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mercoledì 23 luglio 2014

Scary movie

Due giorni orsono il riccone del paese in cui vivo ha subito un furto, una roba pesante alla Romanzo Criminale. Cinque persone decisamente poco per bene hanno fatto irruzione in casa sua e con tanto di passamontagna, mimetica, accento non meglio identificato e pistole hanno terrorizzato, minacciato e defraudato lui e la sua famiglia. Il villone teatro del fattaccio brutto è nello stesso quartiere del nostro appartamento, sebbene in una zona molto più isolata.

Ieri sera, davanti la tivvù

USI ma a te non t'è venuto un po' di cagotto?

Pff

Cioè non hai nemmeno un po' di paura?

Figurati, Princess. Noi abbiamo il cane da guardia




Sii serio

Okkei, abbiamo la gatta da guardia




Per quanto Penelope possa aver affinato le sue innate doti da criminale dubito sarebbe in grado di sgominare una banda armata e organizzata

Appunto. Armata e organizzata. Pensi forse che gente del genere rischi la galera per i 40 euro che abbiamo nel cassetto, le perle di tua nonna R. e quell'orrendo quadro d'autore regalo di nozze di tua cugina?

No, per il quadro d'autore no.

L'altra sera l'USI era fuori per lavoro ed io sono andata a dormire presto, conscia dell'alzataccia che mi avrebbe atteso l'indomani, a causa del colloquio di lavoro che avrei dovuto sostenere.

Alle due di notte un rumore desta i miei sensi assopiti.

Biagio si alza.
Ringhia.
Abbaia.
Corre verso il salotto.

Princess scagazza.
Si alza.
Lo segue.

Lo trova in posa cazzutissima. Gambe posteriori divaricate, collo teso, orecchie appizzate, naso umidiccio attaccato al vetro della finestra.

Princess si fa coraggio, scosta la tenda.
E vede lei.
...
Gatta Cì, altrimenti nota come Lea, la miciona dei dirimpettai.
In atteggiamento promiscuo con un gattone pezzato.

La zoccolona dalla lunga coda bianca e pelosa emetteva un lamento simile al pianto d'un neonato mentre praticava l'amore libero col suddetto Don Giovanni felino.

Ho guadato il quadrupede, il quadrupede ha guardato me.
Ce ne siamo tornati a letto scrollando le spalle.

Quadro, perle e 40 euro sono salvi. Noi pure.

lunedì 8 aprile 2013

Ragazzi di campagna

La Sister O. è un'amante della natura. L'amico G., anche detto la Sister col pisello ha fatto dell'amore per la natura il suo lavoro. Entrambi amano fantasticare su progetti di difficile se non impossibile realizzazione, tipo metter su una fattoria educativa partendo da un terreno fangoso e una casetta di 20 mq al cospetto della quale il celebre edificio in via dei matti numero 0 risulterebbe iperaccessoriato.

Ieri pomeriggio la suddetta coppia di hippies ha convinto l'intera corte e una Princess intenta ad isolarsi dal mondo con un libro in mano e la sua amaca da giardino, a fare una passeggiata nella campagna della campagna in cui viviamo.


Ritrovarsi seduti sull'erba, in cerchio, col sole in faccia e le tute sporche di fango a fare corone di margherite è stato un attimo.

Sister O.: La sentite questa pace? Quest'armonia? E' necessario entrare in contatto con la natura per ritrovare il proprio equilibrio interiore

Princess: Disse le donna della crema antirughe prima dei 30

Sister O.: Quello è un altro discorso

Sister G.: Dite che se ci spalmassimo in faccia questo fango non otterremmo lo stesso effetto?

Princess: Riesci a distinguerlo dalla cacca di mucca?

Sister G.: E' un apone quello? Se mi pizzica io muoio, sono allergica

Princess: Credo che una formica mi sia entrata nelle mutande

Sister O: Ho sete

Sister G: G. le macchie di erba come le tolgo dai jeans?

Princess: G. se ora ci uccidessi tutti nessuno ci troverebbe qui

Sister G.: G. non c'è una scorciatoia per tornare a casa? Io sono stanca

Sister O.: G. è potabile l'acqua di quel ruscello?

Princess: G. c'è un ragno, cazzo, un ragno. Uccidilo!

Sister O.: Sento dei rumori 

Sister G: Sarà qualcuno che si sta facendo una sveltina all'aria aperta

Sister O.: No sono tipo tamburi

Princess: Saranno le mucche che stanno dando un rave

Sister O.: Mi inquietano

Amico G: Il rumore che senti è quello di un picchio, il ragno non ti ucciderà, io potrei, la cacca di mucca si distingue benissimo dal fango, non fosse altro perché puzza, per i jeans hanno inventato le lavatrici, quello non è un apone, la formica morirà prima di raggiungere il tuo equilibrio interiore e io mi sono appena ricordato il motivo per cui avevo deciso di non portarvi più a fare passeggiate in campagna.

Tempo permettendo, domenica prossima faremo un'altra allegra scampagnata. Anche perché oggi, seduta alla mia scrivania da poco più di un'ora sento la mancanza della natura. Cacca di mucca compresa.


venerdì 22 marzo 2013

Se la mia vita fosse un videogame

Level I : evitare il Toro --> complete

Level II : evitare le buche sulla statale --> complete

Level III : evitare un frontale con le altre macchine che, per evitare le buche sulla statale, camminano in mezzo alla strada --> complete

Level IV : evitare di comunicare a Capetto la dura verità a te manca qualche venerdì quando ti accoglie in ufficio con cori da stadio --> complete

Direi che sono pronta per Donna Avventura.

giovedì 21 marzo 2013

Pro e contro: il Toro vagante

La mia amica FM è una ritardataria cronica. La scusa che, più di frequente, usa nel vano tentativo di giustifcare la sua assenza all'ora stabilita è:

stavo facendo la cacca

La usa soprattutto con la sottoscritta, stitica dalla notte dei tempi, con l'obiettivo, suppongo, di innescare quel processo di identificazione che genera solidarietà. Ovviamente fallisce ogni volta, perché io ogni volta mi inalbero. Durante una delle nostre solite attese le urlai al telefono:

se proprio non riesci ad essere puntale almeno cambia scusa perché questa, oltre a generare nella mia mente un'immagine poco elegante, quella di te seduta sul trono, ormai è stantia e difficilmente credibile.


Bene.

Qualche giorno fa, stessa spiaggia, stesso mare e stessa scena di sempre: io e la Corte aspettavamo fuori un locale, irritati e infeddoliti, che la sua figura apparisse come un miraggio all'inizio della via.
Quando ho sentito vibrare il telefono il mio proverbiale savoir-faire si è dato alla macchia e col cervello annebbiato da furia cieca, prima ancora che lei dicesse ehi io ho urlato qualcosa tipo:

ando' cazzo stai?!

C'era una mucca enorme in mezzo alla strada! Ho avuto paura, mi guardava fissa negli occhi e non si muoveva, così ho fatto marcia indietro, ho chiamato il 112 e sono ripartita dopo un quarto d'ora nella speranza di non incontrarla di nuovo

FM questa è davvero ridicola. Avrei preferito la solita cacca. Questa non è una mucca è una bella bufala.

Abbiamo passato la serata a percularla.

Succede, poi, che io e l'USI, nella tarda serata di ieri, di ritorno da una mostra, incontriamo sul ponte sull'Aniene, che unisce la via del paese alla Statale, due pattuglie di carabinieri, una di vigili del fuoco, il primo cittadino e un povero Cristo che, torcia alla mano, vagava nella fitta boscaglia adiacente al ponte. Io, che ho fatto degli altrui cazzi il mio mestiere per due anni, non ho potuto fare a meno di fermarmi e chiedere cosa stesse succedendo, temendo che qualcuno avesse compiuto l'insano gesto, gettandosi nel fiume.

Pare, mi è stato detto, che un possente Toro sia fuggito da un imprecisato recinto su un imprecisato terreno di un'imprecisata persona e che, perso, impanicato e pure un tantiello incazzato, abbia iniziato a vagare senza meta, incutendo terrore negli automobilisti. I Carabinieri hanno dato credito alla storia solo in seguito alla quarta segnalazione arrivata dal sindaco in persona.

Ho chiesto venia a FM scrivendole:

non era una bufala, nemmeno una mucca. Trattasi di possente e furente Toro! Avevi ragione, chiedo umilmente scusa.


Tornata a casa, nella lista pro-contro scritta sulla lavagnetta della cucina (dovremmo decidere se andare o restare in paese, così stiamo prendendo nota delle nostre rispettive valutazioni) ho aggiunto:

possibilità di incontrare un Toro per strada 

tra i contro.

Tra i contro? Chiede l'USI

Beh tu che dici?!

Dico che senza quel Toro avresti perso materiale prezioso per il tuo blog.

Non fa 'na piega.

venerdì 15 marzo 2013

Virginia

Virginia ha 20 anni, un corpo florido, una testa piena di riccioli biondi e due occhi azzurri su un viso tondo.
Ci scambiamo un comunissimo ciao per strada e quando, nel Febbraio del 2012, la neve ci sommerse, io e la Sister le prestammo lo slittino e ci gustammo la scena di lei che rideva come una ragazzina, come se avesse 10 anni, mentre scivolava tenendosi alle spalle del nostro amico G.

Le nostre interazioni si fermano qui.

Virginia ha avuto un brutto incidente. Le ruote della sua macchina non hanno fatto presa su una lastra di ghiaccio impedendole di fermarsi allo Stop tra la via del paese e la statale.

La prima cosa che ho pensato è che anche lei deve aver sentito quel rumore, quello della gomma che stride, come se cercasse di aggrapparsi e invece no, non lo fa. Non lo dimenticherà facilmente.

Virginia è stata travolta da un'altra auto. Ha sbattuto forte testa e naso e ha un brutto taglio sul braccio sinistro. Cinquantotto punti.

Ed io ho pensato ai miei soli cinque, sotto il labbro. A quanto ci hanno messo a ricucirmi, un tempo infinito. E che il suo deve essere stato molto, molto più lungo.

Virginia, grazie a Dio o a chi per lui, non ha riportato danni permanenti. TAC e radiografie sono negative. Come le mie. La mamma parla di miracolo e le ha messo un santino nel portafoglio. Come la mia, che ha appeso una corona sullo specchietto di Polly. La stessa che, tra l'altro, era su Clear e che lei ha voluto a tutti i costi salvare.

Virginia, però, dall'incidente non esce più di casa.

E siccome in un paese Virginia è parte della tua famiglia, anche se le dici solo ciao e una volta le hai prestato lo slittino, la mamma, che ovviamente sa della mia esperienza, così simile alla sua, mi ha chiesto se potevo andare a dirle due parole. Perché tu hai reagito così bene. E io volevo dirle signora credo proprio sia stata male informata ma poi mi sono fatta coraggio e sono andata a trovare Virginia. Anche perché Mina in versione buona samaritana mi avrebbe diseredato dei suoi pochi averi se non ci fossi andata.

Lei era seduta sul divano e guardava Real Time. Ho pensato che con una che si vede Real Time sarei entrata subito in sintonia, avrei avuto gioco facile.

Così è stato.

A Virginia ho detto tutto. Ho detto cose che non avevo raccontato a nessuno. Ne all'USI, ne a Mina, ne alle Sisters, ne ad A., ne alla Zia Santa. Perché proprio le persone che ti sono più vicine tendono ad evitare domande precise sul come è successo credendo, e forse a ragione, di farti male. Il loro affetto lo dimostrano prendendosi cura di te, viziandoti, incoraggiandoti, rimettendoti in piedi. Ma non chiedono. Anche se incitati, anche quando magari tu avresti pure voglia di raccontare i dettagli per esorcizzare la paura. Con una persona che ha vissuto un'esperienza simile, invece, sei legittimata, autorizzata, invogliata. Sei senza pudore. Perché lei sa. Perché lei ha vissuto quello che hai vissuto tu, non hai paura di scandalizzarla, puoi liberati.

Così le ho raccontato di come la macchina sia impazzita. Del primo impatto a destra e della botta, fortissima, a sinistra, contro il guard rail. Le ho raccontato di aver pensato solo a lui, mio marito. E che se non avessi avuto la prontezza, l'istinto, l'idea di sterzare per evitare un impatto frontale, forse, ci sarei rimasta secca. E che non ci posso nemmeno pensare, al fatto che ci sarei rimasta secca.

Le ho raccontato di come fossi certa di non avere nemmeno un graffio, la botta sul finestrino nemmeno la ricordo e del conseguente stupore nel vedere la mia faccia piena di sangue. Di come, in quel momento, il mio cervello si sia messo in moto da solo, spinto forse da un istinto innato e primordiale alla sopravvivenza e mi abbia indotto a controllare. A controllarmi. Due dita in gola per vedere se il sangue venisse da dentro. Un altro dentro le orecchie. Verificare che le gambe si muovessero, che non avessi sbattuto lo sterno contro il volante. Che ragionassi. Scendere e verificare che riuscissi a camminare lungo una linea retta, muovere le dita delle mani. E poi telefonare. E rassicurare tutti. Mentre un fazzoletto bagnato contro il naso si colorava di rosso.

Le ho raccontato della prima volta in cui ho rimesso le mani su un volante. Pioveva, mio padre mi era seduto vicino e io avevo ancora un occhio nero e la faccia gonfia. E della prima volta in cui ho guidato di nuovo da sola, su quella stessa maledetta autostrada sentendo di avercela fatta solo per essere arrivata a lavoro, con le mani sudate e le dita intorpidite dal modo in cui stringevano il volante. Un modo innaturale. Di una che ha paura.

Perché la paura non passa dopo la prima volta che ti fai coraggio e guidi di nuovo. Col cazzo che passa. E a Virginia ho detto pure questo. Perché io ci penso, ogni volta. Ogni fottuta volta che poggio il culo su un sedile penso all'incidente. Ma penso pure sia normale.

A Virgina, poi, ho detto anche che la paura, certe volte, sconfina. E passa da una macchina, da una strada a tutto il resto. Perché non è sempre vero che dopo un evento del genere una persona si dia alla pazza gioia e apprezzi ogni minuto perché capisce il significato della vita. Questo, forse, viene dopo.
All'inizio capisci solo il significato della morte. Ti rendi conto di quanto sia facile, morire. E hai paura che torni a minacciarti, di nuovo, magari con un canale diverso.

Poi però passa

Davvero?

Certo, ma tu datti una mano. Anche piccola. Inizia e poi il corpo lavorerà da solo. Sennò finisce che non esci più di casa

Che vi devo dire, non sarò Freud e manco ci aspiro, io sono quella che sta sdraiata sul lettino, dalla parte dei matti ma certe volte un'esperienza condivisa è meglio di una seduta da uno bravo.
Virginia mi ha fatto il the e il giorno dopo mi ha detto ciao. 
In piazza, sotto un bel sole.


giovedì 7 marzo 2013

Andare o restare

Vivere in un paese di 800 anime significa vivere in una grande, chiassosa, famiglia allargata. E' rassicurante e soffocante. E' la tua casa e la tua galera. E' il pettegolezzo di cui sei vittima e la solidarietà di cui sei beneficiaria.

Quando vivi in un posto così tu non sei solo tu. Sei il viso di suo padre, l'intelligenza di sua madre, il brutto carattere di quel diavolo di suo nonno. A seconda dei casi, sei l'orgoglio e l'imbarazzo dei tuoi compaesani. A seconda dei casi ti amano e ti odiano.

Quando vivi in un posto così la tua sfera personale non è personale. E' condivisa, sociale, conosciuta.

Vivere in un paese è il fastidio che provi nel tornare a casa e trovare la dirimpettaia appollaiata sulla finestra stile civetta-sul-comò che ti chiede come mai oggi hai fatto tardi, manco fosse tua madre che ti aspetta per la cena. Ma è anche la gratitudine che provi per l'altra vicina, quella piccola e con tanti capelli grigi, quando la senti chiacchierare dal viale di casa tua voglio portarle alla figlia di A. che lavora sempre e quando ce l'ha il tempo per farsele? e poi te la vedi davanti, con un vassoio di fettuccine fatte a mano e un sorriso buono.

Quando vivi in un posto così in fila dal medico tutti vogliono sapere che hai. Ma quando non hanno bisogno di chiederlo ti fanno passare avanti.

Vivere in un paese vuol dire essere tuo malgrado protagonista di carrambate che farebbero impallidire la Raffaella nazionale quando incontri per caso un tuo compaesano fuori dalle mura. Uno che magari, di solito, manco ti dice buongiorno. Perché in quel momento tu rappresenti tutto quello che lui conosce e che più ama. Il suo paese, la sua famiglia allargata. Tu rappresenti la piazza, la festa patronale, le gelate mattutine, i disagi del pendolare, le chiacchiere da bar, le carte e il vino, il dialetto e le ciambelle all'anice. Sei una delegazione del suo piccolo universo che lo viene a trovare in un posto ostile. Sei il rassicurante ci si vede sù, che chiude ogni conversazione. Perché ci si vede sempre. Pure se non ci si dice manco buongiorno.

Io e l'Umile Servo dobbiamo prendere una decisione.
Andare via o restare.
Credo che non sarà facile.