sabato 30 marzo 2013

Donne e motori. Stereotipi e dolori.

Quando l'USI mi ha comunicato che nel giorno che commemora la resurrezione di nostro Signore casa nostra sarebbe stata invasa da tutta la sacra corona unita, tredici persone in tutto di cui uno simpatico come un calcio in culo con rincorsa, ho sentito l'impellente bisogno di un paio di scarpe nuove. E un maglioncino color melanzana. E uno smalto fuxia. E una collanina con pendolo a forma di gatto.
Quindi dopo il lavoro sono andata a fare shopping. Schiava del capitalismo che non sono altro.

All'uscita dal centro commerciale quell'inquietante spia a forma di pompa di benzina ha iniziato a lampeggiare. Dopo km 15, nel disperato tentativo di attirare la mia attenzione, è diventata fissa. Ed io, che ho fatto dell'arte di rimandare fino a quando diventano improcrastinabili le azioni che mi risultano scomode uno stile di vita, ho saltato numero 2 benzinai perché tanto c'è quello sull'A24. 

Prava pampina itiota, direi a me stessa, col senno di poi.

Il mio machiavellico piano avrebbe funzionato alla perfezione se non fosse che, distratta da una comunicazione telefonica, anzichè girare verso l'area di servizio ho preso l'A1.

Da un minuto all'altro mi sono ritrovata persa.

Persa senza benzina.

Persa senza benzina sull'Autostrada del Sole.

Persa senza benzina sull'Autostrada del Sole con una chiamata dell'USI in arrivo.

Ciao Princess dove sei?

USI ehm... ecco... io, come dire, avrei fatto una principessata

Vi risparmio le parolacce. Dopotutto ho il sangue blu, santocielo.

La prima uscita dal nome amichevole, raggiunta, suppongo, grazie all'accoppiata carezzine ruffiane sul volante e frasi zuccherose tipo amore mio ce la puoi fare, ho fiducia in te rivolte alla mia Polly, mi ha catapultata dritta dritta sul set di Jack lo squartatore, il ritorno. In 3D. Stazione di servizio deserta, poco illuminata, rumore di lamiere cigolanti.

No panic, penso, faccio benzina e me ne vado. Poi cerco di capire dove minchia sono e come faccio a tornare a casa.

Incenua pampina itiota.

Polly è una tipetta stronza, sapete. Deve aver pensato non l'ho fatta perire da sola sull'A1 senza benzina, è sufficiente per oggi, perché il fottuto tappo non si apriva. A nulla sono valse le istruzioni telefoniche di un marito rassegnato a farmi da badante, meccanico e navigatore satellitare. Stavo per arrendermi ad un aspettami lì, chiuditi in macchina e non muoverti, vengo a prenderti quando è arrivato lui. Il mio salvatore. La colombella pasquale. Il ramoscello d'ulivo. Tale Raffaele che ha esordito con sono passato due volte ed eri sempre lì, ho pensato fossi in difficoltà. Gratidutine infinita. Se avete bisogno di un'immagine che racchiuda il concetto posso farvi avere un'istananea che riproduce la mia espressione in quel momento. Il tipo non mi ha solo aperto il tappo. Mi ha fatto benzina. Perché io, ormai col cervello in pappa, manco sono stata in grado di far funzionare la macchinetta del self service. Dubito avrei centrato il foro del carburante. Sono andata via che ancora gridavo grazie grazie grazie dal finestrino.

Trovare la strada per tornare a casa è stata la cosa più semplice.

Ammettere di incarnare alla perfezione lo stereotipo della femmina al volante è stata davvero, davvero dura.

venerdì 29 marzo 2013

Certe volte basta un Lines blu

Quando si tratta di cose mie, my period, mestruo, ciclo, marchese, giovanni chiamatelo un po' come ve pare, io sono una tradizionalista. Rifuggo da tutto ciò non sia  Lines di colore blu notte anche se il prezzo da pagare, 5 giorni di culo a papera, è piuttosto alto, io sto comoda e asciutta solo se uso loro. Soprattutto sono sicura di non fare figure barbine come quella di cui fu protagonista la mia amica C, quando ebbe la brillante idea di provare i  Nuvenia a forma di perizoma sottilissimi e inutilissimi al secondo giorno di ciclo, sotto una gonna. Gialla. Lascio a voi la ricostruzione del tragicomico misfatto. Nella mia lunga carriera di ciclata ho tradito i Lines blu sono con gli è. Non l'ho fatto per il lattiflex che mi fa pure abbastanza senso, ne per il nome naif. L'ho fatto per la pochette in regalo. Fustigatemi.

Come gli affezionati sapranno, sono alla ricerca di un moccioso erede al trono per cui i miei decennali amici blu sono diventati il nemico. Li guardo in cagnesco ogni volta che apro il cassetto del mobile del cesso e loro, porelli, si staranno chiedendo cosa mai mi avranno fatto di male. Soprattutto mentre strappo rabbiosamente la confezione o, a voce alta, leggo i consigli riportati sulla bustina per poi criticarli con faccia spocchiosa e frasi tipo tutte cazzate, io i latticini me li magno quando voglio oppure vacce te a fa yoga, stronzo. 

Ebbene, mentre mi esibivo nella patetica scenetta che ho appena avuto l'ardire di raccontarvi mi sono resa conto che vivermi a fianco, ultimamente, sta diventando una cosetta piuttosto pesante. Sarà che c'ho mal di stomaco un giorno sì e l'altro pure, sarà che vorrei cambiare la mia vita ma non so da dove partire, sarà che il bagaglio di orribili esperienze che io e l'USi ci portiamo dietro sta diventando, per me in particolare, incredibilmente pesante e invasivo, sarà che sono arrivata al punto di voler cambiare casa solo perché queste mura hanno immagazzinato solo brutti ricordi, fatto sta che io non mi sopporto manco da sola.

Il punto è che ho provato a rialzarmi, ricominciare un fottio di volte e in mano non mi sono ritrovata nemmeno il celebre pugno di mosche. Ho atteso, cercato, bramato, l'evento ics in seguito al quale gli ingranaggi sarebbero ripartiti, avrebbero ricominciato a lavorare nel modo giusto. Invece niente, nothing, niet, rien.

Forse l'evento ics non esiste.
Forse devo smetterla di pensarci.
Forse devo smetterla di rimandare.

Mi sono tirata su slip e pantaloni. Ho raggiunto con passo deciso la camera da letto. Ho staccato il post-it giallo. E ho chiamato.

mercoledì 27 marzo 2013

Just a moon

Era tonda e arancione. L'ho fissata con lo stupore di una bambina dal finestrino di un bus strapieno e maleodorante, un pachiderma lentissimo che annaspava sul tratto urbano di un'autostrada intasata. 

Quella luna è stata l'unica nota positiva di una giornata iniziata con un buco con mire espansionistiche sulla parte di collant che avrebbe dovuto coprire un pezzo della mia coscia sinistra. Me ne sono accorta durante la mia visita mattutina al cesso dell'ufficio e in quella comodissima posizione assunta da ogni donna per fare pipì nel tentativo di non urtare le proprie chiappe immacolate contro la tavoletta del wc, residenza reale di ogni forma di bacillo conosciuta dalla scienza moderna, ho mandato ad A. un sms disperato che iniziava con devo farti una richiesta insolita e finiva con un grazie mi hai salvata.
Sì, A. mi ha comprato le calze. Non solo. Ha avuto il buon senso di prendermele nere così che la mia ricrescita da donna troppo impegnata a lavorare per perdere tempo col rasoio non si intravedesse dalla velatura. Poi dici che una non dovrebbe adorarlo.

A metà mattina una battuta di Capetto, rivolta alla sottoscritta, macchiatasi della colpa di aver inserito in un periodo le parole dimensioni e notevoli, mi ha fatto venire voglia di rinascere in un mondo in cui Capetto sarebbe Capetta, solo per gioire nel vederla soffrire in preda a crampi mestruali. Crampi mestruali che, per dovere di cronaca devo riportarlo, mi hanno fatto visita alle ore 02:03 di ieri notte, impedendomi di dormire.

La mezz'ora di attesa del bus all'uscita dall'ufficio e la corsa del provinciale saltata per cause ignote quasi me l'aspettavo.

Però quello spettacolo di luna no, non me l'aspettavo. E non mi aspettavo che dopo una giornata così io sarei stata ancora in grado di stupirmi per un cosa così semplice. Una luna.
Si fottesse il resto del mondo.

martedì 26 marzo 2013

Il post-it giallo

Il post-it giallo è in camera da letto, attaccato sul ripiano della cassettiera bianca, tra l'argento che incornicia una foto in bianco e nero di me e l'Umile Servo il giorno delle nostre nozze, le casse nere della dockin station e un micio di ceramica very kitch, regalo della Sister O.

Sul post-it giallo è segnato un numero di telefono, un indirizzo e un nome. L'indirizzo è quello di una clinica sforna-eredi, il nome appartiene a una figura mitologica, un medico noto in paese per aver fatto nascere un numero incredibilmente alto di marmocchi. Roba da far concorrenza allo Spirito Santo. Motivo per cui io e l'Umile Servo l'abbiamo chiamato affettuosamente SantoSpirito. Non me ne voglia il principale, d'atronde mi ha creata lui così cazzona e se non sdrammatizzo poi succede che mi deprimo.

Il post-it giallo mi è stato dato dalla 35enne figlia di una carissima amica di Mina e mamma felice di tre adorabili mostri, gemelli, nati in provetta.

Il post-it giallo è lì che mi fissa con aria di sfida mista a commiserazione ormai da giorni. Io lo stacco e lo riattacco almeno due volte al dì senza trovare il coraggio di alzare il telefono e fissare un appuntamento con SantoSpirito. 

Il punto è che il post-it giallo è solo l'inizio di un percorso che potrebbe essere lungo, sfiancante e rischioso. Un percorso che non sarebbe, forse, nemmeno il caso di iniziare in questo momento. Perché a me e l'USI ne sono successe troppe, siamo provati e stanchi e avremmo bisogno di una ricarica.

Il post-it giallo è, in sostanza, la misura della mia determinazione. Tra il dire e il fare c'è lui di mezzo. Staccarlo sarà il mio Start.

lunedì 25 marzo 2013

Oltre le gambe c'è di più

E' estremamente raro che La Princess esca di casa senza tacchi e mascara. Binomio accessoriale forse spartano ma che, almeno fino ad ora, le ha garantito la sufficienza, secondo il suo personalissimo metro di giudizio, in materia di gnoccagine.

Tacchi e mascara sono gli unici strumenti di bellezza che l'ingenua regnante usa.
La Princess, infatti, non sa cosa sia un fondotinta. In vita sua l'ha messo solo due volte. Quando si è sposata e quando, in vacanza a Rimini con le amiche, si fece truccare dall'amica N, la quale si prese, senza remore, tutto il merito quando, quella stessa sera, La Princess rimorchiò un tedesco dal nome di un liquore. Una cosa tipo Vermouth.

Il viso della Princess non ha mai conosciuto altro che sapone e bagnoschiuma. L'unica volta in cui tentò di migliorarsi spargendosi sulle gote l'acclamata bava di lumaca, presa su consiglio della biondissima ed espertissima collega dalla voce stridula, si ritrovò preda di rossore, secchezza e bollicine.

Quando La Princess esce dalla doccia ama avvolgersi nel grande e morbido accappatoio del suo Umile Servo, perché le piace sentirsi addosso il suo odore, per poi, una volta asciutta, vestirsi alla velocità della luce senza che neppure un cm del suo corpo conosca una lacrima di crema idratante, snellente, ristrutturante, rigenerante, anticellulite.

I suoi capelli, vittime sacrificali di piastra e phon, stanno firmando in massa una petizione per l'uso di balsami e creme che permettano loro di sopravvivere alla vita puritana che essa gli impone. Ovviamente possono farlo solo quando sono liberi e non imprigionati in qualche severo e malriuscito chignon, retaggio degli anni di danza e unico modo, secondo la terribile posseditrice della corona, di tenerli in ordine.

Se fosse per La Princess le estetiste morirebbero di fame. Il sabato pomeriggio, infatti, lo impiega spesso in quella che ama definire ristrutturazione casalinga e che, sovente, si risolve in una semplice e veloce depilazione tra strisce Lycia e lamette Gilette. 

La sua fortuna è essere circondata da amiche molto simili a lei. Messi da parte quei due o tre casi disperati di  soggetti femminili che si truccano, tingono, incremano, lisciano da quando erano in fasce, le altre hanno un concetto piuttosto semplice di femminilità (quando ce l'hanno, perché La Sister G., per esempio, ha anima e corpo di un pastore bergamasco).

Questo enorme preambolo ha il solo scopo di rendervi partecipi del grado di stupore della Princess quando La Sister O. se ne è uscita con la seguente frase:

Ho comprato a te e a G. una crema contorno occhi.

E quando, non paga, ha risposto così alla domanda sul perché dell'insano gesto:

Perché alla soglia dei 30 è ora di iniziare ad essere femmine.

venerdì 22 marzo 2013

Se la mia vita fosse un videogame

Level I : evitare il Toro --> complete

Level II : evitare le buche sulla statale --> complete

Level III : evitare un frontale con le altre macchine che, per evitare le buche sulla statale, camminano in mezzo alla strada --> complete

Level IV : evitare di comunicare a Capetto la dura verità a te manca qualche venerdì quando ti accoglie in ufficio con cori da stadio --> complete

Direi che sono pronta per Donna Avventura.

giovedì 21 marzo 2013

Pro e contro: il Toro vagante

La mia amica FM è una ritardataria cronica. La scusa che, più di frequente, usa nel vano tentativo di giustifcare la sua assenza all'ora stabilita è:

stavo facendo la cacca

La usa soprattutto con la sottoscritta, stitica dalla notte dei tempi, con l'obiettivo, suppongo, di innescare quel processo di identificazione che genera solidarietà. Ovviamente fallisce ogni volta, perché io ogni volta mi inalbero. Durante una delle nostre solite attese le urlai al telefono:

se proprio non riesci ad essere puntale almeno cambia scusa perché questa, oltre a generare nella mia mente un'immagine poco elegante, quella di te seduta sul trono, ormai è stantia e difficilmente credibile.


Bene.

Qualche giorno fa, stessa spiaggia, stesso mare e stessa scena di sempre: io e la Corte aspettavamo fuori un locale, irritati e infeddoliti, che la sua figura apparisse come un miraggio all'inizio della via.
Quando ho sentito vibrare il telefono il mio proverbiale savoir-faire si è dato alla macchia e col cervello annebbiato da furia cieca, prima ancora che lei dicesse ehi io ho urlato qualcosa tipo:

ando' cazzo stai?!

C'era una mucca enorme in mezzo alla strada! Ho avuto paura, mi guardava fissa negli occhi e non si muoveva, così ho fatto marcia indietro, ho chiamato il 112 e sono ripartita dopo un quarto d'ora nella speranza di non incontrarla di nuovo

FM questa è davvero ridicola. Avrei preferito la solita cacca. Questa non è una mucca è una bella bufala.

Abbiamo passato la serata a percularla.

Succede, poi, che io e l'USI, nella tarda serata di ieri, di ritorno da una mostra, incontriamo sul ponte sull'Aniene, che unisce la via del paese alla Statale, due pattuglie di carabinieri, una di vigili del fuoco, il primo cittadino e un povero Cristo che, torcia alla mano, vagava nella fitta boscaglia adiacente al ponte. Io, che ho fatto degli altrui cazzi il mio mestiere per due anni, non ho potuto fare a meno di fermarmi e chiedere cosa stesse succedendo, temendo che qualcuno avesse compiuto l'insano gesto, gettandosi nel fiume.

Pare, mi è stato detto, che un possente Toro sia fuggito da un imprecisato recinto su un imprecisato terreno di un'imprecisata persona e che, perso, impanicato e pure un tantiello incazzato, abbia iniziato a vagare senza meta, incutendo terrore negli automobilisti. I Carabinieri hanno dato credito alla storia solo in seguito alla quarta segnalazione arrivata dal sindaco in persona.

Ho chiesto venia a FM scrivendole:

non era una bufala, nemmeno una mucca. Trattasi di possente e furente Toro! Avevi ragione, chiedo umilmente scusa.


Tornata a casa, nella lista pro-contro scritta sulla lavagnetta della cucina (dovremmo decidere se andare o restare in paese, così stiamo prendendo nota delle nostre rispettive valutazioni) ho aggiunto:

possibilità di incontrare un Toro per strada 

tra i contro.

Tra i contro? Chiede l'USI

Beh tu che dici?!

Dico che senza quel Toro avresti perso materiale prezioso per il tuo blog.

Non fa 'na piega.

mercoledì 20 marzo 2013

Auguri per quel che sarai

Ieri era la festa del papà e a me rodeva il chicchero.

Mi rodeva il chicchero perché ho un rapporto complicato con il detentore del seme che mi ha creata, perché il papà dell'Umile Servo non c'è più, perché mia suocera si chiama come il Santo e a me di sentirla per farle degli auguri più finti de 'na moneta da 3 euri, honestly, andava quanto spararmi una giornata di fitness con 38 gradi all'ombra in mezzo al deserto del Sahara. Senz'acqua.

Anche perché l'onomastico è uno sporco oligarca. Hanno il diritto di festeggiarlo solo i fortunelli che hanno un nome VIP per Santa Romanae Ecclesiae. Io, che oltre ad avere un nome da pensionata, ho come Santa ispiratrice una tipa nata in circostanze misteriose che nell'arco della sua vita ha, sì, fatto tante cose belle, tipo curare i malati di peste e fondare a destra e a manca case di carità per i poveri ma che, porella, non si caga nessuno, non ho diritto alcuno di ricevere auguri o ingurgitare bignè nel giorno che dovrebbe renderle omaggio. Un'ingiustizia.

Insomma ieri era la festa del papà e me rodeva il chicchero soprattutto perché, per questa data, avrei voluto rendere padre, anche solo in potenziale, la persona che amo.
Non ce l'ho fatta e quando fallisco mi rode il chicchero. Tantissimo.

Poi ho deciso di rompere gli schemi. Ho fatto gli auguri all'USI. Perchè il fatto che i suoi soldatini abbiano avuto, finora, qualche problema di comunicazione con i miei ovuli, che voglio dì sono miei, sono principeschi epperciò stronzi, spocchiosi e restii a lasciarsi andare col primo che capita, non c'entra un beato ciufolo con l'essere padre. Lui è già padre. Perché vuole esserlo, perché è una persona meravigliosa, perché tutti i pargoli di questa terra meriterebbero un papà come lui.

E perché mi piace pensare di aver solo anticipato i tempi, come faccio sempre.

martedì 19 marzo 2013

Checcevoifa'

Il fatto è stato che non sono potuta uscire dall'ufficio ma non avrei neppure potuto far aspettare la Sister, il cui amorevole nomignolo lampeggiava insistente sullo schermo del mio smartphone, nel bel mezzo di una delle sue recenti e ahinoi frequenti crisi mistiche, esistenziali, psicotiche etcera.

Così ho risposto con Capetto alla destra del padre. Bella cazzata.

Perché io non lo so se il resto dell'umanità riesce ad essere discreta e composta quando riceve una telefonata come quella e se riesce a scindere la realtà telefonica da quella reale ma io... io no, non glielapossofa'.

Perché quando la tua Sister, belladecasatua, coredestacittà, piange per i nervi, si dispera perché, deogratias, ha scoperto la vera natura dell'omosenzattributi che aveva a fianco, quello che le ha pestato la dignità che manco mi nonno quando faceva il vino, tu non puoi che reagire dando sfogo alla rabbia che fino a quel momento, per paura di ferirla, avevi represso e ti esibisci nella recitazione di un sonetto di torpiloqui carichi di insulti e minacce difficilmente applicabili quali io se lo incontro gli do un calcio nelle palle tale che dopo po' anna alla Scala a fa l'erede della Callas.

Siccome il Capetto è un cinghiale delfino curioso, come diceva la reclame, mi ha chiesto cosa stesse accadendo. Io, che sono furba eh, che ve pensate, ho tergiversato parlando dell'amica di una amica di una cugina de 'sta cippa raccontando una mezza verità.

E per fortuna che era mezza.

Che la Sister abbia fatto degli errori non l'ho mai messo in dubbio e io ed O. abbiamo vestito i panni delle bacchettone scassaovaie e insensibili coridepietra perché avevamo visto, intuito come sarebbe andata a finire. Perché non avevamo gli occhi foderati d'amore.

MA

Tu, uomo, che dall'alto del tuo cromosoma Y mi vieni a dire che le responsabilità sono al 50 e 50 quando lei ha investito tutta se stessa in una storia complicata perché lui le aveva giurato amore eterno, fiori d'arancio e figli maschi per poi darsela a gambe alla prima difficoltà, rimangiarsi tutto e trattarla come uno Swiffer usato per spolverare la libreria della Hack, a me stai sulle balle.

Mi stai sulle balle perché gonfi il petto, scuoti la testa, cerchi appoggio da altri masculi, e fai spallucce con quella frase. La frase che butta nel cesso anni di lotte ovariche:

checcevoifa' noi omini semo stronzi, ve piacemo per quello

Un po' come l'itagliano medio che si lamenta di tutto, fa le rivoluzioni sui suoi personalissimi stati di Fb e poi alza quelle stesse spallucce per dire:

checcevoifa' stamo in Italia

Che ce volete fa, senza gente come voi forse staremmo meglio.

lunedì 18 marzo 2013

Rugbisti, pallonari, prelati, mucche e ballerine

Il congelamento delle estremità, punta del naso e punte delle dita di mani e piedi, dovuto ad una primavera precaria o direttamente in cassa integrazione, è solo parte del problema quando hai avuto la malaugurata idea di indossare quel jeans strettissimo che rende la seduta sugli scomodissimi seggiolini blu dello stadio Olimpico un'impresa difficoltosa e oltremodo irritante.

L'atmosfera di giubilo e un po' cazzona che si respira durante le partite di rugby non mi dispiace. Motivo per cui ho deciso di non boicottare l'ultimo appuntamento con il torneo 6Nazioni nonostante, durante i precedenti incontri sportivi, io non sia stata in grado di assimilare quelle 4 regole che mi avrebbero permesso di capire in maniera più approfondita la dinamica del gioco e, magari, divertirmi pure di più.

Nei non rari momenti di noia ho quindi deciso di calarmi nelle vesti dell'antropologo individuando 3 distinte categorie nel marasma della tifoseria rugbista.

I rugbisti puri
Amano questo sport perché estraneo allo schifo che ruota intorno al calcio. Spesso sono essi stessi giocatori in piccole o grandi squadre e si definiscono energumeni gentleman. Cantano anche l'inno della squadra avversaria e ti guardano storto se durante una punizione osi anche solo bisbigliare.

I pallonari in affitto
Nemici dei rugbisti puri, vanno allo stadio solo per il gusto di fare improbabili confronti con il loro sport preferito: il calcio. Fischiano, urlano, imprecano e adattano i cori calcistici, come il celebre e ormai insopportabile po popopo popo po, a qualsiasi azione venga intrapresa dai giocatori durante il match. Poco importa che la capiscano.

I variopinti
Sono i miei preferiti. Convinti di essere le star del Carnevale di Rio si presentano in ridicole e divertenti vesti.
La medaglia di bronzo della mia personalissima quanto priva di senso classifica va a quella quindicina di tifosi, credo irlandesi, che si sono presentati con un gonnellino di tulle verde mela fosforescente che voleva emulare un tutù. Mai viste ballerine tanto sgraziate e spassose.

L'argento va a quei due tizi che si sono vestiti da cardinali e si prestavano a farsi fotografare, stile centurione del Colosseo solo che aggratisse, nell'atto di elargire farlocche benedizioni.

Il podio spetta a lei. La donna mucca. Perché se hai il coraggio di presentarti vestita da mucca in una città dove essere chiamata vacca non è certo un complimento, io ti stimo. E ti stimo ancora di più se ti vesti da mucca pelosa. Perché il costume consisteva in un soprabito di pelliccia sintetica maculata ed un copricapo di lana rosa da cui spuntavano, obviously, un bel paio di bianchissime corna.

domenica 17 marzo 2013

Saturday night live

Sabato sera, ore 23 e 40, io la e la Sister passeggiavamo a braccetto su Ponte Sisto, dirette presso un locale trasteverino senza, però, troppa voglia di presenziare ai festeggiamenti per i 30 anni della nostra amica N. Guardando il fiume mi è venuta in mente la strofa di una canzone che la Mina usava canticchiare spesso durante la mia adolescenza e che mi è rimasta impressa nonostante io decisamente non sia una fan di Claudio Baglioni.
Così l'ho intonata:

e lungo il Teeeevere che andava leeeento leeeento

la Sister la conosceva. Tutta.
Così l'abbiamo cantata a squarciagola. Tutta.

Arrivate di fronte al locale incontriamo questo sedicente poeta fallito, avvinazzato e matto come un cavallo, con un cappello di paglia in testa, un calice di birra e un mazzo d'alloro in mano.

Ciao ragazze, io sono il Principe, dice.

Oh che culo, io sono la Principessa, dico.

Appresa la notizia mi ha decantato una poesia di dubbio gusto che parlava di sesso e cocaina.
L'Umile Servo mi ha portata via per un braccio chiedendomi, visto il recente incontro con il camionista rimorichiatore seriale, quando la smetterò di attaccare bottone con potenziali serial killer.

venerdì 15 marzo 2013

Virginia

Virginia ha 20 anni, un corpo florido, una testa piena di riccioli biondi e due occhi azzurri su un viso tondo.
Ci scambiamo un comunissimo ciao per strada e quando, nel Febbraio del 2012, la neve ci sommerse, io e la Sister le prestammo lo slittino e ci gustammo la scena di lei che rideva come una ragazzina, come se avesse 10 anni, mentre scivolava tenendosi alle spalle del nostro amico G.

Le nostre interazioni si fermano qui.

Virginia ha avuto un brutto incidente. Le ruote della sua macchina non hanno fatto presa su una lastra di ghiaccio impedendole di fermarsi allo Stop tra la via del paese e la statale.

La prima cosa che ho pensato è che anche lei deve aver sentito quel rumore, quello della gomma che stride, come se cercasse di aggrapparsi e invece no, non lo fa. Non lo dimenticherà facilmente.

Virginia è stata travolta da un'altra auto. Ha sbattuto forte testa e naso e ha un brutto taglio sul braccio sinistro. Cinquantotto punti.

Ed io ho pensato ai miei soli cinque, sotto il labbro. A quanto ci hanno messo a ricucirmi, un tempo infinito. E che il suo deve essere stato molto, molto più lungo.

Virginia, grazie a Dio o a chi per lui, non ha riportato danni permanenti. TAC e radiografie sono negative. Come le mie. La mamma parla di miracolo e le ha messo un santino nel portafoglio. Come la mia, che ha appeso una corona sullo specchietto di Polly. La stessa che, tra l'altro, era su Clear e che lei ha voluto a tutti i costi salvare.

Virginia, però, dall'incidente non esce più di casa.

E siccome in un paese Virginia è parte della tua famiglia, anche se le dici solo ciao e una volta le hai prestato lo slittino, la mamma, che ovviamente sa della mia esperienza, così simile alla sua, mi ha chiesto se potevo andare a dirle due parole. Perché tu hai reagito così bene. E io volevo dirle signora credo proprio sia stata male informata ma poi mi sono fatta coraggio e sono andata a trovare Virginia. Anche perché Mina in versione buona samaritana mi avrebbe diseredato dei suoi pochi averi se non ci fossi andata.

Lei era seduta sul divano e guardava Real Time. Ho pensato che con una che si vede Real Time sarei entrata subito in sintonia, avrei avuto gioco facile.

Così è stato.

A Virginia ho detto tutto. Ho detto cose che non avevo raccontato a nessuno. Ne all'USI, ne a Mina, ne alle Sisters, ne ad A., ne alla Zia Santa. Perché proprio le persone che ti sono più vicine tendono ad evitare domande precise sul come è successo credendo, e forse a ragione, di farti male. Il loro affetto lo dimostrano prendendosi cura di te, viziandoti, incoraggiandoti, rimettendoti in piedi. Ma non chiedono. Anche se incitati, anche quando magari tu avresti pure voglia di raccontare i dettagli per esorcizzare la paura. Con una persona che ha vissuto un'esperienza simile, invece, sei legittimata, autorizzata, invogliata. Sei senza pudore. Perché lei sa. Perché lei ha vissuto quello che hai vissuto tu, non hai paura di scandalizzarla, puoi liberati.

Così le ho raccontato di come la macchina sia impazzita. Del primo impatto a destra e della botta, fortissima, a sinistra, contro il guard rail. Le ho raccontato di aver pensato solo a lui, mio marito. E che se non avessi avuto la prontezza, l'istinto, l'idea di sterzare per evitare un impatto frontale, forse, ci sarei rimasta secca. E che non ci posso nemmeno pensare, al fatto che ci sarei rimasta secca.

Le ho raccontato di come fossi certa di non avere nemmeno un graffio, la botta sul finestrino nemmeno la ricordo e del conseguente stupore nel vedere la mia faccia piena di sangue. Di come, in quel momento, il mio cervello si sia messo in moto da solo, spinto forse da un istinto innato e primordiale alla sopravvivenza e mi abbia indotto a controllare. A controllarmi. Due dita in gola per vedere se il sangue venisse da dentro. Un altro dentro le orecchie. Verificare che le gambe si muovessero, che non avessi sbattuto lo sterno contro il volante. Che ragionassi. Scendere e verificare che riuscissi a camminare lungo una linea retta, muovere le dita delle mani. E poi telefonare. E rassicurare tutti. Mentre un fazzoletto bagnato contro il naso si colorava di rosso.

Le ho raccontato della prima volta in cui ho rimesso le mani su un volante. Pioveva, mio padre mi era seduto vicino e io avevo ancora un occhio nero e la faccia gonfia. E della prima volta in cui ho guidato di nuovo da sola, su quella stessa maledetta autostrada sentendo di avercela fatta solo per essere arrivata a lavoro, con le mani sudate e le dita intorpidite dal modo in cui stringevano il volante. Un modo innaturale. Di una che ha paura.

Perché la paura non passa dopo la prima volta che ti fai coraggio e guidi di nuovo. Col cazzo che passa. E a Virginia ho detto pure questo. Perché io ci penso, ogni volta. Ogni fottuta volta che poggio il culo su un sedile penso all'incidente. Ma penso pure sia normale.

A Virgina, poi, ho detto anche che la paura, certe volte, sconfina. E passa da una macchina, da una strada a tutto il resto. Perché non è sempre vero che dopo un evento del genere una persona si dia alla pazza gioia e apprezzi ogni minuto perché capisce il significato della vita. Questo, forse, viene dopo.
All'inizio capisci solo il significato della morte. Ti rendi conto di quanto sia facile, morire. E hai paura che torni a minacciarti, di nuovo, magari con un canale diverso.

Poi però passa

Davvero?

Certo, ma tu datti una mano. Anche piccola. Inizia e poi il corpo lavorerà da solo. Sennò finisce che non esci più di casa

Che vi devo dire, non sarò Freud e manco ci aspiro, io sono quella che sta sdraiata sul lettino, dalla parte dei matti ma certe volte un'esperienza condivisa è meglio di una seduta da uno bravo.
Virginia mi ha fatto il the e il giorno dopo mi ha detto ciao. 
In piazza, sotto un bel sole.


giovedì 14 marzo 2013

Iniziare bene IV

Incontrare il collega V. che ti saluta, amichevolmente, così:
"Ah stronza!"

Rispondere da persona matura.
Con una pernacchia.

Accorgersi, un secondo dopo, di avere alle spalle l'AD.

martedì 12 marzo 2013

Sex lessons

Io ho ricevuto un'educazione piuttosto rigida. Forse perché la Mina, come ho avuto modo di accennare in questo post degno di Edmondo De Amicis (sì, faccio ironia pure sui miei racconti leopardiani, temo di essere senza speranza di redenzione dal mio stato di cazzona) quando sono nata si è sentita così sola e investita da tale responsabilità da assumere contemporaneamente il ruolo paterno e materno, quello del carabiniere buono e del carabiniere cattivo.

Argomenti quali amore e sesso erano piuttosto spinosi anche se non sono mai stati tabù.

Sì, è bellissimo innamorarsi ed è giusto tu faccia le tue esperienze prima di scegliere la persona giusta per te MA a casa mia ce porti solo quello che te sposi.

Sì, le dimostrazioni d'affetto sono bellissime MA le pomiciate in pubblico so' da scostumata.

Sì, è importante la sfera sessuale MA non me torna' a casa co' la panza.

Roba che a sentirla ora, questa, alla Mina risponderei a Ma' dormi tranquilla che qua non se vede traccia de erede manco se me ripasso il Kamasutra tutte le notti.

Rientrare a casa dopo aver fatto quella cosa che Cioè e Top Girl chiamavano petting era, per me, fonte di ansia. Soprattutto a causa della mia pelle stile Biancaneve dopo 'na ripassata in varechina. Roba che una volta, proprio l'Umile Servo, allora solo fidanzato clandestino, preso da foga maschia mi aveva insucchiottato tutto il mio bianchissimo collo. Ho campato con un foulard da pensionata, lamentando una tonsillite farlocca per una settimana.

Ricordo ancora quello che alcuni chiamano il discorsetto con sommo orrore. Frequentavo le scuole medie e i miei insegnanti pensarono bene di scrivere a tutti i genitori esortandoli a parlare apertamente di sesso e affini con i propri figli al fine di responsabilizzarli, soprattutto in materia di prevenzione di malattie veneree e gravidanze indesiderate. Io e le Sisters grazie al VHS dell'Albero della vita sapevamo già tutto ma Mina non mi risparmiò. Mentre usava termini tecnici che manco Giulietta, la mia ginecologa, userebbe io, che mi stavo esercitando con paint (no dico, paint, quanti cazzo di anni ho?!) non facevo altro che pensare, fissando lo schermo del computer:  fa che finisca presto, fa che finisca presto, fa che finisca presto. 

Il punto è che a me, tutto sommato, stava bene così. Le mamme sono mamme non sono amiche a cui raccontare le proprie fantasie sessuali col ganzo di turno. Il suo dovere col discorsetto l'aveva fatto. Contenta io, contenta lei.

Fino a che non mi sono sposata. O, meglio, fino a che non le ho comunicato di desiderare un pargolo. E' stato lì che la timorata di Dio, la mamma casta che mai e poi mai immagineresti trombare, roba che io so' nata sotto un cavolo, e NON PROVATE A DIRMI CHE NON E' VERO, s'è scatenata.

Ma la calcoli l'ovulazione?
Ma se oggi è un giorno buono stasera DACCE DENTRO, no?!
Ma che è sto pigiama? Guarda che gli uomini se stufano. Dove ce l'hai quel perizoma di pizzo nero?

Sai che da Intimissimi ho visto certe autoreggenti ... carucce eh!

E il top:

Eh te credo che Giulietta ti ha detto di farlo a giorni alterni. Se gli dai giù tutte le sere a quel poraccio, lì dentro, che gli resta? Il vuoto cosmico!

S A L V A T E M I

lunedì 11 marzo 2013

Cataldo e Neruda

Ho capito la gravità della situazione quando la Sister G. mi ha confessato di aver ascoltato diverse volte questa:



Perché, sapete, l'afflizione del tuo stato d'animo è direttamente proporzionale al livello pietoso della musica che ascolti. Quindi, sì, la Sister è veramente molto, molto, molto afflitta.
Ed io mi barcameno tra saggezza, tenerezza e pugno duro nel, per ora vano, tentativo di acchiappare al volo e fissarle in testa quel piccolo lume di ragione che, a tratti, le scalda il cervello e tappa i buchi provocati da una storia che l'ha ridotta in pezzi, singhiozzi, lacrime e infamità. Oltre ad aver pericolosamente abbassato lo standard qualitativo dei suoi, di solito condivisibili, gusti musicali.
Perché quella che ascolta Massimo Di Cataldo, con tutto il rispetto per lui e per i suoi fans, non è mia sorella.
Ed io la rivoglio.
Rivoglio il suo cinismo, le sue cazziate e le sue cazzate.
Ma, più di tutto, rivoglio il suo sorriso.

Io e la Sister O. abbiamo, ormai da giorni, indossato i panni delle crocerossine stranamore mode, quelle che come segno distintivo c'hanno un cuore spezzato al posto della croce rossa sul pettosenza ottenere grossi risultati. Perché i the delle cinque, le ore al telefono, i papiri digitali su WhatsApp vengono vanificati da un sms, peraltro terribilmente ambiguo, del responsabile del patatrac. Un solo ignavo messaggino idiota e puf  dobbiamo ricominciare da capo la terapia d'urto.

Ieri, però, a seguito dell'ennesima notte insonne e disperata la Sister G., mi ha mandato una poesia di Neruda. Posso scrivere i versi più tristi stanotte.
Sarà che in assenza di altri segnali positivi uno s'attacca a tutto ma, che vi devo dire, io l'ho interpretato come un piccolo passo avanti.
Perlomeno abbiamo sfanculato Di Cataldo.

venerdì 8 marzo 2013

Lotto Marzo

Io conosco una donna. A 23 anni andò in sposa ad un uomo troppo semplice o troppo complesso, dipende dai punti di vista. Lei lo definisce così semplice da non essere neppure in grado di gestire e/o dimostrare un sentimento, tutto sommato, basilare come l'amore. Io ho sempre pensato fosse una scusa immeritatamente rassicurante, un'attenuante non richiesta e di fatto ingiustificabile.

A 24 anni questa donna scoprì di essere incinta. Qualche mese dopo, in seguito al solito turbolento litigio, si sentì dire vai ad abortire e vattene. Non abortì e non se ne andò. Decise di restare e di lottare. Contro suo marito, contro gli attacchi di panico, contro lo stereotipo del sesso debole. Perché io non sono il sesso debole, sono solo uno dei due sessi possibili. Perché io non sono nata dalla costola di uomo ma dallo stesso posto da cui nascono gli uomini.

A 30 anni il suo animo agonizzava a causa dei troppi colpi inferti da quell'uomo cresciuto col mito del pater familias.

Quando ebbe la sua bambina la prima cosa che le disse fu nessun uomo ti farà morire dentro. Perché morire dentro è brutto. E' peggio dei lividi.

Io conosco una donna che è stata sola. Una donna che non ha mai ricevuto la solidarietà delle altre donne. Quelle donne che l'8 marzo ricevono mimose e partecipano a serate con accesso negato ai detentori di pisello. Come se bastasse. Come se un giorno l'anno fosse sufficiente a dimostrare di essere libere, serene, indipendenti, emancipate.

Il giorno in cui sua figlia si sposò lei si sentì dire sei una mamma forte. Rispose non lo sono, ma ho tirato su una donna forte. 

Io spero di non deluderti, mamma.

Buon 8 marzo.

giovedì 7 marzo 2013

Andare o restare

Vivere in un paese di 800 anime significa vivere in una grande, chiassosa, famiglia allargata. E' rassicurante e soffocante. E' la tua casa e la tua galera. E' il pettegolezzo di cui sei vittima e la solidarietà di cui sei beneficiaria.

Quando vivi in un posto così tu non sei solo tu. Sei il viso di suo padre, l'intelligenza di sua madre, il brutto carattere di quel diavolo di suo nonno. A seconda dei casi, sei l'orgoglio e l'imbarazzo dei tuoi compaesani. A seconda dei casi ti amano e ti odiano.

Quando vivi in un posto così la tua sfera personale non è personale. E' condivisa, sociale, conosciuta.

Vivere in un paese è il fastidio che provi nel tornare a casa e trovare la dirimpettaia appollaiata sulla finestra stile civetta-sul-comò che ti chiede come mai oggi hai fatto tardi, manco fosse tua madre che ti aspetta per la cena. Ma è anche la gratitudine che provi per l'altra vicina, quella piccola e con tanti capelli grigi, quando la senti chiacchierare dal viale di casa tua voglio portarle alla figlia di A. che lavora sempre e quando ce l'ha il tempo per farsele? e poi te la vedi davanti, con un vassoio di fettuccine fatte a mano e un sorriso buono.

Quando vivi in un posto così in fila dal medico tutti vogliono sapere che hai. Ma quando non hanno bisogno di chiederlo ti fanno passare avanti.

Vivere in un paese vuol dire essere tuo malgrado protagonista di carrambate che farebbero impallidire la Raffaella nazionale quando incontri per caso un tuo compaesano fuori dalle mura. Uno che magari, di solito, manco ti dice buongiorno. Perché in quel momento tu rappresenti tutto quello che lui conosce e che più ama. Il suo paese, la sua famiglia allargata. Tu rappresenti la piazza, la festa patronale, le gelate mattutine, i disagi del pendolare, le chiacchiere da bar, le carte e il vino, il dialetto e le ciambelle all'anice. Sei una delegazione del suo piccolo universo che lo viene a trovare in un posto ostile. Sei il rassicurante ci si vede sù, che chiude ogni conversazione. Perché ci si vede sempre. Pure se non ci si dice manco buongiorno.

Io e l'Umile Servo dobbiamo prendere una decisione.
Andare via o restare.
Credo che non sarà facile.

martedì 5 marzo 2013

L'anziano burlone e il rimorchiatore seriale

Ieri notte qualcuno, a mia insaputa, deve aver appeso alle mie spalle un cartello con su scritto:

Prenditi gioco di me e/o rimorchiami sull'autostrada

Son uscita di casa in vergognoso ritardo e mi sono fiondata in macchina a velocità supersonica sbattendo la portiera senza nemmeno guardarmi intorno. Mentre mi passavo il burrocacao sulle labbra perché va bene il ritardo ma una Princess non va a lavoro con le labbra screpolate ho avuto la sensazione che qualcuno mi stesse osservando. Mi sono voltata e un attimo prima che venissi colta da aritmia cardiaca ho realizzato che il faccione paffuto, rugoso e sorridente spalmato sul mio finestrino apparteneva al papà del mio vicino di casa, di età compresa tra i centodue e centoquindici anni, noto alla forze dell'ordine per essere scappato dall'abitazione del di lui figlio alle tre di notte, in pantofole, pigiama e vestaglia adducendo la seguente motivazione:

Volevo farmi un quartino al pub

"Buongiorno!", dice
Buongiorno un par de struffoli, n'altro po me ammazzi, penso
"Buongiorno!", dico
"Hai la ruota a terra"
Ma porcazoccola
"Oh no, davvero?"
Lui se la ride e risponde "no, stavo scherzando!"
Malimortaccitua
"Ah, simpatico!"

Ho girato la chiave e fatto manovra pensando che essere coglionata da un centoquindicenne burlone fosse un modo davvero originale di iniziare la giornata senza sapere che il peggio sarebbe dovuto ancora arrivare.

In autostrada, facendo appello a tutto il mio coraggio post-traumatico e spinta dal pensiero della faccia con cui mi avrebbe accolta il capo quando avrei varcato, in ritardo, la soglia dell'ufficio, decido di sorpassare un camion.

L'autista inizia a lampeggirami.
Cazzo vuole questo?, penso
Suona due volte il clacson e io, da persona fredda e razionale quale sono faccio una cosa intelligente: mi impanico.
Ci dev'essere qualcosa che non va
Controllo che nessuna spia lampeggiante si fosse accesa, che dal cofano non uscisse fumo, che il volante non tirasse a destra o sinistra.
Il tipo tira fuori il braccio dal finestrino e mi fa segno di accostare.
Porca zozza è la macchina. Oddio, vuoi vedere che il vecchietto mi ha fatto la supercazzola? Avevo davvero una gomma a terra e mi ha detto che scherzava perché mi vuole morta. E' un attentato!
Così metto la freccia, accosto su una piazzola di sosta e con gli occhi da Lemure del Madagascar, resto a fissare lo specchietto retrovisore e l'autocarro che si piazza dietro di me.
Dal camion scende un omaccione con capello riccio, unto e lungo, cerchi d'argento su entrambi i lobi delle orecchie, camicia aperta sul petto con pelo masculo in bella vista, catena d'oro. Praticamente gli mancava solo la panza per incarnare perfettamente lo stereotipo del camionista violentatore seriale.

"Qualche problema?", dico
"No è che me sembravi 'na faccia vista. Ce conoscemo?"
Fortunatamente no, penso
"Direi di no", dico
"Piacere Francesco" dice mentre mi porge la mano callosa
Di un nome falso, di un nome falso
"Piacere Princess"
Maledetta idiota
"Se annamo a prende un caffè?"
Certo, così poi mi sevizi e lasci i miei resti nel cesso dell'Autogrill
"No guarda sto andando a lavoro e sono in ritardo. Ciao"
"Allora lasciame il cellulare"
Te lascio un calcio nelle palle se non te levi subito
"Senti, mi dispiace sono sposata. Ciao"
"Te lascio il mio"
Machiteseincula?
"Non lo voglio, grazie"

Sono arrivata a lavoro in modalità scampata, again, da morte certa sull'A24 e il Capetto, ascoltato il mio racconto, mi ha dato dell'ingenua deficiente. Per una volta credo avesse ragione.

lunedì 4 marzo 2013

La Bolla

Inizia sempre con uno sguardo che dura, in media, quattro secondi.
Seguita con un fremito nelle mani che, a seconda dei casi, si manifesta con polpastrelli tarantolati che picchiettano la superficie di un tavolo, con indici che si scontrano, con dita che tormentano qualsiasi cosa gli capiti a tiro, un mazzo di chiavi, il bordo di un bicchiere, un tappo di bottiglia, una penna, un ferma capelli.
Il terzo step è il morso delle pellicine. Quelle odiose, vicino le unghie.
E poi c'è lui.
L'ok.
L'ok che inizia la frase.
E' l'equivalente del fischio d'inizio dell'arbitro in una partita di calcio. Mica una partita qualsiasi. La finale della Coppa del Mondo. Meglio se giocata da due nazioni che covano un atavico odio reciproco. L'equivalente dello squillo di tromba che annuncia una battaglia. Mica una battaglia normale. La battaglia di Verdun. Durata più di una gestazione. L'equivalente del "numero numero..." nel ruba bandiera. Quando sei certo che il numero urlato sarà il tuo.

L'ok che inizia la frase è già una scusa. Vuol dire "so già come la pensi, so già che litigheremo, so già che rimpiangerai il giorno in cui mi hai incontrata ma, scusa, te lo devo dire perché i pesi, se portati in due, gravano meno".

Sto parlando del momento in cui io o la Sister G., dopo non aver potuto fare a meno di compiere una di quelle azioni non rientranti nel comune senso del pudore e della decenza, una di quelle azioni generalmente condannabili da quell'ente astratto chiamato società civile ovvero dopo aver fatto una gran bella cazzata, sentiamo la necessità, impellente, viscerale, di comunicarla. Condividerla. E farci insultare vicendevolmente. Proprio come due Sisters che si amano. Sìsì.

Capitano, poi, i periodi in cui le suddette azioni vengano compiute a raffica.
Capita che le parole non bastino più. Bisognerebbe prendersi, sempre vicendevolmente, a mazzate.
E allora, per evitare il carcere o, semplicemente, un giudizio che peserebbe davvero troppo sulla propria autostima ma, al contempo, usufruire dei vantaggi di una confessione senza conseguenze, di quel senso di leggerezza che solo un segreto svelato può assicurare, ci sia bisogno di un inganno escamotage.

Il nostro si chiama bolla.
Queste le regole.

Prima di una confessione si pronuncia la parolina magica, "bolla", appunto. Seguita, a discrezione, dal gesto. Gli indici che la disegnano virtualmente attorno al corpo, come fosse una protezione invisibile.
Da quell'istante la persona protetta può dire quel che minchia gli pare senza preoccuparsi minimamente della reazione dello sfortunato interlocutore.
Perché, e qui sta il colpo di genio, l'interlocutore non può avere reazioni. Di alcun tipo. No giudizi, no sorrisi, no faccia incazzata, no insulti, no schiaffi, pugni, atti di protesta del tipo "mi alzo sbattendo la porta e non mi rivedrai mai più".

La "bolla" ti consente di lasciarti andare e bypassare tutta la parte prima della confessione scottante. "Ok" compreso.

Una pacchia.

Ma, miei cari, tutto ha dei limiti.
Noi, per esempio, possiamo far ricorso alla bolla una sola volta al mese.
Salvo casi davvero, davvero eccezionali.

La usiamo. Quasi sempre. Quasi tutti i mesi.
Però, certe volte, rinunciamo a questo privilegio pur perfettamente consapevoli delle conseguenze.
Perché abbiamo bisogno di una reazione.
Di qualsiasi tipo.
Anche sorprendente.
Per esempio io, ieri, mi aspettavo uno schiaffo. 
Ho ricevuto un abbraccio.


venerdì 1 marzo 2013

Privazioni

Quando iniziai a lavorare qui, quasi due anni fa, commisi un fatale errore durante la mia prima settimana. In quella che viene comunemente definita fase di ambientamento rivelai ai miei colleghi l'orario in cui ero solita coricarmi. Roba che se vivessi a San Pietroburgo, in mezzo a stangone bionde che, però, potrebbero avere una faccia spaventosamente simile alla mia, in estate avrei bisogno di tendoni da circo per ripararmi dalla luce che passerebbe dai vetri delle finestre, ancora piuttosto forte in quell'ora lì:

le nove e tre quarti

Il punto è che quanto ho il turno che mi consentirebbe di avere una pseudo vita sociale, quello che va dalle otto del mattino alle cinque del pomeriggio, devo alzarmi ad un'ora che dovrebbe essere vietata da qualche convenzione internazionale. Tornata e casa e fatta la mia parte di lavori domestici, quelli a malapena sufficienti a garantire la mera sopravvivenza di Princess e Umile Servo, il cuscino mi chiama in una maniera così seducente, manco fossi Ulisse dotato di vagina e lui una sirena memory foam, che rifiutare un accoppiamento selvaggio con  il suddetto, il piumone e il materasso sarebbe un insulto al buon senso.

Tuttavia, nel vano tentativo di non essere più perculata, ho provato a fare la Ciovane. Perché dormirai quando sarai morta, dicono. Così ho dedicato tempo che avrei, solitamente, passato tra le braccia di Morfeo ad altro. Uscite serali, chiacchierate con le amiche, letture notturne, film.

Molto bene.

Testando le conseguenze sul mio fisico della sottrazione di unabarradue ore di sonno per notte sono arrivata alla seguente conclusione:

AIUTO

Volendo argomentare quella che ai più superficiali sembrerebbe soltanto una vaga e pigra richiesta di una che non c'ha er fisico vi spiegherò in tre semplici punti quello che mi è successo:

1. Assenza di filtri. Non che sia una novità per la sottoscritta. Già in quella fantastica fase del mese che ti permette di imputare le tue nevrosi allo scombussolamento ormonale io non me regolo ma stavolta, fidatevi, ho fatto di peggio. In particolare i seguenti filtri:

  • diplomazia
  • eufemismo 
  • dì una cazzata qualsiasi per non offendere

sono completamente OFF.

Per esempio ieri la Sister mi ha chiesto cosa ne pensassi delle sue nuove tende e io, invece di dare la solita risposta sono il tuo genere le ho detto, semplicemente,  fanno schifo.

Questa mattina il Capetto credo mi abbia chiesto un parere sul post-elezioni. Il credo è d'obbligo perché ho risposto con un scusami Capetto, non ti stavo proprio cagando, che hai detto? Mi ha mandata affanculo ops, a quel paese. Scusate era disattivato pure il filtro niente parolacce.

2. Deficit d'attenzione. Oltre a fissare il vuoto con sguardo vitreo diverse volte al dì, il mio cervello pensa bene di vagare nel fantastico mondo del no sense mentre gli altri mi parlano. Per esempio dal collega V. ha tirato fuori solo le parole: mail, pdf, path, messa in esercizio. A caso, come se le avesse pescate tipo numerelli della tombola. Il resto del tempo io ho pensato a SPONGEBOB. Avete capito bene.

3. Spiacevoli reazioni fisiche. Il mio corpo cerca di rimediare alla privazione del sonno col cibo. Ho una fame assassina. A tutte le ore. Da due giorni ingurgito schifezze. E mi gira la testa.

Se qualcuno mi chiede se sono incinta potrei insultarlo. Pesantemente. Senza filtri sono deleteria per gli esseri umani.

Stasera vado a letto alle venti.