperienza quotidiana nonché principesca mi arrogo il diritto di dissentire o, alla francese, di dire che questa è proprio 'na bella stronzata.
A limite l'uomo è un animale sociale a giorni alterni.

Ad esempio io mi alzo una mattina sì e una no con il valore "voglia di comunicare con un altro essere vivente" pericolosamente vicino allo zero.

Per arrivare a lavoro impiego in media 50 minuti. Tempo a malapena sufficiente per autoconvincermi che la vita non fa schifo, che mi piace il mio lavoro e che non è il caso di mandare affanculo il Capetto solo perché è uno stronzo incompetente ha un caratteraccio.
In quei 50 minuti inoltre, la caffeina arriva al mio cervello che, così, mi aiuta a capire chi sono, dove mi trovo e con chi dovrò, necessariamente, comunicare.

Dopo 9 ore (quando mi dice bene) di comunicazione forzata il mio unico desiderio sarebbe tornare a casa ed ascoltare il melodioso suono del silenzio. Almeno per un'ora.

Bene.

L'Umile Servo non la pensa così. Il che mi starebbe pure bene se non fosse che lui sente l'esigenza di condividere informazioni assolutamente inutili con me.

Esempio:

USI: "Amore?"
Princess: "Sì?"
USI: "Chiudo le persiane"
Princess"Ok"

USI: "Amore?"
Princess: "Sì?"
USI: "Chiudo a chiave il portone"
Princess: "Bene!"

E il top:

USI: "Amore?"
Princess: "Si?"
USI: "Vado in bagno"
Princess: "Mi mandi un sms per sapere se fai cacca o pipì?"
USI: "Vaffanculo"

Conclusione:

USI è un animale sociale
Princess è un animale sociale a giorni alterni, tendente all'asocialità.

mercoledì 23 gennaio 2013

Bologna

C'era una volta un mio collega che, per comodità e nel totale rispetto dell'anonimato che questo blog garantisce, chiameremo Bologna. Sì, Bologna era bolognese e sì, io ho intenzione di mettermi in lizza per il titolo di Miss Fantasia 2013. Un bolognese DOC. Di quelli che la "s" non è "s" se non la pronunci "sch". Che a sentirlo parlare te lo saresti pomiciato tutto. Bologna era fine, acculturato, educato, discreta dialettica, le battute... beh quelle facevano cagare ma non si può mica avere tutto dalla vita.

Bologna, però, è stato anche un mio personalissimo fallimento. Anche se prima ancora di essere un mio personalissimo fallimento è stato un fallimento del Capetto perché, sì, Bologna era laureato cum laude ma in storia contemporanea, sì, sapeva attaccarti dei pipponi profondi sulla condizione socio-politica del nostro paese facendo ricorso a una buona arte oratoria, sì, era un piacere parlare con uno che sapeva cosa fosse la Perestrojka ma, porco giuda, Bologna di informatica non ci capiva una beata nerchia. E la conoscenza base dell'informatica è la base del nostro lavoro. Ergo è stato un fallimento, prima ancora che mio, del mio Capetto che, mi pare ormai chiaro, in quanto a selezione del personale lascia un tantinello a desiderare. L'unica scelta sensata sono stata io, ovvio. E anche M. In ogni caso il Capetto 'ste seghe mentali non se le fa, lui non sbaglia mica mai. Quindi continuiamo a considerare Bologna come il mio unico personalissimo fallimento.

Quando capii che Bologna stava al nostro lavoro come un bucatino all'amatriciana sta in un piatto di escargot alla bourguignon mi diedi da fare per il suo e mio bene. Arrivai persino a redigere manuali pronto uso perché lui, bellodecasa, non aveva mai scritto una riga di codice html e aveva pure serie difficoltà a usare Outlook, per dire.

Ma Bologna era pure tremendamente superbo. Quei manuali non credo li abbia mai aperti visto la mole spropositata di chiamate che usava inoltrarmi in quelle 3h in cui la mia persona non era presente in ufficio, vicino a lui, a dirgli quel che minchia doveva fare. Non solo. Quando la sottoscritta con sguardo scettico, quello col sopracciglio destro arcuato, se lo guardava mentre lui, bocca aperta, sguardo vitreo, impiegava 20 minuti per un lavoro da 3, chiedeva "hai bisogno d'aiuto? sei in difficoltà?" lui, orgoglio ferito, rispondeva "asscholutamente no!".

Bene.

Bologna mi ha fatto capire che io non sarò mai un buon capo di nessuno. Perché non ho polso. Perché quelle chiamate finivano con un "ma non ti preoccupare, siamo colleghi, l'aiuto è il minimo" quando sarebbero dovute finire con una cazziata. Perché lui non si impegnava ad apprendere e ha avuto il mio silenzioso nullaosta alla sua inadeguatezza. Perché sì, io gli ho scritto dei manuali ma avrei dovuto accertarmi che li avesse letti.

Quando la sua manifesta incapacità si è palesata dinnanzi al Capetto in un momento, tra l'altro, estremamente delicato a prendersi shampoo, taglio e piega non è stato Bologna. Sono stata io. Perché non avevo comunicato a Capetto le mie perplessità su quella persona. Perché l'ho coperta. Perché l'ho difesa, persino. Perché penso che in questa società di merda tra precari sfigati ci si debba aiutare. Dopo un anno sono ancora qui che mi chiedo chi ha sbagliato.

Ditemi voi, miei fedelissimi, se sono estremamente buona, estremamente fessa o, semplicemente, estremamente senza palle.