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lunedì 10 marzo 2014

La verità, vi prego, sull'amore

Quando la povera vittima, il ragazzo a cui spezzai il cuore quasi un decennio fa, non aveva ancora ufficializzato al mondo la sua condizione di sudditanza amorosa nei miei riguardi e, quindi, credeva che il nostro rapporto potesse continuare senza traccia di odio e rancore nonostante il suo amor perduto non fosse corrisoposto, decidemmo di fissare insieme i criteri guida dell'amore vero. Quello con la A maiuscola, quello che si vede solo nei film e che spesso finisce in tragedia perché troppo grande e puro e difficile per questo mondo infame fatto di sesso e menzogne.

Bene.

Ce ne venne in mente uno su tutti: è amore vero quando il bene dell'altro è più importante del tuo stesso bene.

La rivelazione fu così potente nella sua banalità da telenovelas argentina che decidemmo di scriverla sulla mia Smemo verde che di cazzate da liceale in crisi adolescenziale era già, a dirla tutta, fin troppo piena.

Ieri ci ho ripensato su. Sarà che sono stufa di pensare al cane che vomita, alle mie malattie immaginarie, ai figli, al lavoro e a quello che non ho è quel che non mi manca. (Faber perdona la citazione usata impropriamente in un blog cazzareggio, dopotutto tuo figlio fa di peggio). Così, seduta al sole su una panchina mentre Biagio era intento a rosicchiare le orecchie di un Rottweiler fin troppo paziente, ho riflettuto perdendomi in inutili divagazioni intellettuali sul più nobile sentimento.

Sono arrivata alla conclusione che io e la povera vittima, dopotutto, non avevamo detto una stronzata ma, peccando forse d'ingenuità giovanile, abbiamo trascurato l'infinita scala di grigi che esiste tra il bianco e il nero, tra il bene e il male, tra vero e falso, giusto e sbagliato.

Schopenhauer che forse sto scomodando inutilmente perché magari 'sta cosa non l'ha detta manco lui ma la mia memoria langue quindi famo finta di sì diceva che l'altruismo non è che una forma d'egoismo mascherato. Per esempio l'elemosina la facciamo con l'obiettivo di aiutare il prossimo o lenire il nostro senso di colpa per esser nati più fortunati?

Amiamo per noi stessi o per l'altro?
Amiamo noi stessi o l'altro?
Quando facciamo di tutto per far star bene la persona che amiamo lo facciamo per renderlo felice o per evitare che si stanchi di noi lasciandoci di nuovo soli?
È amore lasciare che qualcuno preda di un rapporto malato se ne vada per la sua strada o lo abbandoniamo per vigliaccheria? Perché abbiamo paura di percorrerla?

In sostanza: ma l'amore che cazzo è?!

lunedì 11 novembre 2013

Strategie anti-ex

Al G.F. c'era il confessionale noi abbiamo il té delle cinque che spesso diventano le sei, qualche volta le sette, raramente l'ora di cena in tal caso diventa magnamose 'na pizza. E' preceduto da un sms, generalmente in codice, a meno che la richiedente non sia tanto sconvolta e bisognosa d'attenzioni e consigli da dimenticare la consolidata prassi, frutto di pluriennali e pregressi accordi.

Il motto dell'abituale incontro è giù le maschere. Al tè delle cinque parlare di tutto è imperativo categorico. 

I problemi derivanti dai nostri rapporti con l'altro sesso costituiscono, ovviamente, la fetta principale del nostro ciarlare anche se le briciole ovvero le appendici della conversazione primaria possono essere assai divertenti e istruttive. Io per esempio ho scoperto innovativi metodi per colmare il gap d'altezza quando si fa sesso in piedi. Che non si dica che non posso imparare nulla dalla Sister G.

Nella classifica degli argomenti più gettonati manco a dirlo ci sono le ex. Lo spauracchio di ogni femmina.
Dopo numerosi confronti con le mie Sisters sono giunta alla conclusione che esistono essenzialmente tre strategie difensive da attuare la fine di pararsi il didietro dai fantasmi delle storie passate.

Indifferenza. E' la meno praticata perché richiede un'autostima pacco famiglia e la certezza assoluta che i suoi ti amo post-coito siano sinceri e replicabili anche con le mutande indosso. Fingersi noncuranti quando lui tira fuori il portafoglio di Hello Kitty appartenuto a qualche buonanima è una prova di resistenza che manco Rambo uno, due, tre, quindici. 

A me non da fastidio, sono superiore.

Guerra in trincea. Senza dare troppo nell'occhio. Per attuare questa strategia è necessario l'ausilio della BFF che all'opportuno interverrà con un mi piace su Fb, una foto di voi due che vi guardate mentre fate finta di non essere in posa, un commento stile siete la coppia più bella del mondo. Perché marcare il territorio è importante, signore mie.

A me non da fastidio ma deve stare al posto suo.

Impatto frontale. Li sentite i tamburi? Vi siete pittati la faccia di strisce blu? Bene. Questa strategia non ammette perbenismi, tolleranze ed ipocrisie. Viene di solito scelta da chi ha visto infranto il proprio sogno d'amore proprio a causa di un ritorno di fiamma e impone pugno duro e lotta senza paura. Il primo passo è pretendere dal proprio compagno l'immediata interruzione di ogni forma reale o immaginaria di contatto con la ex. Segnali di fumo compresi. Il secondo è denigrarla. Puntate al tallone d'achille: la psicosi. Perché tutte le donne ne hanno una fuorché voi che siete perfette sotto ogni aspetto, ovviamente. E poi c'è il confronto sul sesso. Sono sicura che lei quel giochetto d'anca non lo faceva, eh? Infine la minaccia velata ma non troppo: se si fa viva le riempio la posta di Fb di insulti perché ho ucciso per molto meno, io. Se fate il fumo dalle orecchie siete davvero delle professioniste.

A me non da fastidio, al prossimo mi piace è una donna morta. 

E voi come combattete lo spauracchio ex?

martedì 22 ottobre 2013

L'evoluzione del rimpiazzo

C'era una volta il passaparola. Il vecchio, caro, inaffidabile passaparola. A seconda del canale utilizzato la versione cambiava, stava a te decidere quale fosse quella giusta. Giusta, non veriteria, fate attenzione che c'è una bella differenza. Di solito la versione giusta era questa:

E' un cesso e pure stupida/o. Ha il sex appeal di una lavastoviglie col filtro zozzo.

A questa conclusione si arrivava, tendenzialmente, tramite il seguente complesso movimento sinapsico:

Dev'essere per forza così, Caio non mi avrebbe certo mentito riguardo i denti storti e gli occhi a palla. Sempronio non è poi così affidabile e sicuramente il suo giudizio è stato mitigato dal rapporto di fratellanza che ha con lui, non poteva certo descrivere la persona che ama come un'oca giuliva, no?

Sia lode all'empirismo. Aristotele 1- Cartesio 0, palla al centro.

Non fate gli gnorri, miei adorati sudditi. Perché anche se siete la dimostrazione vivente che la famiglia del Mulino Bianco non è solo un parametro atto alla misurazione della vostra inadeguetezza in fatto di rapporti interpersonali, quella fase ce la siamo ciucciata tutti.

Mi riferisco all'orrido momento del rimpiazzo e a tutto ciò che ne consegue. Quel momento in cui, che siate stati vittime o carnefici poco importa, un altro o un'altra prende il vostro posto. Quello di compagna/o del/della vostro/a ex.

Il superamento dell'impasse è possibile. Basta solo raccogliere prove atte a corroborare la seguente, articolata ipotesi: ero meglio io.

E così, fino a poco tempo fa, ci si affidava al pettegolezzo cameratesco della comitiva per accertarsi dell'inferiorità in termini di bellezza/intelligenza/simpatia del rimpiazzo. Con tutti i limiti annessi e connessi e con il grande, immenso pregio della variabile incertezza.

Poi è arrivato Facebook.

Ciao pace, ciao Aristotele, ciao ego e, soprattutto, ciao incertezza.

La verità è davanti ai nostri occhi, sottoforma di nome, cognome e immagine del profilo in cui il soggetto, ovviamente, apparirà fighissimo.

No, non ha il culo a forma di cofano della 500.

Gesùmmio quella deve essere una terza abbondante!

Ma li farà almeno 50 kg, 'sta stronza?

Ma non posta le canzoni della Pausini?! Manco un Gigi D'Alessio?

Parla 5 lingue st'esaltata?!

No dai, non può far parte del team di ricerca sul Bosone di Higgs.

E via dicendo.

Facebook ci rende masochisti, bypassare la fase controllo del profilo del rimpiazzo è roba da James Bond, noi comuni mortali non possiamo resistere alla tentazione di conoscere il numero di peli superflui della nuova fiamma del nostro ex. Non ci resta che pensare che sì, forse il rimpiazzo è equiparabile a noi in termini di bellezza/intelligenza/simpatia ma il nostro ex al nostro nuovo amore  gli passa il mocho sul pavimento del cesso.

E perché il messaggio arrivi forte e chiaro è necessario taggarlo su un minore di tre.

Come?! Non avete capito?!

Così: nuovo amore <3

Accertatevi, però, che la new entry metta almeno un mi piace sotto la vostra pubblica dichiarazione d'amore virtuale. Non vorrete mica passare per dilettanti o, peggio, patetici, no?

giovedì 18 luglio 2013

Il cazzarum magno

Donne! Arriva l'arrotino.

No scherzavo, tranquille.

Donne! Alzi la mano chi di voi è incappata almeno una volta nella vita nel diffuso esemplare di maschio adulto noto alla comunità scientifica come cazzarum magno.

Lo so, vi vedo. Siete tante, forse tutte. Col sopracciglio accigliato  focalizzate la faccia di chi v'ha rubato l'ingenuità. Di chi v'ha costretto a vestire i panni di Sherlock Holmes in gonnella alla ricerca del segnale in seguito al quale vi siete sentite legittimate a scatenare l'inferno.

Non vergonatevi, donne. Che quell'esemplare lì è come la varicella. Prima o poi se lo beccano tutte.

E siccome io sono una tipa solidale e mi sento in debito con le attività di volontariato è mia intenzione stilare in favore dei posteri, ovvero quella minoranza di sciagurate che ancora non hanno vissuto le gioie del vivere una storia con qualche pinocchio new era, le 4 fasi di comportamento post-stronzata comuni a tutta la specie.

Fase uno: negazione totale.
Pure dell'evidenza, se necessario.

Voi lo beccate con un'altra? Ripassavano anatomia.
Sì, peccato che sei iscritto a ingegneria, coglione.

Vi chiama col nome di un'altra? Oggigiorno quelli dell'anagrafe sbagliano pure a registrarvi appena nati, che oscenità! Roba che vi dovreste indignare. Perché voi pensavate di chiamarvi Elisabetta di Baviera invece, in realtà, vi chiamate Kate Middleton.
Sì peccato che mi chiamo Maria Antonietta, coglione.

Quando farete notare al cazzarum che la negazione totale è un insulto alla vostra intelligenza egli si prodigherà in scuse atte a negare solo parzialmente l'evento incriminato.

Fase due: negazione parziale

E' che ti somiglia proprio!
Oh povero, c'hai l'uccello guercio? Mai pensato all'amputazione? Che insomma così soffre, la creatura.

Volevo raccontarti un aneddoto in cui c'entrava lei aneddoto in cui cercherà di descriverla come il mostro di Lochness ecco perché ho sbagliato a chiamarti

Qui potreste rispondere così:



Stremato dalle vostre legittime resistenze passerà alla fase tre: ammissione parziale

Inizia generalmente con è vero, però

E' vero però con lei faccio sesso, con te l'amore.
Che culo, ora sì che mi sento una donna fortunata. Grazie.

E' vero però ero distratto
E di quale altra distrazione non sono a conoscenza?

A questo punto le opzioni sono due. O il cazzarum tronfio e idiota non si accorgerà della velata ironia nelle vostre risposte e, quindi, continuerà la sua vita come nulla fosse o passerà, mortificato, alle fase 4: l'ammissione totale. Pregna di scusa, mi dispiace, perdonami, non lo faccio più.

Non lasciatevi ingannare, donne. Fatelo per la sopravvivenza della nostra specie. Fatelo per voi. Per il vostro benessere e per la vostra autostima. Perché chi nasce cazzarum, cazzarum more.


martedì 28 maggio 2013

Amor che move il sole e l'altre stelle

La prof. di italiano che ha avuto l'onore di avermi come sua alunna in terzo liceo si chiamava Zelinda ed era una sadica, carnefice di poveri adolescenti vittime di giudizi poco lusinghieri riportati rosso su bianco su fogli protocollo e accompagnati da numeri spesso inferiori al 2. La chiamavano la belva. 

Una volta scrisse a C questo non è un saggio, non è un articolo, non è niente. Un'inutile accozzaglia di pensieri senza senso. C. pianse e disse che no, non avrebbe più fatto la giornalista da grande. Io in quell'occasione fui più fortunata, la belva si limitò ad un ok, qualche imprecisione. 

Si sa che tipetti del genere, devoti al perfezionismo, non vanno contraddetti e io non lo feci mai. Anche perché eravamo in armonia, la belva ed io. Seppur ancora troppo tenera per meritarmi il suo appellativo ero già abbastanza perfezionista, acida e bipolare da guadagnarmi il soprannome di zelindina. Solo su una cosa non fui d'accordo con lei e non riuscii a dissimulare il mio disappunto.

La mia compagna di banco era intenta a tradurre in prosa questa cosetta poco conosciuta qui: amor ch'a nullo amato amar perdona. Sbagliò l'interpretazione così toccò alla sottoscritta spiegare quel che Dante, senz'altro in preda ad effetti oppieschi, aveva voluto intendere.

Prof. in soldoni vorrebbe dire che l'amore non permette a chi è amato di non amare a sua volta. Eliminando le doppie negazioni, che creano confusione, vorrebbe dire che chi è amato si trova obbligato ad amare chi lo ama. 

Fin qui tutto bene. Poi mi scappò bella cazzata

La belva non fece caso al turpiloquio ma volle sapere perché ritenessi Dante un cazzaro, visto che lei, invece, si trovava d'accordo con quella frase.

Perchè è assai pretenzioso pensare che l'amore ti tolga il libero arbitrio.

La discussione proseguì ed io restai della mia idea. 

Oggi l'ho cambiata. 

La Sister mi ha raccontato la sua ultima pazzia . Dopo una lite col tizio che frequenta da un mese esatto si è attaccata al suo citofono alle 7 del mattino con l'intento di far pace. Lui, ostinato, le ha aperto ma è poi tornato a dormire lei, forte del suo sentimento, non ha mollato. Si è giustificata con un non è stata una scelta se l'alternativa era perderlo. Lui ha ceduto. Ha ricambiato. Si è fatto amare e l'amore non l'ha perdonato, l'ha obbligato a riamare.

Non si sceglie quando c'è in mezzo l'amore.

La belva aveva ragione e Dante era un fottuto genio. Anche quando era fatto d'oppio.

domenica 21 aprile 2013

D'amore non si muore (più)

Romeo conosce Giulietta da sempre. E da sempre la ama. Quando entrambi avevano la metà degli anni che hanno ora hanno avuto una di quelle storie semplici, fatte solo di baci rubati, strette di mano, occhi negli occhi e qualche carezza. Una di quelle storie che non hanno ancora conosciuto le complicazioni del sesso e della gelosia. Una di quelle storie durate il tempo sufficiente a far capire loro che a 15 anni non esistono i per sempre.

Sembrava un appuntamento solo rimandato. Un accordo tacito, in base al quale a distanza di qualche lustro si sarebbero uniti di nuovo, portandosi dietro un bagaglio di esperienze sufficiente a fare in modo che il per sempre potesse esistere.

Il problema degli appuntamenti taciti a data da destinarsi è che non sai cosa può succederti nel mezzo. Giulietta ha conosciuto altri uomini, Romeo altre donne. Per Giulietta nessuno era all'altezza di Romeo. Romeo ha fatto della ricerca di un'altra Giulietta la sua ragione di vita. Fino a quando Giulietta non ha trovato Tristano e Romeo non ha trovato Isotta.

Tristano non è Romeo. Ha spalle larghe, occhi neri e un gran sorriso. Vuole fare di Giulietta la sua sposa e la madre dei suoi figli. Giulietta, con lui, non ha fatto confronti. In fondo l'unica cosa che conta è che sia alla sua altezza, non all'altezza di un altro uomo.

Isotta non è Giulietta. Ha occhi azzurri, mani piccole e tanta dolcezza. Per Romeo ha perso il senno. Gli ha donato se stessa, gli ha messo in mano i suoi sogni, il suo cuore. Romeo non ha trovato in lei un'altra Giulietta. Ha trovato un'Isotta e ne è felice.

Giulietta e Romeo non hanno mai smesso, a modo loro, di amarsi. Perché l'amore ha tante facce, tanti modi di esprimersi, tanti ruoli da ricoprire.

Giulietta e Romeo sono ai lati opposti di un dirupo, con una corda legata ad una caviglia. La corda li tiene uniti e li separa perché se anche solo uno dei due provasse a camminarci sopra andrebbe giù, portandosi dietro l'altro.

Giulietta e Romeo, sempre in silenzio, hanno annullato quel tacito accordo. Ha fatto male e farà male ancora ma è sempre meglio che saltare giù da un dirupo. E poi d'amore non muore più nessuno da un po'. E forse è giusto così.

lunedì 11 marzo 2013

Cataldo e Neruda

Ho capito la gravità della situazione quando la Sister G. mi ha confessato di aver ascoltato diverse volte questa:



Perché, sapete, l'afflizione del tuo stato d'animo è direttamente proporzionale al livello pietoso della musica che ascolti. Quindi, sì, la Sister è veramente molto, molto, molto afflitta.
Ed io mi barcameno tra saggezza, tenerezza e pugno duro nel, per ora vano, tentativo di acchiappare al volo e fissarle in testa quel piccolo lume di ragione che, a tratti, le scalda il cervello e tappa i buchi provocati da una storia che l'ha ridotta in pezzi, singhiozzi, lacrime e infamità. Oltre ad aver pericolosamente abbassato lo standard qualitativo dei suoi, di solito condivisibili, gusti musicali.
Perché quella che ascolta Massimo Di Cataldo, con tutto il rispetto per lui e per i suoi fans, non è mia sorella.
Ed io la rivoglio.
Rivoglio il suo cinismo, le sue cazziate e le sue cazzate.
Ma, più di tutto, rivoglio il suo sorriso.

Io e la Sister O. abbiamo, ormai da giorni, indossato i panni delle crocerossine stranamore mode, quelle che come segno distintivo c'hanno un cuore spezzato al posto della croce rossa sul pettosenza ottenere grossi risultati. Perché i the delle cinque, le ore al telefono, i papiri digitali su WhatsApp vengono vanificati da un sms, peraltro terribilmente ambiguo, del responsabile del patatrac. Un solo ignavo messaggino idiota e puf  dobbiamo ricominciare da capo la terapia d'urto.

Ieri, però, a seguito dell'ennesima notte insonne e disperata la Sister G., mi ha mandato una poesia di Neruda. Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Sarà che in assenza di altri segnali positivi uno s'attacca a tutto ma, che vi devo dire, io l'ho interpretato come un piccolo passo avanti.
Perlomeno abbiamo sfanculato Di Cataldo.