Ho sognato d'aver vinto una lunghissima intervista a Beppe Grillo. Proprio così. Avevo facoltà di chiedere tutto quello che volevo ma senza previa preparazione. Così, forte del mio passato da giornalista dotata di ventose per l'arrampicata selvaggia sugli specchi, mi sono parata il chiulo giustificando la mia impreparazione con una lunghissima premessa che parlava della mia disaffezione nei confronti della politica, figlia della delusione per i fatti e misfatti dei tipi loschi che avevo scelto alle elezioni come miei rappresentanti. La prima domanda vera e propria riguardava, guarda un po', il lavoro. Chiedevo a Grillo cosa si stesse facendo di concreto per i precari come me. La classe operaia del nuovo millennio. Quelli con ameni contratti a Partita Iva, che versano contributi INPS a fondo perduto, che non hanno neppure il diritto di ammalarsi e subiscono le raccomandazioni, degli altri. Non ha fatto in tempo a rispondermi perché alle quattro e quaranta di notte, Biagio, che aveva già violato il divieto di salire sul letto, è caduto dallo stesso. Sì, c'ho il cane scemo ma ogni scarrafone... etcetera.
Come avrete quindi intuito sul fronte lavoro non ci sono novità. Continuo a fare colloqui, inviare curricula, ricevere proposte dequalificanti o iperqualificanti ma sempre a, tipo, un euro e mezzo l'ora che manco la benzina per arrivarci o l'abbonamento alla corriera.
Niente di nuovo nemmeno sul fronte gravidanza perduta. Per il post coital test è presto, prima bisogna rifare le analisi al marito per accertarci che la cura di tre mesi stia facendo effetto. Che questo stop coincida con agosto paziente mia non ti conosco magari è una coincidenza. O magari SantoSpirito 'sta a palle all'aria alle Maldive, vacceacapì.
Io continuo a fare la spettatrice o scrutatrice non votante, fate vobis. Assisto a pance in crescita, nascite, fiocchi rosa, racconti splatter, congratulazioni vivissime.
Che poi 'sta cosa delle congratulazioni vivissime mica l'ho mai capita. Voi l'avete mai vista una congratulazione vivissima? Io no.
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lunedì 4 agosto 2014
lunedì 23 dicembre 2013
Lasciare
Il mio badge è storto. Lavoravo per questa società da due settimane quando lo lasciai inavvertitamente sul cruscotto della mia Clear. Il calore del sole lo deformò.
All'inizio non lo cambiai per pigrizia, nonostante A., Capetto, collega C e tutto il cucuzzaro mi esortassero a farlo ogni volta che me lo vedevano al collo, poi mi affezionai. Per farlo passare nel tornello occorre esercitare una lieve pressione con indice e medio, una scocciatura agli occhi di tutti ma a me, in fondo, piaceva dire aspetta te lo passo io che questo vuole la mano del padrone quando qualcuno dei consulenti, dimenticatosi il suo, me lo chiedeva in prestito per passare.
L'ho riconsegnato oggi in portineria.
La mano ha tremato un po'.
Questo è stato il mio ultimo giorno qui.
Ho portato via con me Oronzo e i suoi nuovi amici GufA, Orange e la principessa Aurora, i CD di Photoshop e del corso di fotografia, le scatoline di liquirizie che ho riciclato come portapillole so' anziana inside, I know, le bacchette cinesi per incapaci, dotate di molla, regalo di L., il mio cactus e il suo messaggio subliminale, velato ma non troppo.
Vorrei che questo ciao fosse facile. Come quello che si dice il primo giorno, quando ancora non conosci nessuno, quando sei poco meno di un'estranea, quando non sai cosa ti accadrà, chi incontrerai, come ti troverai. Un ciao carico di belle speranze e grandi aspettative.
Non è facile, invece. Per niente.
In questa gabbia di marmo, cemento e luci al neon ho passato due anni e otto mesi della mia vita.
Qui lascio MC e le sue frasi da cinquantenne allupata che a me, però, facevano ridere. Lascio la sua risata, i suoi limoni e le sue ansie da mamma come quel non correre per strada, copriti oggi, mangia che sei sciupata e della dieta tu non hai bisogno, però dovresti fare un po' di sport pigrona.
Qui lascio I, la sua voce stridula, i suoi cappelli coi pennacchi, le foto delle sue vacanze, i suoi consigli sulla moda che non mi sognerei mai di seguire.
Qui lascio V, i suoi ah stronza , le pernacchie con dietro l'AD, la sua voce nasale, le battute da terza elementare e i grazie ruffiani, scritti sulle mail a caratteri cubitali.
Qui lascio il suono dei miei tacchi sui marmi dell'ingresso principale, il bottone sbagliato dell'ascensore, i caffè e i taralli pugliesi del distributore, le scale di ferro di fianco la mensa, la pizza del mercoledì, le tapparelle chiuse delle finestre, il rumore del treno che passa a pochi metri dal mio ufficio, le grida di Capetto, i segni sul muro delle mie forcine per capelli, i buondì canori.
Qui, soprattutto, lascio il mio personalissimo pezzetto di cuore, a cui proprio non riesco a dirlo, questo ciao.
All'inizio non lo cambiai per pigrizia, nonostante A., Capetto, collega C e tutto il cucuzzaro mi esortassero a farlo ogni volta che me lo vedevano al collo, poi mi affezionai. Per farlo passare nel tornello occorre esercitare una lieve pressione con indice e medio, una scocciatura agli occhi di tutti ma a me, in fondo, piaceva dire aspetta te lo passo io che questo vuole la mano del padrone quando qualcuno dei consulenti, dimenticatosi il suo, me lo chiedeva in prestito per passare.
L'ho riconsegnato oggi in portineria.
La mano ha tremato un po'.
Questo è stato il mio ultimo giorno qui.
Ho portato via con me Oronzo e i suoi nuovi amici GufA, Orange e la principessa Aurora, i CD di Photoshop e del corso di fotografia, le scatoline di liquirizie che ho riciclato come portapillole so' anziana inside, I know, le bacchette cinesi per incapaci, dotate di molla, regalo di L., il mio cactus e il suo messaggio subliminale, velato ma non troppo.
Vorrei che questo ciao fosse facile. Come quello che si dice il primo giorno, quando ancora non conosci nessuno, quando sei poco meno di un'estranea, quando non sai cosa ti accadrà, chi incontrerai, come ti troverai. Un ciao carico di belle speranze e grandi aspettative.
Non è facile, invece. Per niente.
In questa gabbia di marmo, cemento e luci al neon ho passato due anni e otto mesi della mia vita.
Qui lascio MC e le sue frasi da cinquantenne allupata che a me, però, facevano ridere. Lascio la sua risata, i suoi limoni e le sue ansie da mamma come quel non correre per strada, copriti oggi, mangia che sei sciupata e della dieta tu non hai bisogno, però dovresti fare un po' di sport pigrona.
Qui lascio I, la sua voce stridula, i suoi cappelli coi pennacchi, le foto delle sue vacanze, i suoi consigli sulla moda che non mi sognerei mai di seguire.
Qui lascio V, i suoi ah stronza , le pernacchie con dietro l'AD, la sua voce nasale, le battute da terza elementare e i grazie ruffiani, scritti sulle mail a caratteri cubitali.
Qui lascio il suono dei miei tacchi sui marmi dell'ingresso principale, il bottone sbagliato dell'ascensore, i caffè e i taralli pugliesi del distributore, le scale di ferro di fianco la mensa, la pizza del mercoledì, le tapparelle chiuse delle finestre, il rumore del treno che passa a pochi metri dal mio ufficio, le grida di Capetto, i segni sul muro delle mie forcine per capelli, i buondì canori.
Qui, soprattutto, lascio il mio personalissimo pezzetto di cuore, a cui proprio non riesco a dirlo, questo ciao.
venerdì 20 dicembre 2013
Ciao amore ciao
Okkei, mancano i saluti in pompa magna del Presidente della Repubblica e poi posso finalmente finirla di avere questa faccia qui:
quando qualcuno dimostra il suo dispiacere per la mia prematura dipartita lavorativa e mi ricorda quanto s'è lavorato bene insieme qui dentro, quanto sono stata profescional, precisa, geniale. Sì, cari miei. Sono stata addirittura definita geniale. E mica dall'ultima pulce del pelo di Biagio, no no. Nientedimeno che dal Capo Supremo di Comunuicazione, sì sì. Si campasse di soddisfazioni sarei la Naomo degli Appennini, mica pizza e coriandoli. Peccato che non mi paghino per ricevere complimenti.
Che poi, pensavo, sarebbe tutto molto più semplice se tutti facessero gli gnorri, se mi dicessero una cosa tipo beh allora ci si vede, se mi passassero di fianco fischiettando e voltando lo sguardo altrove. Perché così l'è una tortura medievale. Soprattutto quando i tuoi dosaggi ormonali sono più sballati di quelli Leonida. No, non il virile Re di Sparta ma il personaggio comico interpretato da Leo Gullotta. Non provate a farmi credere che non ve la ricordate, tutti da bambini adoravano il Bagaglino, qualcuno pure da adulto.
Insomma, bypassiamo la fase saluti e baci e diamoci alla pazza gioia con un festino alcolico. Non è meglio? Sono sicura che molti riuscirebbero persino ad essere tollerabili, qui dentro, dopo tre caipirinha.
quando qualcuno dimostra il suo dispiacere per la mia prematura dipartita lavorativa e mi ricorda quanto s'è lavorato bene insieme qui dentro, quanto sono stata profescional, precisa, geniale. Sì, cari miei. Sono stata addirittura definita geniale. E mica dall'ultima pulce del pelo di Biagio, no no. Nientedimeno che dal Capo Supremo di Comunuicazione, sì sì. Si campasse di soddisfazioni sarei la Naomo degli Appennini, mica pizza e coriandoli. Peccato che non mi paghino per ricevere complimenti.
Che poi, pensavo, sarebbe tutto molto più semplice se tutti facessero gli gnorri, se mi dicessero una cosa tipo beh allora ci si vede, se mi passassero di fianco fischiettando e voltando lo sguardo altrove. Perché così l'è una tortura medievale. Soprattutto quando i tuoi dosaggi ormonali sono più sballati di quelli Leonida. No, non il virile Re di Sparta ma il personaggio comico interpretato da Leo Gullotta. Non provate a farmi credere che non ve la ricordate, tutti da bambini adoravano il Bagaglino, qualcuno pure da adulto.
Insomma, bypassiamo la fase saluti e baci e diamoci alla pazza gioia con un festino alcolico. Non è meglio? Sono sicura che molti riuscirebbero persino ad essere tollerabili, qui dentro, dopo tre caipirinha.
mercoledì 18 dicembre 2013
Senza patria e senza spada
Io faccio.
Io ho sempre fatto.
Io non mi tiro indietro, mai.
Io non rientro nella categoria dei condizionali.
Io mi do da fare ed è così da sempre.
Io non mi sono mai nutrita di manna, mai stata parcheggiata anni e anni all'università, mai stata con le mani in mano.
E non me ne sono mai pentita.
Lo voglio, lo ottengo. Ha sempre funzionato.
Fino ad ora.
Fino al momento in cui mi sono resa conto che la professionalità, la disponibilità, la puntualità non pagano. Fino al momento in cui ho realizzato che, forse per la prima volta nella mia vita, gli sforzi fatti si sono volatilizzati, aria fritta, scatola vuota, encefalogramma piatto, tabula rasa. Ho seminato con impegno, costanza e dedizione e non ho raccolto un cazzo.
Sono incazzata e sapevo che sarebbe arrivato questo momento. A tre giorni dalla mia dipartita lavorativa io ho passato la fase depressione e sono immersa fino al collo in quella della rabbia.
Sono incazzata perché fatta fuori. Sono incazzata perché non me lo merito, perché ho lavorato bene e sodo, perché sono stata un'autodidatta, perché se so fare le cose lo devo solo a me. Perché mi sono fatta il culo più di altri. Ma non sono io che resto.
Mi sono guardata indietro tante volte in vita mia, nonostante la giovane età. E mi ritenevo soddisfatta del mio operato.
Ora non più. Dietro di me vedo fallimenti e devastazione e la cosa peggiore è che io non me li sono cercati. Mi sono piombati addosso con l'eleganza d'un elefante in calore. Sono schiacciata dagli eventi, sono delusa dalle persone.
E riesco solo a pensare che voglio andarmene. Pure se persino il mondo, oggi, mi sembra troppo piccolo.
Io ho sempre fatto.
Io non mi tiro indietro, mai.
Io non rientro nella categoria dei condizionali.
Io mi do da fare ed è così da sempre.
Io non mi sono mai nutrita di manna, mai stata parcheggiata anni e anni all'università, mai stata con le mani in mano.
E non me ne sono mai pentita.
Lo voglio, lo ottengo. Ha sempre funzionato.
Fino ad ora.
Fino al momento in cui mi sono resa conto che la professionalità, la disponibilità, la puntualità non pagano. Fino al momento in cui ho realizzato che, forse per la prima volta nella mia vita, gli sforzi fatti si sono volatilizzati, aria fritta, scatola vuota, encefalogramma piatto, tabula rasa. Ho seminato con impegno, costanza e dedizione e non ho raccolto un cazzo.
Sono incazzata e sapevo che sarebbe arrivato questo momento. A tre giorni dalla mia dipartita lavorativa io ho passato la fase depressione e sono immersa fino al collo in quella della rabbia.
Sono incazzata perché fatta fuori. Sono incazzata perché non me lo merito, perché ho lavorato bene e sodo, perché sono stata un'autodidatta, perché se so fare le cose lo devo solo a me. Perché mi sono fatta il culo più di altri. Ma non sono io che resto.
Mi sono guardata indietro tante volte in vita mia, nonostante la giovane età. E mi ritenevo soddisfatta del mio operato.
Ora non più. Dietro di me vedo fallimenti e devastazione e la cosa peggiore è che io non me li sono cercati. Mi sono piombati addosso con l'eleganza d'un elefante in calore. Sono schiacciata dagli eventi, sono delusa dalle persone.
E riesco solo a pensare che voglio andarmene. Pure se persino il mondo, oggi, mi sembra troppo piccolo.
venerdì 13 dicembre 2013
Fantasmi e sirene
Questa mattina credo d'essermi svegliata ansimante e impaurita, reduce d'un sogno inquietante e d'aver detto all'USI, pronto per uscire, una cosa tipo: non andare via, ho paura, ci sono i fantasmi. Credo anche che lui si sia allegramente beffato dei miei motivati timori, abbia riso e risposto: non temere, adesso chiamiamo i Ghostbusters.
Eppure ieri sera a cena ho mangiato solo un leggerissimo minestrone, scotto però. Perché il suddetto marito ha pensato bene di presentarsi a Palazzo alle ore nove e cinquantacinque minuti dopo avermi scritto su WhatsApp alle nove e trentatré, il bit m'è testimone, sto arrivando. A suo dire ha passato i restanti ventidue minuti in giardino, nel vano tentativo di impartire lezioni di bon ton a Biagio che, oltre a saltare come un canguro ogni volta che ci vede, si ostina a voler mangiare la propria grazia di Dio. Aveva ragione l'USI, Gianni sarebbe stato un nome più appropriato. Morandi come secondo nome.
Alle ore otto e zero zero mi sono fiondata sotto il getto d'acqua bollente della doccia per rendermi conto un millisecondo dopo d'essermi dimenticata il flacone dello shampoo nel bagno grande. Ho deciso di imputare il mio ritardo a lavoro al minuto e mezzo necessario ad uscire, imprecare, asciugarmi, andare nell'altra stanza, prenderlo e rientrare nel box.
Nel frattempo da queste parti mancano esattamente sette giorni lavorativi, compreso oggi, alla fine del nostro contratto di lavoro. A meno che non riescano ad incastrarmi per il periodo natalizio, cosa che sto cercando di evitare come la peste del '300. L'unica cosa positiva che mi viene da pensare a riguardo sono le ore dormite per notte che passeranno dall'essere 6-7, decisamente troppo poche per gli standard principeschi, a 9-10. Questo almeno fino a fine gennaio.
Comunque va tutto bene, oggi sono fortunata. Ho trovato Ariel nell'ovetto Kinder. Felicità.
Buon week end, adorati sudditi.
Eppure ieri sera a cena ho mangiato solo un leggerissimo minestrone, scotto però. Perché il suddetto marito ha pensato bene di presentarsi a Palazzo alle ore nove e cinquantacinque minuti dopo avermi scritto su WhatsApp alle nove e trentatré, il bit m'è testimone, sto arrivando. A suo dire ha passato i restanti ventidue minuti in giardino, nel vano tentativo di impartire lezioni di bon ton a Biagio che, oltre a saltare come un canguro ogni volta che ci vede, si ostina a voler mangiare la propria grazia di Dio. Aveva ragione l'USI, Gianni sarebbe stato un nome più appropriato. Morandi come secondo nome.
Alle ore otto e zero zero mi sono fiondata sotto il getto d'acqua bollente della doccia per rendermi conto un millisecondo dopo d'essermi dimenticata il flacone dello shampoo nel bagno grande. Ho deciso di imputare il mio ritardo a lavoro al minuto e mezzo necessario ad uscire, imprecare, asciugarmi, andare nell'altra stanza, prenderlo e rientrare nel box.
Nel frattempo da queste parti mancano esattamente sette giorni lavorativi, compreso oggi, alla fine del nostro contratto di lavoro. A meno che non riescano ad incastrarmi per il periodo natalizio, cosa che sto cercando di evitare come la peste del '300. L'unica cosa positiva che mi viene da pensare a riguardo sono le ore dormite per notte che passeranno dall'essere 6-7, decisamente troppo poche per gli standard principeschi, a 9-10. Questo almeno fino a fine gennaio.
Comunque va tutto bene, oggi sono fortunata. Ho trovato Ariel nell'ovetto Kinder. Felicità.
Buon week end, adorati sudditi.
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martedì 5 novembre 2013
Sulla sponda
Lavorare con la consapevolezza che tra 35 giorni feriali sarò a casa in panciolle a mandare curricula sperando che il miracolo di un lavoro di due anni e otto mesi consecutivi si ripeta è demotivante. Per quanto possa appassionarmi a nuovi progetti di cui non vedrò mai lo sviluppo l'insofferenza mi si legge in faccia. Collega C. mi parla di ultimo sforzo perfettamente ignara del fatto che il vero sforzo è non risponderle di traverso quando a mensa dice cose tipo io vi capisco perché guardo la televisione. Come se guardare la televisione fosse sufficiente a comprendere il disagio di una generazione di disillusi.
Oltre al danno d'esser nata a metà degli anni ottanta devo subire anche i consigli beffa. Il più gettonato è dovete fare la rivoluzione. A riempirsi la bocca di belle intenzioni sono spesso le stesse persone che mai rinuncerebbero alla loro fetta di beatitudine in nome di una causa comune. Dietro quel velo di ipocrisia si cela un disinteresse difficilmente dissimulabile in quelle quattro frasi fatte e che odorano di muffa.
Gli equilibri qui dentro stanno cambiando. Nuovi assetti, nuovi capi, qualche ritorno, altre funzioni. Io osservo il fiume che scorre seduta sulla sponda o, se preferite, seduta sulla banchina della baia, vicino a Otis Redding, immobile. Sarò già fuori di qui quando i cambiamenti ora in corso si sedimenteranno in consolidate abitudini.
Ricominciare è sempre difficile.
Per una volta C. ha ragione. Peccato che la frase fosse riferita a lei stessa, che non deve ricominciare proprio un cazzo di niente.
Gli equilibri qui dentro stanno cambiando. Nuovi assetti, nuovi capi, qualche ritorno, altre funzioni. Io osservo il fiume che scorre seduta sulla sponda o, se preferite, seduta sulla banchina della baia, vicino a Otis Redding, immobile. Sarò già fuori di qui quando i cambiamenti ora in corso si sedimenteranno in consolidate abitudini.
Ricominciare è sempre difficile.
Per una volta C. ha ragione. Peccato che la frase fosse riferita a lei stessa, che non deve ricominciare proprio un cazzo di niente.
venerdì 18 ottobre 2013
A dicembre
E' vestito casual, come tutti i venerdì. Una t-shirt bianca col logo della Ducati, jeans e un paio di scarpe da ginnastica old style, di quelle senza fronzoli, care a chi lo sport lo pratica per piacere di fare sport.
Guarda spesso il pavimento, fa pause, prende tempo, cerca le parole giuste. Peccato in questi casi non ci siano. Chissà se avrà fatto qualche corso per imparare a comunicare le brutte notizie, in questi tempi bui sono convinta che esistano.
Non la tira molto per le lunghe, non allarma e non rassicura. Prepara. Prepara all'eventualità peggiore, che a ben pensare è anche la più probabile.
Il savoir-faire di Capo-Intermedio non tradisce se stesso nemmeno in queste occasioni. Sarà l'accento veneto o il sorriso accennato.
Io me ne sto zitta, schiena al muro e mani nelle tasche. Io non m'aspettavo che durasse per sempre, io ero stata avvertita, ero pronta. Io sono abituata alla precarietà, ai cambiamenti, a oggi ci siamo domani chissà. Il vantaggio di esser parte di una generazione di sfigati, una generazione che ha visto morire le proprie illusioni a pochi mesi dall'aver ottenuto il pezzo di carta che in altre ere, forse, avrebbe garantito un posto in paradiso, una generazione di sfruttati, di stagisti pagati poco o niente che si sentono pure in dovere di dire grazie perché lo stage fa curriculum, è che non si da mai nulla per scontato, è avere una corazza che ti protegge da botte simili. Una corazza chiamata consapevolezza. Quella che manca a chi ha qualche decennio più di me, moglie, figli e mutui.
Io ho pensato a loro, prima ancora che a me.
E poi ho incrociato gli sguardi. Quello di M, quello di A. Ho pensato alla fetta di vita che abbiamo condiviso, ho pensato ai contatti sterili tra gli ex colleghi, ho pensato che è triste.
Il cursore sul mio CV lampeggia interdetto. Sembra quasi dire non è possibile! ci risiamo? ma stavamo così bene qui!
Poco meno di 90 giorni e poi chissà. O forse si sa, si sa già ma non si dice.
Dalle mie parti quando qualcuno si ammala di cancro nessuno dice sai che Tizio ha il cancro? Sarebbe come chiamare il diavolo per nome, come invocarlo, come risvegliarlo. Il cancro è banalmente chiamato il male. Tizio ha il male, si dice. E' un modo per esorcizzarlo. Non chiamarlo col proprio nome, banalizzarlo, ignorarlo.
Io esorcizzo la paura della disoccupazione chiamandola col nome dell'ultimo mese che, probabilmente, passerò qui: dicembre.
Ti sei intristita Princess, a che pensi?
A dicembre.
Guarda spesso il pavimento, fa pause, prende tempo, cerca le parole giuste. Peccato in questi casi non ci siano. Chissà se avrà fatto qualche corso per imparare a comunicare le brutte notizie, in questi tempi bui sono convinta che esistano.
Non la tira molto per le lunghe, non allarma e non rassicura. Prepara. Prepara all'eventualità peggiore, che a ben pensare è anche la più probabile.
Il savoir-faire di Capo-Intermedio non tradisce se stesso nemmeno in queste occasioni. Sarà l'accento veneto o il sorriso accennato.
Io me ne sto zitta, schiena al muro e mani nelle tasche. Io non m'aspettavo che durasse per sempre, io ero stata avvertita, ero pronta. Io sono abituata alla precarietà, ai cambiamenti, a oggi ci siamo domani chissà. Il vantaggio di esser parte di una generazione di sfigati, una generazione che ha visto morire le proprie illusioni a pochi mesi dall'aver ottenuto il pezzo di carta che in altre ere, forse, avrebbe garantito un posto in paradiso, una generazione di sfruttati, di stagisti pagati poco o niente che si sentono pure in dovere di dire grazie perché lo stage fa curriculum, è che non si da mai nulla per scontato, è avere una corazza che ti protegge da botte simili. Una corazza chiamata consapevolezza. Quella che manca a chi ha qualche decennio più di me, moglie, figli e mutui.
Io ho pensato a loro, prima ancora che a me.
E poi ho incrociato gli sguardi. Quello di M, quello di A. Ho pensato alla fetta di vita che abbiamo condiviso, ho pensato ai contatti sterili tra gli ex colleghi, ho pensato che è triste.
Il cursore sul mio CV lampeggia interdetto. Sembra quasi dire non è possibile! ci risiamo? ma stavamo così bene qui!
Poco meno di 90 giorni e poi chissà. O forse si sa, si sa già ma non si dice.
Dalle mie parti quando qualcuno si ammala di cancro nessuno dice sai che Tizio ha il cancro? Sarebbe come chiamare il diavolo per nome, come invocarlo, come risvegliarlo. Il cancro è banalmente chiamato il male. Tizio ha il male, si dice. E' un modo per esorcizzarlo. Non chiamarlo col proprio nome, banalizzarlo, ignorarlo.
Io esorcizzo la paura della disoccupazione chiamandola col nome dell'ultimo mese che, probabilmente, passerò qui: dicembre.
Ti sei intristita Princess, a che pensi?
A dicembre.
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venerdì 4 ottobre 2013
Due piselle in un baccello
Mia mamma s'è trasformata in collega C.
E' su di lei che per tre giorni ho proiettato il celebre rapporto simbiotico oggetto delle mie riflessioni da pazzoide con Sciattaman. Sì perché quando sei l'ultima stella dell'Orsa funziona più o meno così:
Fase 1:
C. decide autonomamente di prendersi in carico una gatta da spelacchiare e lascia a me ed M. tutto il lavoro ordinario.
Fase 2:
C. si rende conto che la gatta è davvvero troppo, troppo pelosa e visto che ha richiesto una ceretta integrale che vi devo dire è una gatta dalle ampie vedute C. ha bisogno di una di noi. Una di noi è io.
Fase 3:
C. realizza che la cosa è più complessa del previsto. Coinvolge sistemisti, informatici, KGB e Jesus Christ Super Star nel vano tentativo di risolvere imprevisti imprevedibili e irrisolvibili.
Assisto alla nascita di teorie fantasiose, dispute tra gente urlante, risatine nervose, voci tremanti, crisi esistenziali, aggiornamenti di sistema, neologismi. Contribuisco alla creazione di settordici versioni dello stesso file HTML, all'invio di milleduecentocinquantotto mail di prova con oggetto test1, test2, test alla n fratto tre. E leva il tag e metti il tag e allungaje 'e gambe, aristendije 'e gambe, aritiraje 'e gambe, aricoprije 'e gambe... io jee tejerei quelle gambe!
Tutto sempre appiccicata a C.
Ho vissuto appollaiata sul suo desk, mangiato le sue caramelle, risposto al telefono a suo marito, mandato mail per suo conto, prestato un assorbente. Quando ha bevuto per sbaglio dalla mia bottiglietta da mezzo litro ho smorzato la sua mortificazione con un dai C., fa conto che avemo pomiciato. L'ho sentita chiaramente dire un paio di volte non mi lasciare. Dopo 36h di convivenza forzata e lavoro massacrante di quelli che se una cosa può andare bene o male è inutile scommettere: andrà male alle sette di ieri pomeriggio la situazione si presentava più o meno così:
Princess in ballerine, gambaletto antistupro color carne, maglietta fuxia macchiata di mais sì il mais macchia, capelli sporchi, trucco colato, smalto sbeccato, baffetto in ricrescita e non voglio parlare dei peli sulle gambe sedeva su una sedia girevole, a gambe larghe, ignorando i dictat imposti dalla sua proverbiale innata eleganza, mangiando i cookies tossici del distributore senza curarsi delle briciole che, la sera a casa, avrebbe trovato finanche nelle sue mutande.
Ciao, reputazione, ciao.
E' su di lei che per tre giorni ho proiettato il celebre rapporto simbiotico oggetto delle mie riflessioni da pazzoide con Sciattaman. Sì perché quando sei l'ultima stella dell'Orsa funziona più o meno così:
Fase 1:
C. decide autonomamente di prendersi in carico una gatta da spelacchiare e lascia a me ed M. tutto il lavoro ordinario.
Fase 2:
C. si rende conto che la gatta è davvvero troppo, troppo pelosa e visto che ha richiesto una ceretta integrale che vi devo dire è una gatta dalle ampie vedute C. ha bisogno di una di noi. Una di noi è io.
Fase 3:
C. realizza che la cosa è più complessa del previsto. Coinvolge sistemisti, informatici, KGB e Jesus Christ Super Star nel vano tentativo di risolvere imprevisti imprevedibili e irrisolvibili.
Assisto alla nascita di teorie fantasiose, dispute tra gente urlante, risatine nervose, voci tremanti, crisi esistenziali, aggiornamenti di sistema, neologismi. Contribuisco alla creazione di settordici versioni dello stesso file HTML, all'invio di milleduecentocinquantotto mail di prova con oggetto test1, test2, test alla n fratto tre. E leva il tag e metti il tag e allungaje 'e gambe, aristendije 'e gambe, aritiraje 'e gambe, aricoprije 'e gambe... io jee tejerei quelle gambe!
Tutto sempre appiccicata a C.
Ho vissuto appollaiata sul suo desk, mangiato le sue caramelle, risposto al telefono a suo marito, mandato mail per suo conto, prestato un assorbente. Quando ha bevuto per sbaglio dalla mia bottiglietta da mezzo litro ho smorzato la sua mortificazione con un dai C., fa conto che avemo pomiciato. L'ho sentita chiaramente dire un paio di volte non mi lasciare. Dopo 36h di convivenza forzata e lavoro massacrante di quelli che se una cosa può andare bene o male è inutile scommettere: andrà male alle sette di ieri pomeriggio la situazione si presentava più o meno così:
Princess in ballerine, gambaletto antistupro color carne, maglietta fuxia macchiata di mais sì il mais macchia, capelli sporchi, trucco colato, smalto sbeccato, baffetto in ricrescita e non voglio parlare dei peli sulle gambe sedeva su una sedia girevole, a gambe larghe, ignorando i dictat imposti dalla sua proverbiale innata eleganza, mangiando i cookies tossici del distributore senza curarsi delle briciole che, la sera a casa, avrebbe trovato finanche nelle sue mutande.
Ciao, reputazione, ciao.
giovedì 13 giugno 2013
Quello che i precari non dicono
Essere precari non vuol dire soltanto programmare la propria esistenza un semestre la volta o posticipare l'acquisto del divano IKEA a dicembre sperando di avere ancora un lavoro o programmare le vacanze con 15gg di anticipo perché chi lo sa come sto messa ad agosto.
Essere precari vuol dire vivere in una perenne condizione di sudditanza psicologica che trova giustificazione nella minaccia manco troppo velata: se mi fai girare le sfere del drago ti caccio, quindi fai pippa nelle situazioni in cui vorresti rispondermi male o tirarmi un calcio in faccia.
Per esempio le colleghe A e B, quelle che non possono proprio fare a meno di istigare me ed M. alla prostituzione, non perdono occasione di ricordarci la nostra pietosa condizione prodigandosi in consigli non richiesti e terribilmente scontati tipo: io, fossi in voi, inizierei a guardarmi intorno che qui, ragazze mie, l'appalto è in scadenza e la vostra società la vedo male. E poi non vorrete mica finire come noi, murate vive qui dentro.
E tu pensi: sì, porcazoccola, io voglio finire esattamente come te. Voglio lavorare 25 anni per la stessa azienda e non essere costretta a fare e disfare progetti alla velocità della luce, roba che potrei iniziare a viaggiare nel tempo, tornare al tuo anno di nascita e prendere a pizze tua madre la sera che t'ha concepita. E lo so che a dicembre ce ne potremmo andare tutti a casa non me serve certo un promemoria delle mie sfighe.
Ma dici: certo che ci stiamo muovendo ma sai non è facile trovare un nuovo lavoro in questa situazione
Ma no - afferma candidatemente A - le crisi sono grandi occasioni, sapete.
Certo, e tu, di preciso, quando l'hai persa, l'occasione de annà a fanculo?
Lo so, lo so. Sono un po' cattivella ma una Princess buona non s'è mai vista e poi sono reduce da una pseudo-conversazione con Capetto, tenutasi pochi istanti fa.
L'esordio: Questo lavoro mi fa cagare. Ma perché voi non lo cambiate? Siete così giovani.
Perché non credo ne troveremmo un altro con tanta facilità e per quanto mi riguarda questo lavoro mi piace. Il mio problema non è il lavoro in se ma la precarietà.
Ma che cazzo dici, questo posto è pieno di teste di cazzo
Una, per esempio, potresti essere tu. C'hai mai pensato, Capetto?
Quelle sono ovunque, Capetto
Quando avrai la mia età mi darai ragione
Ma su cosa, di preciso? Ecco che ricominci a parlare del nulla spaziale
Resto in silenzio
Che vita di merda firmare il contratto ogni sei mesi
Ok, Capetto, mi stai prendendo per il culo, è chiaro. Altrimenti non si capisce come tu possa affermare una cosa del genere dall'alto del tuo contratto indeterminato, del tuo fancazzismo galoppante e della tua memoria labile. Perché forse ti stai dimenticando che mi stai facendo firmare il contratto MESE PER MESE.
Hai ragione è una vita di merda. Eppure la sai una cosa? La tua non la vorrei.
Essere precari vuol dire vivere in una perenne condizione di sudditanza psicologica che trova giustificazione nella minaccia manco troppo velata: se mi fai girare le sfere del drago ti caccio, quindi fai pippa nelle situazioni in cui vorresti rispondermi male o tirarmi un calcio in faccia.
Per esempio le colleghe A e B, quelle che non possono proprio fare a meno di istigare me ed M. alla prostituzione, non perdono occasione di ricordarci la nostra pietosa condizione prodigandosi in consigli non richiesti e terribilmente scontati tipo: io, fossi in voi, inizierei a guardarmi intorno che qui, ragazze mie, l'appalto è in scadenza e la vostra società la vedo male. E poi non vorrete mica finire come noi, murate vive qui dentro.
E tu pensi: sì, porcazoccola, io voglio finire esattamente come te. Voglio lavorare 25 anni per la stessa azienda e non essere costretta a fare e disfare progetti alla velocità della luce, roba che potrei iniziare a viaggiare nel tempo, tornare al tuo anno di nascita e prendere a pizze tua madre la sera che t'ha concepita. E lo so che a dicembre ce ne potremmo andare tutti a casa non me serve certo un promemoria delle mie sfighe.
Ma dici: certo che ci stiamo muovendo ma sai non è facile trovare un nuovo lavoro in questa situazione
Ma no - afferma candidatemente A - le crisi sono grandi occasioni, sapete.
Certo, e tu, di preciso, quando l'hai persa, l'occasione de annà a fanculo?
Lo so, lo so. Sono un po' cattivella ma una Princess buona non s'è mai vista e poi sono reduce da una pseudo-conversazione con Capetto, tenutasi pochi istanti fa.
L'esordio: Questo lavoro mi fa cagare. Ma perché voi non lo cambiate? Siete così giovani.
Perché non credo ne troveremmo un altro con tanta facilità e per quanto mi riguarda questo lavoro mi piace. Il mio problema non è il lavoro in se ma la precarietà.
Ma che cazzo dici, questo posto è pieno di teste di cazzo
Una, per esempio, potresti essere tu. C'hai mai pensato, Capetto?
Quelle sono ovunque, Capetto
Quando avrai la mia età mi darai ragione
Ma su cosa, di preciso? Ecco che ricominci a parlare del nulla spaziale
Resto in silenzio
Che vita di merda firmare il contratto ogni sei mesi
Ok, Capetto, mi stai prendendo per il culo, è chiaro. Altrimenti non si capisce come tu possa affermare una cosa del genere dall'alto del tuo contratto indeterminato, del tuo fancazzismo galoppante e della tua memoria labile. Perché forse ti stai dimenticando che mi stai facendo firmare il contratto MESE PER MESE.
Hai ragione è una vita di merda. Eppure la sai una cosa? La tua non la vorrei.
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martedì 14 maggio 2013
Il prezzo del potere
Avere l'amante. Questa è una delle imprescindibili condizioni che un uomo di potere deve rispettare per essere considerato tale e ritagliarsi il suo personalissimo spazio di gloria e rispetto.
Usare la vagina. Questa è una delle imprescindibili condizioni che una donna deve rispettare per far carriera e ritagliarsi il suo personalissimo spazio di potere e influenza.
Non tacciatemi di qualunquismo o fatelo pure se vi aggrada ma non venite a dirmi che non è vero.
E voi, miei adorati pene muniti, non sentitevi messi alla forca, come sovente accade quando si tratta questo argomento, dalla solita femminista coi baffi e le espadrillas. Non è il mio caso. Le espadrillas mi fanno cagare e ho fatto della lotta al pelo superfluo una questione di principio.
Stavolta io ce l'ho con le mie colleghe. Quelle conscie di avere tra le gambe un'arma così potente che, a saperlo, Kennedy avrebbe buttato nel cesso i missili nucleari, tirando forte lo sciacquone. Quelle che dall'alto della loro posizione daculo parato contratto indeterminato si sentono in diritto di consigliare a te, precaria, con un contratto zerodiritti che firmi con cadenza mensile di darla. Darla all'AD, al Direttore Generale, al capo di comunicazione, al sindacalista e se ci scappa, che ne so, pure al portiere, vigilante, tipo delle pulizie, tizia lesbica della mensa.
Consideratemi esagerata se volete ma non prima di aver letto queste due situazioni tipo:
1. Bar dell'azienda. Interno giorno.
Collega A: insomma questo contratto ve lo rinnovano?
Princess: bella domanda, speriamo di sì
Collega B: eh ma tu tesoro mio c'hai le carte per far carriera e nemmeno lo sai.
Princess: ah sì? E quali sarebbero?
Collega A: ce l'hai presente l'amante dell'AD? Ecco, tu sei uguale ma hai vent'anni di meno.
Collega B: l'altra volta ti ha squadrato
Princess: chi? l'amante dell'AD?
Collega A: ma va! Lui, lui in persona. T'ha fatto una radiografia. Fossi in te ci farei un pensierino. Magari con una bottarella ti sistemi a vita.
2. Mensa aziendale. Interno giorno.
Sindacalista: collega A non mi presenti queste due belle fanciulle?
Collega A: ma certo! Lei è princess e lei M.
Princess e M: salve
Collega A: sono bravissime, belle e DISPONIBILI
Abbiamo saputo in seguito che il sindacalista ha chiesto a collega A., in separata sede, in che senso fossimo disponibili.
Conosco abbastanza bene A e B da credere al fatto che non parlassero sul serio. Questo, però, non ha placato il mio desiderio di indagare sul perché si possa scherzare in questo modo svilendo la figura della donna salvo poi indignarsi quando le amanti dei vari AD fanno il bello e cattivo tempo o ottengono riconoscimenti professionali non certo basati su criteri meritocratici.
Forse ci hanno solo abituate male. Abituate a soprassedere alla battute, ai fischi per strada, alle allusioni. O forse c'ha ragione Mina: zoccole ce se nasce.
E io, cari miei, sarò precaria a vita perché, modestamente, non lo nacqui.
Usare la vagina. Questa è una delle imprescindibili condizioni che una donna deve rispettare per far carriera e ritagliarsi il suo personalissimo spazio di potere e influenza.
Non tacciatemi di qualunquismo o fatelo pure se vi aggrada ma non venite a dirmi che non è vero.
E voi, miei adorati pene muniti, non sentitevi messi alla forca, come sovente accade quando si tratta questo argomento, dalla solita femminista coi baffi e le espadrillas. Non è il mio caso. Le espadrillas mi fanno cagare e ho fatto della lotta al pelo superfluo una questione di principio.
Stavolta io ce l'ho con le mie colleghe. Quelle conscie di avere tra le gambe un'arma così potente che, a saperlo, Kennedy avrebbe buttato nel cesso i missili nucleari, tirando forte lo sciacquone. Quelle che dall'alto della loro posizione da
Consideratemi esagerata se volete ma non prima di aver letto queste due situazioni tipo:
1. Bar dell'azienda. Interno giorno.
Collega A: insomma questo contratto ve lo rinnovano?
Princess: bella domanda, speriamo di sì
Collega B: eh ma tu tesoro mio c'hai le carte per far carriera e nemmeno lo sai.
Princess: ah sì? E quali sarebbero?
Collega A: ce l'hai presente l'amante dell'AD? Ecco, tu sei uguale ma hai vent'anni di meno.
Collega B: l'altra volta ti ha squadrato
Princess: chi? l'amante dell'AD?
Collega A: ma va! Lui, lui in persona. T'ha fatto una radiografia. Fossi in te ci farei un pensierino. Magari con una bottarella ti sistemi a vita.
2. Mensa aziendale. Interno giorno.
Sindacalista: collega A non mi presenti queste due belle fanciulle?
Collega A: ma certo! Lei è princess e lei M.
Princess e M: salve
Collega A: sono bravissime, belle e DISPONIBILI
Abbiamo saputo in seguito che il sindacalista ha chiesto a collega A., in separata sede, in che senso fossimo disponibili.
Conosco abbastanza bene A e B da credere al fatto che non parlassero sul serio. Questo, però, non ha placato il mio desiderio di indagare sul perché si possa scherzare in questo modo svilendo la figura della donna salvo poi indignarsi quando le amanti dei vari AD fanno il bello e cattivo tempo o ottengono riconoscimenti professionali non certo basati su criteri meritocratici.
Forse ci hanno solo abituate male. Abituate a soprassedere alla battute, ai fischi per strada, alle allusioni. O forse c'ha ragione Mina: zoccole ce se nasce.
E io, cari miei, sarò precaria a vita perché, modestamente, non lo nacqui.
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mercoledì 23 gennaio 2013
Bologna
C'era una volta un mio collega che, per comodità e nel totale rispetto dell'anonimato che questo blog garantisce, chiameremo Bologna. Sì, Bologna era bolognese e sì, io ho intenzione di mettermi in lizza per il titolo di Miss Fantasia 2013. Un bolognese DOC. Di quelli che la "s" non è "s" se non la pronunci "sch". Che a sentirlo parlare te lo saresti pomiciato tutto. Bologna era fine, acculturato, educato, discreta dialettica, le battute... beh quelle facevano cagare ma non si può mica avere tutto dalla vita.
Bologna, però, è stato anche un mio personalissimo fallimento. Anche se prima ancora di essere un mio personalissimo fallimento è stato un fallimento del Capetto perché, sì, Bologna era laureato cum laude ma in storia contemporanea, sì, sapeva attaccarti dei pipponi profondi sulla condizione socio-politica del nostro paese facendo ricorso a una buona arte oratoria, sì, era un piacere parlare con uno che sapeva cosa fosse la Perestrojka ma, porco giuda, Bologna di informatica non ci capiva una beata nerchia. E la conoscenza base dell'informatica è la base del nostro lavoro. Ergo è stato un fallimento, prima ancora che mio, del mio Capetto che, mi pare ormai chiaro, in quanto a selezione del personale lascia un tantinello a desiderare. L'unica scelta sensata sono stata io, ovvio. E anche M. In ogni caso il Capetto 'ste seghe mentali non se le fa, lui non sbaglia mica mai. Quindi continuiamo a considerare Bologna come il mio unico personalissimo fallimento.
Quando capii che Bologna stava al nostro lavoro come un bucatino all'amatriciana sta in un piatto di escargot alla bourguignon mi diedi da fare per il suo e mio bene. Arrivai persino a redigere manuali pronto uso perché lui, bellodecasa, non aveva mai scritto una riga di codice html e aveva pure serie difficoltà a usare Outlook, per dire.
Ma Bologna era pure tremendamente superbo. Quei manuali non credo li abbia mai aperti visto la mole spropositata di chiamate che usava inoltrarmi in quelle 3h in cui la mia persona non era presente in ufficio, vicino a lui, a dirgli quel che minchia doveva fare. Non solo. Quando la sottoscritta con sguardo scettico, quello col sopracciglio destro arcuato, se lo guardava mentre lui, bocca aperta, sguardo vitreo, impiegava 20 minuti per un lavoro da 3, chiedeva "hai bisogno d'aiuto? sei in difficoltà?" lui, orgoglio ferito, rispondeva "asscholutamente no!".
Bene.
Bologna mi ha fatto capire che io non sarò mai un buon capo di nessuno. Perché non ho polso. Perché quelle chiamate finivano con un "ma non ti preoccupare, siamo colleghi, l'aiuto è il minimo" quando sarebbero dovute finire con una cazziata. Perché lui non si impegnava ad apprendere e ha avuto il mio silenzioso nullaosta alla sua inadeguatezza. Perché sì, io gli ho scritto dei manuali ma avrei dovuto accertarmi che li avesse letti.
Quando la sua manifesta incapacità si è palesata dinnanzi al Capetto in un momento, tra l'altro, estremamente delicato a prendersi shampoo, taglio e piega non è stato Bologna. Sono stata io. Perché non avevo comunicato a Capetto le mie perplessità su quella persona. Perché l'ho coperta. Perché l'ho difesa, persino. Perché penso che in questa società di merda tra precari sfigati ci si debba aiutare. Dopo un anno sono ancora qui che mi chiedo chi ha sbagliato.
Ditemi voi, miei fedelissimi, se sono estremamente buona, estremamente fessa o, semplicemente, estremamente senza palle.
Bologna, però, è stato anche un mio personalissimo fallimento. Anche se prima ancora di essere un mio personalissimo fallimento è stato un fallimento del Capetto perché, sì, Bologna era laureato cum laude ma in storia contemporanea, sì, sapeva attaccarti dei pipponi profondi sulla condizione socio-politica del nostro paese facendo ricorso a una buona arte oratoria, sì, era un piacere parlare con uno che sapeva cosa fosse la Perestrojka ma, porco giuda, Bologna di informatica non ci capiva una beata nerchia. E la conoscenza base dell'informatica è la base del nostro lavoro. Ergo è stato un fallimento, prima ancora che mio, del mio Capetto che, mi pare ormai chiaro, in quanto a selezione del personale lascia un tantinello a desiderare. L'unica scelta sensata sono stata io, ovvio. E anche M. In ogni caso il Capetto 'ste seghe mentali non se le fa, lui non sbaglia mica mai. Quindi continuiamo a considerare Bologna come il mio unico personalissimo fallimento.
Quando capii che Bologna stava al nostro lavoro come un bucatino all'amatriciana sta in un piatto di escargot alla bourguignon mi diedi da fare per il suo e mio bene. Arrivai persino a redigere manuali pronto uso perché lui, bellodecasa, non aveva mai scritto una riga di codice html e aveva pure serie difficoltà a usare Outlook, per dire.
Ma Bologna era pure tremendamente superbo. Quei manuali non credo li abbia mai aperti visto la mole spropositata di chiamate che usava inoltrarmi in quelle 3h in cui la mia persona non era presente in ufficio, vicino a lui, a dirgli quel che minchia doveva fare. Non solo. Quando la sottoscritta con sguardo scettico, quello col sopracciglio destro arcuato, se lo guardava mentre lui, bocca aperta, sguardo vitreo, impiegava 20 minuti per un lavoro da 3, chiedeva "hai bisogno d'aiuto? sei in difficoltà?" lui, orgoglio ferito, rispondeva "asscholutamente no!".
Bene.
Bologna mi ha fatto capire che io non sarò mai un buon capo di nessuno. Perché non ho polso. Perché quelle chiamate finivano con un "ma non ti preoccupare, siamo colleghi, l'aiuto è il minimo" quando sarebbero dovute finire con una cazziata. Perché lui non si impegnava ad apprendere e ha avuto il mio silenzioso nullaosta alla sua inadeguatezza. Perché sì, io gli ho scritto dei manuali ma avrei dovuto accertarmi che li avesse letti.
Quando la sua manifesta incapacità si è palesata dinnanzi al Capetto in un momento, tra l'altro, estremamente delicato a prendersi shampoo, taglio e piega non è stato Bologna. Sono stata io. Perché non avevo comunicato a Capetto le mie perplessità su quella persona. Perché l'ho coperta. Perché l'ho difesa, persino. Perché penso che in questa società di merda tra precari sfigati ci si debba aiutare. Dopo un anno sono ancora qui che mi chiedo chi ha sbagliato.
Ditemi voi, miei fedelissimi, se sono estremamente buona, estremamente fessa o, semplicemente, estremamente senza palle.
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lunedì 10 dicembre 2012
Precarietà
C: "BuonCiorno a tutti"
Princess: "Ma proprio non ce riesci ad usare correttamente la C e la G eh"
C: "E tu proprio non riesci a dire 'CI' riesci eh"
C: "Mi premi il pulsante dell'ascensore che ho le mani occupate?"
Princess: "Ok"
C: "Tu non lo sai chiamare l'ascensore, così l'hai chiamato per farlo scendere, noi dobbiamo salire"
C: "Caffè?!"
Princess: "Solo col Grisbì vicino"
C: "Sei una porca"
C: "Sono feliGe oCCi"
Princess: "Che culo. E perché?"
C: "A mensa c'è la pizza, ci penso da ieri sera"
C: "Dici che se facessimo le zoccole riusciremmo a guadagnare qualcosa?"
Princess: "Non lo so. Sicuro siamo in linea col mercato. Io sembro russa, tu romena. Ci mancano le tette"
Driiin driiin
C: "Pronto? Eh mamma scusa ti richiamo, stiamo faGendo un discorso importante"
C la conosco da quando sono qui. Sono qui da un anno e 9 mesi.
Le prime due settimane abbiamo parlato del tempo, di lavoro, della dubbia qualità dei pasti della mensa.
Dopo un mese conoscevamo i nomi dei membri delle nostre rispettive famigllie.
Dopo 2 parlavamo dei nostri problemi.
Dopo 6 condividevamo le nostre seghe mentali.
Dopo un anno io sapevo che il martedì lei era triste perché avrebbe rivisto il suo compagno solo il venerdì e lei sapeva che il giovedì lo ero io perchè io odio il giovedì, ancora lontano dal week end e già carico della stanchezza della settimana. Così il martedì io le facevo trovare un Mon Cherì sulla scrivania e lei, il giovedì, mi lasciava un Pocket Coffee vicino al telefono, prima di andare via.
Dopo un anno e mezzo era "la mia amica C" non più "la mia collega C".
Perché funziona così.
Non scegli tu le persone con cui lavorerai. Te le ritrovi lì e le devi accettare.
E devi farti accettare.
Passi con loro più tempo di quanto ne passi con la tua famiglia.
Senza rendertene conto entrano a far parte della tua vita, prepotentemente.
Sono lì quando ridi, quando piangi, quando smadonni su un excel, quando ti incazzi col capo per le ferie.
Tuo malgrado imparano a conoscerti meglio delle amiche dell'app del venerdì.
C. è una precaria, come me.
C. domani deve iniziare un nuovo lavoro, per conto della sua società. Da un'altra parte.
Al suo posto verrà M.
Che non è C.
Che devo imparare a conoscere.
Tutto daccapo.
Io penso che no, non è mica giusto che mi tolgano C.
Che i "ma tanto restiamo in contatto" quasi mai sono veri.
Che C. sarà solo una meteora, come tante.
Che io non sono mica pronta a condividere le mie seghe mentali con un'altra.
Precarietà è anche questo.
Ho messo di nascosto un Mon Cherì nella borsa di C. Perché domani è martedì, lei rivedrà il suo compagno solo venerdì e me ... chissà quando.
Credo ne abbia bisogno.
Princess: "Ma proprio non ce riesci ad usare correttamente la C e la G eh"
C: "E tu proprio non riesci a dire 'CI' riesci eh"
C: "Mi premi il pulsante dell'ascensore che ho le mani occupate?"
Princess: "Ok"
C: "Tu non lo sai chiamare l'ascensore, così l'hai chiamato per farlo scendere, noi dobbiamo salire"
C: "Caffè?!"
Princess: "Solo col Grisbì vicino"
C: "Sei una porca"
C: "Sono feliGe oCCi"
Princess: "Che culo. E perché?"
C: "A mensa c'è la pizza, ci penso da ieri sera"
C: "Dici che se facessimo le zoccole riusciremmo a guadagnare qualcosa?"
Princess: "Non lo so. Sicuro siamo in linea col mercato. Io sembro russa, tu romena. Ci mancano le tette"
Driiin driiin
C: "Pronto? Eh mamma scusa ti richiamo, stiamo faGendo un discorso importante"
C la conosco da quando sono qui. Sono qui da un anno e 9 mesi.
Le prime due settimane abbiamo parlato del tempo, di lavoro, della dubbia qualità dei pasti della mensa.
Dopo un mese conoscevamo i nomi dei membri delle nostre rispettive famigllie.
Dopo 2 parlavamo dei nostri problemi.
Dopo 6 condividevamo le nostre seghe mentali.
Dopo un anno io sapevo che il martedì lei era triste perché avrebbe rivisto il suo compagno solo il venerdì e lei sapeva che il giovedì lo ero io perchè io odio il giovedì, ancora lontano dal week end e già carico della stanchezza della settimana. Così il martedì io le facevo trovare un Mon Cherì sulla scrivania e lei, il giovedì, mi lasciava un Pocket Coffee vicino al telefono, prima di andare via.
Dopo un anno e mezzo era "la mia amica C" non più "la mia collega C".
Perché funziona così.
Non scegli tu le persone con cui lavorerai. Te le ritrovi lì e le devi accettare.
E devi farti accettare.
Passi con loro più tempo di quanto ne passi con la tua famiglia.
Senza rendertene conto entrano a far parte della tua vita, prepotentemente.
Sono lì quando ridi, quando piangi, quando smadonni su un excel, quando ti incazzi col capo per le ferie.
Tuo malgrado imparano a conoscerti meglio delle amiche dell'app del venerdì.
C. è una precaria, come me.
C. domani deve iniziare un nuovo lavoro, per conto della sua società. Da un'altra parte.
Al suo posto verrà M.
Che non è C.
Che devo imparare a conoscere.
Tutto daccapo.
Io penso che no, non è mica giusto che mi tolgano C.
Che i "ma tanto restiamo in contatto" quasi mai sono veri.
Che C. sarà solo una meteora, come tante.
Che io non sono mica pronta a condividere le mie seghe mentali con un'altra.
Precarietà è anche questo.
Ho messo di nascosto un Mon Cherì nella borsa di C. Perché domani è martedì, lei rivedrà il suo compagno solo venerdì e me ... chissà quando.
Credo ne abbia bisogno.
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