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lunedì 5 agosto 2013

Pink

Scrivimi una poesia, di quelle che leggi d'un fiato, di quelle che devi leggere più volte, di quelle che ami rileggere da solo, in privato.

Guardami senza sbattere le palpebre, per non perdere un secondo dell'immagine di me riflessa in te. Perchè non esisto al di fuori dei tuoi occhi. Perchè me è il modo in cui mi vedi te. Nessun altro.

Baciami piano, sfiorandomi le labbra, come fosse una carezza, come quando mi passi i polpastrelli sul viso, appena sotto gli occhi e poi scendi sulla guancia, sulle labbra, sul collo.

Parlami a bassa voce, come se  quelle parole le dovessi ascoltare solo io. Solo io per sempre.

Carezzami il grembo, come se contenesse la vita che vorresti donarmi.

Dammi miele, zucchero, dolcezza, affetto. Tutto quel che ti spaventa, tutto quello che fa sembrare stupidi.

Dammi il rosa della vita. Quello di cui non avevo mai sentito la mancanza, prima di incontrarti. Perché non son tipo da colori pastello, io. E non lo sei nemmeno tu.

Eppure sì.

Lo sei quando mi parli come se quest'amore non dovesse finire, mai.


Non c'è fine al mio stupore, al mio tacerlo. Ascolta, come mi batte forte il tuo cuore.
Wislawa Symborska

giovedì 25 luglio 2013

Cream

Cosa succede quando tutte le barriere cadono? Quando i contorni diventano sfumati, quando il contesto è nebbia, quando ci si perde in un paio d'occhi, quando null'altro conta che il suono di un respiro, un sorriso, un odore?

Si diventa malleabili, come il burro. Si cambia forma, aspetto, umore, identità. O forse quella, semplicemente, si ritrova. Perchè s'era persa nelle file dei doveri, delle responsabilità, dei sarebbe giusto.

Questa non sono io, eppur lo sono

Si diventa così incoerenti quando si ama.

Ci si stupisce per così poco quando si ama. Un fiore sul cruscotto, un cuore su una chat, la lingua sul collo, tenersi per mano.

Complicato e semplice. Impossibile eppur reale. Doloroso e meraviglioso.

Quante sono le facce dell'amore? Quante ne conosciamo?

Lei si lasciò andare, tremante, tra le braccia di lui. Barriere cadute, contorni sfumati, contesto annebbiato. Non sapeva chi fosse ma non le importava. Era felice. Chiuse gli occhi, sorrise.

Semplice, reale, meraviglioso. L'amore le stava mostrando solo quella faccia, per ora. Dell'altra si sarebbe preoccupata dopo.

Ci penserò domani

Fu tutto quello che riuscì a pensare.


Conquistami, inventami, dammi un'altra identità. Stordiscimi, disarmami e infine colpisci. Abbracciami ed ubriacami di ironia e sensualità.

martedì 30 aprile 2013

Raccogliere i cocci

Aveva urlato così forte che la gola non era stata in grado di reggere la pressione del suono e le aveva restituito una voce innaturale, sconosciuta, spaventosa.

La spazzola nemmeno aveva retto il colpo. Il manico si era spezzato dall'urto contro le mattonelle nere del bagno.

In uno di quei momenti in cui la rabbia si mescola alla disperazione, allo sconforto, alla solitudine era curioso rendersi conto di quanto il cervello fosse lucido e la spingesse a chiedersi quante forme di manifestazione del dolore esistessero, se ci fossero delle categorie e a quale lei appartenesse.

Stanca, si rannicchiò in un angolo sorridendo al pensiero di incarnare alla perfezione il cliché di una donna sull'orlo di una crisi di nervi. Le ginocchia sotto il mento e gli stinchi cinti dalle braccia.

Sembrava quasi non fosse nemmeno più in grado di sognare. Sarebbe stato troppo faticoso e troppo avvilente, poi, tornare alla realtà.

E allora che si fa in questi casi? Come si inganna il tempo dell'oblio? A cosa si pensa?

Poggiò la testa di lato, sul muro e costruì figure spigolose partendo dai rombi 10 per 10 che formavano la parete di fronte. Si ricordò di quando li aveva scelti. Leggerezza , entusiamo, ottimismo. Dov'erano finiti?

Lui la sollevò da terra e la mise sul letto. Ricominciò a piangere bagnando il piumone rosso. Ora di fronte aveva solo una parete bianca. Ci vide sopra una famiglia, un prato verde, un cane, una giornata di sole di un quotidiano fatto di poco. Eppure di tutto, tutto quello che voleva. Stava di nuovo sognando, incurante di quanto avrebbe fatto male, poi, tornare alla realtà.

domenica 21 aprile 2013

D'amore non si muore (più)

Romeo conosce Giulietta da sempre. E da sempre la ama. Quando entrambi avevano la metà degli anni che hanno ora hanno avuto una di quelle storie semplici, fatte solo di baci rubati, strette di mano, occhi negli occhi e qualche carezza. Una di quelle storie che non hanno ancora conosciuto le complicazioni del sesso e della gelosia. Una di quelle storie durate il tempo sufficiente a far capire loro che a 15 anni non esistono i per sempre.

Sembrava un appuntamento solo rimandato. Un accordo tacito, in base al quale a distanza di qualche lustro si sarebbero uniti di nuovo, portandosi dietro un bagaglio di esperienze sufficiente a fare in modo che il per sempre potesse esistere.

Il problema degli appuntamenti taciti a data da destinarsi è che non sai cosa può succederti nel mezzo. Giulietta ha conosciuto altri uomini, Romeo altre donne. Per Giulietta nessuno era all'altezza di Romeo. Romeo ha fatto della ricerca di un'altra Giulietta la sua ragione di vita. Fino a quando Giulietta non ha trovato Tristano e Romeo non ha trovato Isotta.

Tristano non è Romeo. Ha spalle larghe, occhi neri e un gran sorriso. Vuole fare di Giulietta la sua sposa e la madre dei suoi figli. Giulietta, con lui, non ha fatto confronti. In fondo l'unica cosa che conta è che sia alla sua altezza, non all'altezza di un altro uomo.

Isotta non è Giulietta. Ha occhi azzurri, mani piccole e tanta dolcezza. Per Romeo ha perso il senno. Gli ha donato se stessa, gli ha messo in mano i suoi sogni, il suo cuore. Romeo non ha trovato in lei un'altra Giulietta. Ha trovato un'Isotta e ne è felice.

Giulietta e Romeo non hanno mai smesso, a modo loro, di amarsi. Perché l'amore ha tante facce, tanti modi di esprimersi, tanti ruoli da ricoprire.

Giulietta e Romeo sono ai lati opposti di un dirupo, con una corda legata ad una caviglia. La corda li tiene uniti e li separa perché se anche solo uno dei due provasse a camminarci sopra andrebbe giù, portandosi dietro l'altro.

Giulietta e Romeo, sempre in silenzio, hanno annullato quel tacito accordo. Ha fatto male e farà male ancora ma è sempre meglio che saltare giù da un dirupo. E poi d'amore non muore più nessuno da un po'. E forse è giusto così.

giovedì 28 febbraio 2013

Orange


Decisamente non era portata per l'ornitologia. A cinque anni uccise con una dose eccessiva di costosissimo profumo appartenente alla di lei madre due poveri e coloratissimi pappagalli rei, sempre secondo la di lei madre proprietaria del profumo, di emanare un odore sgradevole dalla loro gabbietta. Pensando di fare cosa buona e giusta li intossicò con un Tresor della Lancome. Trovarli profumatissimi e stecchiti fu un piccolo trauma.

Eppure la prima immagine che le venne in mente fu quella del picchio. Doveva aver letto da qualche parte che una particolare specie era in grado di tamburellare la corteccia di un albero dalle sei alle dieci volte al secondo e che tutta la loro struttura era finalizzata a fare in modo che quell'attività riuscisse alla perfezione. Becco resistente, coda lunga e rigida per bilanciare i contraccolpi, muscoli del collo sviluppatissimi. Del resto è così che il picchio scova le sue prede. E vive. 

Per la precisione immaginò che un piccolo e stronzissimo picchio dal becco lungo le stesse martellando il cranio. E ad ogni picchiata, per reazione, il cervello producesse un'immagine. Sgradevole, dolorosa, insopportabile. Roba da impazzire.

L'immagine di lui che baciava l'altra. Che la guardava con gli stessi occhi e le parlava con le stesse parole. Che giocava col suo intimo. Che le porgeva il braccio, la spalla, le labbra. Che le stringeva la mano. Che, che, che...

Basta picchio, please. 

Qualsiasi cosa lui facesse o dicesse in quel momento lei la vedeva proiettata sull'altra.

Il punto è che mettere in gioco se stessi rende fragili. Lasciarsi andare rende insicuri.

E se mentisse. E se non fossi così speciale. E se io non fossi quella giusta. E se non fosse vero che sono unica per lui. E se, e se, e se.

Poi pensò alle cose che conosceva solo lei. Pensò allo stupido evento che aveva messo in moto il picchio. E pensò che il picchio il suo vermicello non l'avrebbe trovato. Pensò che per una volta poteva concedersi il lusso di non sentirsi inadeguata. Di credere non tanto a lui ma a se stessa. Pensò al motivo per cui aveva deciso di mettersi in gioco, lasciarsi andare. E decise che andava bene così. Si sarebbe presa tutto il pacchetto.

Compreso quel piccolo, stronzissimo picchio col becco lungo e la cresta arancione. 

venerdì 22 febbraio 2013

Red

Lo avvertì chiaramente quel momento. Quello che ogni donna vuole, quello di cui ogni donna ha paura.
Quello in cui lui si prende tutto. Testa, cuore, stomaco, viscere.
Quello in cui lui lascia il segno. Che ti resterà addosso per sempre. Come un'incisione, come un marchio.
Quel momento in cui perdi coscienza, ragione, consapevolezza di chi sei, di chi eri.

Fu in quel momento che pianse.
Di un pianto diverso. Somigliava quasi a quello del neonato che viene alla vita, quello necessario a farlo respirare, a fargli entrare aria nei polmoni.

E pensò che non fosse necessario il sesso per essere intimi. Perché non esiste momento più intimo di quando lui, quelle lacrime strane, se le prende, con la bocca. E continua a baciarti. E si prende pure il respiro.
E ha vinto.
E sei sua.
In quel momento. E sempre. Perché "anche un momento è per sempre".



Ho assaggiato le tue labbra, di miele rosso rosso.
Ti ho detto "dammi quello che vuoi io, quel che posso"

venerdì 15 febbraio 2013

White

Lei pensò che una vita intera probabilmente non le sarebbe bastata per dimenticare certi momenti.
E pure per capirli.

Come quella volta in cui lui la accompagnò alla stazione più vicina della metropolitana. Era un venerdì. E lei, da quella macchina, non sarebbe voluta scendere.
Le costò un certo sforzo non richiudere la portiera e dire una cosa qualsiasi tipo "portami via".
E ci mise un bel po' di tempo per scendere le scale che l'avrebbero portata al treno.

Decise di aspettare 5 minuti, lì sotto, di fronte alla cartoleria, con la faccia rivolta al corridoio di entrata, a destra delle scale e con la certezza che lui, lì sopra, avrebbe atteso, probabilmente, per lo stesso tempo che lei tornasse indietro.

Sapeva che lui non sarebbe sceso, perché temeva, forse, di invadere il suo spazio e sapeva pure che lei non sarebbe risalita perché temeva, forse, tutto il resto.

Il bianco contiene tutti i colori dello spettro elettromagnetico. E' un po' come dire che è solo potenziale.
E' un po' come dire che è il colore delle occasioni mancate.

mercoledì 13 febbraio 2013

Brown

Lei occhi di un marrone così pieno non li aveva visti mai.

Quando lui si voltò per farle una battuta quella fu la prima cosa che notò.
E poi pensò che sarebbero andati d'accordo, loro due.
Perché lei aveva un debole per le persone così.
Per quelli con la battuta pronta.
Per quelli che ti mettono in imbarazzo, quasi fosse una sfida a far uscire fuori il tuo caratterino di merda. Perché l'hanno capito che la timidezza è uno scudo di cartapesta. Che quello che c'è sotto è divertente. E perché il caratterino di merda ai tipi come lui, in fondo, piace.

Quando le disse per la prima volta che la trovava bella lei, quegli occhi di un marrone così pieno, li evitò.
Perché va bene il caratterino di merda, ma farsi vedere imbarazzate, quello no. Quello mai. Perché lei i complimenti li riceveva spesso. E che differenza poteva mai esserci nella parola "bella" detta da lui?

Quando gli disse "mi sono innamorata" lei, i suoi occhi, li chiuse. Perché lo scudo è di cartapesta ma sempre di scudo si tratta. E se la bocca la tradisce lei chiude gli occhi. Lo fa sempre. Per ogni confessione.

Quindi, lei, l'espressione degli occhi di lui, quella che avevano in quel momento, non la conosce. Ma nella sua testa riaffiorò l'immagine vecchia di due anni. Quella in cui lui si gira per farle una battuta. Quella in cui lei pensa che occhi di un marrone così pieno non li aveva visti mai.

martedì 12 febbraio 2013

La Cantastorie

Nel Natale del 1993 alla tenera età di 9 anni, in piedi su una sedia, come si conviene ad una little Princess con l'egocentrismo a palla, comunicai al parentame quello che sarebbe stato del mio futuro. Io avrei fatto la giornalista.

Fu mio nonno a convincermi a parlarne con il resto della mia stramba famiglia perché "fino a quando non le dici, le cose non sono vere". Sempre lui a far precedere l'annuncio reale dal tintinnio della forchetta sui bicchieri buoni di cristallo. Credo che abbia la sua buona dose di responsabilità riguardo il mio sentirmi al centro dell'universo.

Comunque.

Avevo preso l'importante decisione qualche giorno prima. La terribile Maria Antonietta, maestra di italiano delle elementari e incubo di tutti i pargoli under 12, aveva deciso di fare una cosa, per i tempi, innovativa. Leggere il giornale in classe, farci commentare gli articoli e farci scrivere un articolo su un fatto di cronaca. Scrivere mi era sempre piaciuto ma solo in quel momento la piccola Briatore che viveva in me capì che poteva monetizzare la sua passione. Poteva lavorare scrivendo.

Una rivelazione.

Qualche annetto più tardi mi resi conto che le passioni non si vendono. La mie triennale attività di giornalista non fu, certo, un fallimento. I due direttori che hanno avuto l'onore di tenermi nella loro redazione non avrebbero mai voluto me ne andassi e lo stesso Presidente dell'Albo, al momento dell'esame di Stato, si complimentò con me. Ma quella non era la little Princess che voleva fare la giornalista monetizzando la sua passione. Perché, semplicemente, la passione non ce l'aveva più. Anzi, veniva colta da un leggero senso di nausea e scoglionamento quando qualcuno le commissionava argomenti come piani regolatori, sindaci corrotti, consuntivi, elezioni.

Nel natale del 1993, dopo l'annuncio, tornata col sedere sulla sedia, mio nonno all'orecchio mi disse "sarai una brava cantastorie" "giornalista!" "no no, tu sei una cantastorie".

Aveva ragione.

Sono una cantastorie. Lasciate che ve ne racconti qualcuna. Vera o presunta.
Sono una cantastorie. Lasciatemi cantare.