Io sono nata femmina.
Lo so come funziona la storiella dell'ape e del fiore e perché i maschietti fanno la pipì in piedi. L'ho scoperto a 4 anni quando il mio amico D. si tirò fuori pippo per annaffiare un albero. Non siate spiritosi.
Non mi riferisco, o almeno non solo, alla combinazione cromosomica doppia ics che ha fatto in modo non mi scendessero le ovaie quando ero poco più di un piccolo ammasso di cellule nell'utero arcuato di Mina.
Intendo dire che sono femmina nei modi, nei pensieri, nelle opere e nelle omissioni. Per mia colpa, mia colpa, mia gravissima colpa. Non prendetevela con quei poveri cromosomi che mica tutto può essere sempre imputato alla genetica.
Sono femmina e mi piacciono gli specchi. Sono femmina e sono vanitosa. Sono femmina e mi piace esprimere la mia femminilità con un tacco alto, una gonna corta, uno smalto rosso.
Ferme tutte o voi da l'utero è mio e lo gestisco io. Non sto dicendo che una donna debba necessariamente mettere in mostra le cosce per essere donna. Non ne faccio una questione di genere, non è un giudizio. Parlo di me e solo per me. Perchè io sono fatta così. Non so flirtare ma mi vesto bene e so ragionare anche quando sono 10 cm più su della mia statura. Il tacco non m'annebbia il cervello.
Questo però udite udite non vuol dire che io non abbia il sacrosanto diritto di inacidirmi quando il masculo medio, probabilmente preda di astinenza sessuale, traduce il suo apprezzamento in uno di quei commenti di bassa lega che, generalmente per pudore, educazione o immotivato timore di offendere, vengono accolti con un mezzo sorriso e un insulto urlato solo nella testa.
La mia gonna tra l'altro mai sopra al ginocchio in ufficio non autorizza ad un atteggiamento libertino nei miei confronti.
Che fosse solo una reazione dovuta all'associazione gonna-tacco non sarebbe manco tanto grave ma in questa valle di lacrime che alcuni si ostinano a chiamare luogo di lavoro, in questa landa desolata dove io e M. siamo le uniche due persone dotate di doppia ics, anche uno smalto rosso viene interpretato come un messaggio subliminale.
Avete lettto bene.
Sai ho letto da qualche parte (mecojoni che fonte autorevole eh) che le donne mettono lo smalto rosso quando hanno voglia di fare sesso
E dimmi, deficiente, non hai mai letto nulla sull'ipercompensazione?
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giovedì 24 ottobre 2013
mercoledì 3 luglio 2013
Cose boccaccesche
Questa mattina dopo il consueto caffè con Capetto e fedelissimi, fuori l'ufficio, col fresco delle 8, si parlava di zoccolaggine. Tanto pe dì na cosa nova, che altrimenti qui ci si annoia. Del resto il pettegolezzo aziendale è un must have della stagione estiva. E pure delle altre tre, a dirla tutta.
Oggetto delle nostre lingue biforcute era miss biondo che fa felice il mondo rea, secondo Capetto, di aver elargito la sue poche e malfatte grazie con estrema generosità a tutti i masculi con pelo sullo stomaco dell'azienda, quelli che ogni buco è trincea, per capirci.
A., che in rari e sporadici casi riesce ad essere anche più stronzo della sottoscritta, mi ha sorpreso con la seguente frase: ma no, lei non è zoccola.
Poi si è ripreso aggiungendo : ma solo perché...
Ed io, che di mattina ho i filtri azzerati, col cervello che cercava invano di metabolizzre i benefici effetti della caffeina ho pensato bene di palesare il mio stato di nobile completando la sua frase così: ... perchè non trova nessuno che glielo da.
Alla parola nessuno il mio organo preposto al pensiero s'è svejato, con più calma del Marchese del Grillo.
Che cazzo stai a dì? Fermati, idiota! Non puoi mica dire 'ste cose davanti a Capetto, che poi ti perculerà a vita o ne approfitterà per giustificare le sue sboccataggini omofobe.
Troppo tardi.
Scusa cervello, oggi ha vinto parola.
Ovviamente il mio intervento ha suscitato stupore e ilarità e io sono tornata in stanza pensando che la compagnia de 'sti due sta seriamente compromettendo il mio già provato senso della misura e della sobrietà.
mercoledì 16 gennaio 2013
Camilla
Che nelle mie vene scorresse sangue blu mia madre avrebbe dovuto intuirlo quando per la prima volta la mia stirpe reale si palesò in tutto il suo accecante splendore.
Successe all'età di tre anni.
In quel periodo ero solita trascinare per un braccio, con estrema grazia, una bambola di pezza, bersaglio prediletto dei miei frequenti momenti d'ira, che rispondeva al nome di Camilla. Nome che aveva impresso a chiare lettere sul bavero.
La leggenda narra che un gentile vecchino, con tanto di baschetto in testa e bastone per mano, osò rivolgermi la seguente domanda:
"E' Camilla lei?"
Fu allora che accadde.
Fu quello il mio battesimo.
Perché io, che evidentemente nutrivo un certo sentimento, immotivato, di antipatia per quel povero nonnetto risposi:
"No, questa è STO CAZZO"
Ancora oggi si racconta di un principio di svenimento da parte della mia genitrice che si chiese da quali viscere, certo non le sue, fosse nato quel mostro e fu colta da tale stupore misto a sconforto che non ebbe nemmeno la forza di scusarsi. Si limitò a prendermi per un braccio e scappare.
Da allora decise di porre rimedio. E mi educò al rispetto, alla gentilezza, alla cortesia impartendomi senza pietà alcuna lezioni di diplomazia applicata al ventunesimo secolo.
Credeva di esserci riuscita. Le maestre si complimentavano con lei per la mia educazione. L'insegnante di danza le parlava dell'eleganza dei miei movimenti. Il mio ex datore di lavoro le diceva "non l'ho mai vista perdere il controllo". Ha gioito, l'ingenua madre. Fino a ieri.
Fino a quando ho mandato sonoramente affanculo un tecnico della Telecom minacciandolo di farlo licenziare e dandogli apertamente dello stronzo dopo che lui, al telefono, mi aveva dato buca per la seconda volta dopo avermi rassicurata nei giorni passati circa la sua presenza e puntualità.
Mi sono voltata con Mina che brandendo un crocefisso mi chiedeva il numero di un bravo esorcista.
"Scusa Mina - mi sono giustificata io - hai ragione tu, la maleducazione non porta da nessuna parte. E' stato uno sfogo inutile"
Dopo minuti 10 il tecnico della Telecom era sotto casa mia. Con la coda tra le gambe e la vergogna in volto.
Quindi Mina, perdonami, ma io devo ritrattare. Non sia mai che mi venga dato dell'ipocrita.
In rari casi, ma forse non proprio così rari, essere maleducati è l'unico modo per farsi rispettare. Triste ma vero. Non rimangerei nemmeno una parola di tutte quelle urlate in viva voce al furbastro "professionista" ma, se potessi, tornerei indietro per rispondere a quel vecchino:
"Sì, lei si chiama Camilla".
Tutto sommato, Mina, hai fatto un buon lavoro.
Ohcazzo corbezzoli ho lasciato il caffè sul fuoco!
Successe all'età di tre anni.
In quel periodo ero solita trascinare per un braccio, con estrema grazia, una bambola di pezza, bersaglio prediletto dei miei frequenti momenti d'ira, che rispondeva al nome di Camilla. Nome che aveva impresso a chiare lettere sul bavero.
La leggenda narra che un gentile vecchino, con tanto di baschetto in testa e bastone per mano, osò rivolgermi la seguente domanda:
"E' Camilla lei?"
Fu allora che accadde.
Fu quello il mio battesimo.
Perché io, che evidentemente nutrivo un certo sentimento, immotivato, di antipatia per quel povero nonnetto risposi:
"No, questa è STO CAZZO"
Ancora oggi si racconta di un principio di svenimento da parte della mia genitrice che si chiese da quali viscere, certo non le sue, fosse nato quel mostro e fu colta da tale stupore misto a sconforto che non ebbe nemmeno la forza di scusarsi. Si limitò a prendermi per un braccio e scappare.
Da allora decise di porre rimedio. E mi educò al rispetto, alla gentilezza, alla cortesia impartendomi senza pietà alcuna lezioni di diplomazia applicata al ventunesimo secolo.
Credeva di esserci riuscita. Le maestre si complimentavano con lei per la mia educazione. L'insegnante di danza le parlava dell'eleganza dei miei movimenti. Il mio ex datore di lavoro le diceva "non l'ho mai vista perdere il controllo". Ha gioito, l'ingenua madre. Fino a ieri.
Fino a quando ho mandato sonoramente affanculo un tecnico della Telecom minacciandolo di farlo licenziare e dandogli apertamente dello stronzo dopo che lui, al telefono, mi aveva dato buca per la seconda volta dopo avermi rassicurata nei giorni passati circa la sua presenza e puntualità.
Mi sono voltata con Mina che brandendo un crocefisso mi chiedeva il numero di un bravo esorcista.
"Scusa Mina - mi sono giustificata io - hai ragione tu, la maleducazione non porta da nessuna parte. E' stato uno sfogo inutile"
Dopo minuti 10 il tecnico della Telecom era sotto casa mia. Con la coda tra le gambe e la vergogna in volto.
Quindi Mina, perdonami, ma io devo ritrattare. Non sia mai che mi venga dato dell'ipocrita.
In rari casi, ma forse non proprio così rari, essere maleducati è l'unico modo per farsi rispettare. Triste ma vero. Non rimangerei nemmeno una parola di tutte quelle urlate in viva voce al furbastro "professionista" ma, se potessi, tornerei indietro per rispondere a quel vecchino:
"Sì, lei si chiama Camilla".
Tutto sommato, Mina, hai fatto un buon lavoro.
Oh
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