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giovedì 9 ottobre 2014

Ossi di seppia

Durante il giorno lo combatto come meglio posso, alla meno peggio come si dice da queste parti. Evito che pervada le mie viscere fintanto che il sole rende i colori vividi, l'aria leggera, questa casa luminosa e i miei sensi svegli.

Mi tengo occupata, sempre. Scrivo, leggo, imparo, dipingo, cucino, cammino, invento.

Ma poi arriva la sera. Con Quasimodo e l'intera combriccola di poeti maledetti al seguito. E si piazza lì. Tra lo sterno e lo stomaco, tra il respiro e il battito.

Non è tristezza, non è angoscia.  E' più profondo, diverso, pesante.

Male di vivere, forse. In tanti l'hanno chiamato così e a ben pensarci non esiste, credo, una definizione altrettanto calzante.

All'improvviso i colori svaniscono, la speranza si trasforma in consapevolezza d'un illusione e nulla più. Non esiste futuro, consolazione, compagnia.

Non esiste gioia.

E tutte le certezze coltivate con cura durante il giorno vengono sradicate da un vento gelido, improvviso, violento.

Che io sia particolarmente abile nel maneggiare l'ironia per metabolizzare ed esorcizzare quel che più mi impaurisce è, modestia a parte, un dato di fatto. Qualcuno lo definisce un dono, altri parlano di una dimostrazione di forza. Balle. E' un modo come un altro per difendersi, un modo che ho ereditato da mia madre, così come da lei ho ereditato l'umore ballerino, l'ossessione della perfezione, la smania di controllo.

Ma l'ironia è anche una maschera. E il più delle volte assolve perfettamente alla sua funzione: l'inganno.

Mi sta così bene addosso che spesso, persino io, dimentico d'indossarla.

E va bene così.

E' faticosa, l'ironia. Ma pure estremamente utile. Un po' tipo quando ci si tappa il naso per mandar giù uno sciroppo disgustoso. Smetti di respirare ma ti risparmi di vomitare.

Poi però arriva la sera. E la maschera cade. E la parte umida, fragile e molliccia sotto il guscio viene allo scoperto.

Piccola.

Vulnerabile.


sabato 18 gennaio 2014

Il mondo è mio

Se chiudo gli occhi indosso un tailleur nero, tacchi alti, camicia bianca. Ascolto il suono d'un passo deciso. Vedo la mia immagine riflessa nello specchio d'un ascensore, sicurezza, serenità, determinazione. Sorrido.

Se chiudo gli occhi odo la voce d'un vecchio professore, lo vedo in piedi davanti a me che stringe tra le mani rugose un foglio bianco, le mie dita intrecciate, l'attesa d'un numero, la gioia, l'incredulità ma allora valgo davvero qualcosa. Lo sguardo orgoglioso del mio relatore, quello lucido e commosso di mia madre. 

Se chiudo gli occhi sono a Capo da Roca, sulle rive della Senna, davanti la cattedrale di san Vito, nei mercati di Varsavia, dentro il Palazzo d'Inverno, mangio fish and chips, parlo inglese, stringo mani. Vedo le luci di Times Square, ascolto il tuono delle cascate del Niagara, i viali alberati di D.C, Philadelphia, lunghi viaggi in bus, le nuvole e le Alpi da un oblò, la pressione sulla testa d'un decollo. Volare. 

Se chiudo gli occhi sento ancora un velo fissato sulla nuca, tira mentre cammino. Il braccio forte di mio padre. Rose bianche. Sei bellissima. Il tuo sguardo. Il mio ciao! 

Se chiudo gli occhi sono seduta sul pavimento di casa nostra, gambe incrociate. Canto, prendo misure, appendo quadri, musica ad alto volume. Ti guardo, lo stiamo facendo davvero?

Se chiudo gli occhi lui è lì. Una sfera schiacciata ai poli e rigonfia all'equatore. Piccolo eppur immenso. Vario e sempre uguale a se stesso. 

Se chiudo gli occhi io lo vedo ancora lì. Il mondo. Nella mia mano.


mercoledì 17 luglio 2013

Io viaggio da sola

Essere maritata ad un Umile Servo che viaggia per lavoro e si ritrova sovente in luoghi che sull'atlante Michelin devi cercare con la lente d'ingrandimento o col suo occhiale da miope significa essere costretta, per andarlo a trovare, a viaggiare da sola e confrontarti con una serie di disagi che solo le portatrici sane di vagina posso avere l'onore di sperimentare sulla propria pelle.

In primis le provole. Che tu sia un bidet co' le rote o la sosia di Halle Berry, quando viaggi da sola, stanne certa, rimorchierai. Spesso cessi brufolosi e pure un po' disadattati. Come il tizio che si è prodigato in una delle migliori esibizioni di sguardo spermatozoico per 2 delle 4h di treno Roma-Trento. Nelle restanti 2 ha cercato di liberare il valigione Carpisa che aveva incastrato in malo modo sotto il sedile del povero viaggiatore che gli era di fronte evidentemente ignaro della presenza di appositi vani bagagli. Non pago all'arrivo si è piazzato davanti la porta, sempre in sguardo pesce lesso mode, fissandomi. A treno fermo si è girato in attesa, probabilmente, che qualcuno dall'alto pronunciasse la parola magica apriti sesamo perché non c'era verso si decidesse a premere il bottone. Così, facendo appello al mio savoir faire, gli ho urlato guarda che devi preme il pulsante. All'uscita mi sono messa alla ricerca del binario per Malè. Raggiunta l'altra stazione lo rivedo e tenta un approccio 

Che coincidenza, dobbiamo andare nella stessa direzione!

Vai a Malè?

No a Marileva

Appunto

Il secondo ostacolo della viaggiatrice solitaria si chiama bagaglio. Che si sa noi femmine cresciute col mito dell'armadio di Carrie e con la celebre frase quelli mi servono per vivere rivolta ai suoi abiti, quando viaggiamo ci portiamo dietro l'intero sistema solare ergo necessitiamo di possenti braccia per la manovalanza spicciola. Le opzioni, in questo caso, sono due: approfittare della provola di cui sopra o elemosinare aiuto da qualche passante. Io, che c'ho il pelo sullo stomaco oltre che sulle gambe, mi son fatta coraggio e ho fatto da sola, maledicendo ad ogni gradino l'assenza di scale mobili. Pessima idea. Il giorno dopo il mio braccio destro era talmente contratto da non stendersi.

Poi c'è la pipì. Problema strettamente connesso al trasporto bagaglio. Perché i cessi delle stazioni-autogrill-bar-rifugi son piccoli, così piccoli che se metti due kg diventa un problema chiudere la porta. Allora il dilemma dove lo lascio il bagaglio diventa pressante. Nel mio caso son stata fortunata perché alla stazione di Malè per espletare i bisogni fisiologici c'era bisogno udite udite di una smart card, consegnata dalla tizia del bar vicino il w.c. dietro rilascio di un documento valido d'identità Capirete che in un cesso così a prova di ladro mi sono sentita libera di lasciare il bagaglio un minutino nell'antibagno. Giusto un minutino perché questo cartello:



m'ha messo l'ansia. Roba che se c'hai uno squaraus in corso rischi di venire arrestata per uso improprio di tazza.

Dulcis in fundo il senso d'orientamento. Che non lo so, in realtà, se è un problema solo femminile ma, senza dubbio, è un problema principesco. Roba che io ho serie difficoltà a distinguere la destra dalla sinistra, roba che a danza la maestra mi mise lo schotch rosso sulla ballerina di destra, roba che mi perdo pure nel tragitto lavoro - casa perché oltre che disorientata so' pure distratta e spesso dimentico di girare all'uscita giusta del GRA. Ma una soluzione esiste, mie care. Si chiama mappine di Google Maps. Son chiare e precise ma hanno qualche problema con i tempi di percorrenza. Perché a meno che non siate Bolt non ce la farete mai a percorrere 800 mt in 5 minuti.

In ogni caso, sono viva e vegeta. Anche stavolta. E il turismo in solitaria è così rilassante che non ho pensato nemmeno per un millisecondo alla parola infertilità. Son gioie.

martedì 16 luglio 2013

Trentaquattro

Eri seduto su una panchina di ferro, gambe larghe, gomiti sulle ginocchia e mani incrociate. L'occhiale da sole poggiato sulla testa. Sorridevi. Non ad una persona qualsiasi, sorridevi a me, che ero solo una ragazzina con poca o nulla conoscenza dell'amore. A me con qualche chilo in più e un paio di pantaloni viola, corti sul ginocchio. A me che non ti conoscevo affatto, che credevo non avessi casa o famiglia dalle mie parti, che credevo fossi solo l'amico di. A me che avrei imparato a conoscere l'esatta tonalità dei tuoi occhi, la forza delle tue braccia, la morbidezza dei tuoi capelli, il tono della tua voce, la stretta della tua mano nella mia, il profumo della tua pelle.

Fu quello il momento esatto in cui mi innamorai. Non un periodo, non un giorno, non un'ora qualsiasi. Io mi innamorai in quel preciso secondo in cui tu mi sorridesti.

Era luglio e faceva caldo. Eppure uscivamo presto il pomeriggio, forse già con la speranza di incontrarci. Quasi come fosse stato per caso.

Qualche giorno prima il nostro primo bacio, seduto di fianco a me rispondesti alla domanda sciocca dell'amico buffone di turno: te gusta la Princess eh?

Io guardai altrove, ignorandoti. Perché io nobile ce so nata e me la dovevo tirare. Qual tanto che bastava per fare in modo mi desiderassi di più.

Abbiamo giocato per un po' ed è stato bello. Bello vedere il tuo carattere da orso marsicano addolcirsi per me. Bello vederti costretto a nasconderti dalla gente per rubarmi un bacio. Bello vedere il tuo lato bambino e rincoglionito dall'ammore. 

Il primo ti amo me l'hai detto sotto le stelle, era la notte di San Lorenzo. Io sorrisi e come una deficiente risposi solo anche io, pure troppo. Si sa che sono cintura nera nell'uccisione barbara del romanticismo ma sai, un po' quel sentimento mi spaventava, tanto era forte. Così risposi d'istinto, senza cercare la frase perfetta, quella ad effetto, quella rubata a qualche bacio perugina.

Fu la sera in cui pensai cazzo questo me lo sposo. Che non si dica che non sono lungimirante eh.

Lo so, sono in ritardo, il tuo compleanno è stato qualche giorno fa ma un post a 3mila metri è un tantinello complesso da scrivere e poi eravamo insieme, che sarò pure 'na Princess stronza ma me so fatta 700 km solo per stare con te questo 13 luglio. Così, coremio, gli auguri qui te li faccio adesso. Li faccio ai tuoi occhi nocciola e al tuo naso a patata, ai capelli morbidi e alle spalle forti, alle tue polemiche e alla tua risata, alla tua ironia, al tuo sarcasmo.

Soprattutto li faccio al suono melodioso che assume la tua voce quando mi chiami con quel nomignolo scemo. Quello che è solo puntato nel profilo di questo blog: Scriccy. 


venerdì 5 luglio 2013

Pensieri da vigilia

Ci siamo. Rullo di tamburi. 

No aspettate, che ancora non abbiam fatto la valigia e poi com'è che si chiama quell'ostile luogo meta del viaggio di lavoro dell'USI? Non ricordo. E se non ricordo come lo raggiungo? Ma dite che mi serviranno i doposci?!

Avrete capito dal mio vaneggiare pallido e assorto che domani è il gran giorno. Alle 10 e poco più il mio consorte sarà su un Frecciargento direzione Trento e io, che sono una donna saggia, ho fissato l'appuntamento con Sciattaman due ore dopo la sua partenza, così tanto per star serena e non programmare un suicidio assistito, che da sola non c'ho core, mi serve qualcuno che mi aiuti.

Ok, sto esagerando. I know.

Il punto è che la me di qualche tempo fa, diciamo un anno e mezzo, non avrebbe temuto un'assenza di un mese intervallata, tra l'altro, da una visita reale della sottoscritta della durata di 4 dì. La me di qualche tempo fa, anzi, pur soffrendo la mancanza dell'inquilino, avrebbe approfittato della sua assenza per fare festini frequentare di più le amiche, raccontarci i segreti, pettinare le bambole e cose così. Ma in questo momento che par eterno della mia vita io c'ho un certo bisogno fisiologico di rassicurazioni, attenzioni, certezze indotte. 

Così la partenza del destinatario principale delle mie assurde divagazioni mentali o seghe mentali che dir si voglia, lo ammetto, mi sta gettando giusto un pochino nel panico. E anche lui, già provato da un nuovo incarico e nuove responsabilità, è un tantinello preoccupato per la salute mentale della mia regale persona.

Per esempio ieri mi ha confessato che il pensiero di lasciare me e il mio cervello soli a casa lo intimorisce un poco. Io ho risposto non siamo soli, c'è Penelope! Mi sono voltata verso la palletta di pelo coi baffi e lei, dopo avermi fissata per qualche secondo, probabilmente incerta sul da farsi, ha poi deciso di darsela a zampe.

martedì 2 luglio 2013

Manuale d'autocommiserazione


Su quel social network che a tutti un po' piace snobbare, perchè a tutti piace sentirsi moderatamente radical chic, ma che ha l'indiscutibile vantaggio di permettere a chiunque di farsi gli altrui cazzi senza essere tacciato di suocerismo avanzato e, cosa non da sottovalutare, col tacito assenso dello sbirciato perché, voglio dì, se metti le tue foto in bikini è perché vuoi che io le veda e che focalizzi la mia attenzione sul cuscinetto lipidico che ti cresce sotto la chiappa sinistra, ho una conversazione perennemente attiva. Il titolo è  Sisters quindi non credo sia necessario specificare i partecipanti. Non è, tuttavia, altrettanto scontato il contenuto.

Per esempio ieri ci siam ritrovate a parlare di vibratori. Un po' per scherzo un po' perché la solitudine va combattuta con i mezzi che il mercato mette a disposizione. Nel momento cazzegium maximo siamo arrivate a linkarci i modelli di ultima generazione pescati su discutibili sexy shop virtuali. Credo che se all'USI venisse in mente di controllare la cronologia del mio piccì potrebbe avere qualche crisi esistenziale. O d'autositma.

Con altrettanto zelo questa mattina siamo passate all'autocommiserazione spinta. La Sister O., che da qualche mese aveva adornato il suo anulare del tanto agognato solitario è di nuovo single. Della Sister G. eviterei di parlare, sarebbe un po' come parlare di lavoro con Capetto. Inutile, superfluo e controproducente.
Io, fresca d'analista e perenne vittima di sbalzi d'umore della serie andrà tutto bene - andrà tutto di merda cercavo di arginare lo tzunami di lacrimotti digitali. Invano. Perché pretendere ottimismo da me è come pretendere che Capetto (sì ce l'ho con lui tanto da volerlo centrare in fronte col portapenne) non dica cazzate.

L'unica cosa sensata che sono riuscita a dire è: andiamocene e vivere altrove.

La Sister G. ha proposto l'Irlanda dove l'amico P. ha trovato casa, nuova vita e lavoro. Io le ho fatto notare che l'amico P. è sì molto ospitale ma è anche depresso cronico e in questo momento a noi serve gente allegra che Dio l'aiuta e pure tanto sole. Così ho consigliato Cuba. Allora mi sembra più adatta Lourdes ha ribattuto lei.

E siccome la Sister O. anche nel dolore resta la più saggia, ci ha riportato alla realtà con la seguente frase:
è inutile scappare, i problemi e la pazzia sono semrpe in anticipo sulle nostre mete. Troveremo tutto lì ad aspettarci. 

Così, per ora, abbiamo semplicemente optato per una rimpatriata, sabato prossimo. Cena e pernottamento. Ma non chiamatelo pigiama party, che, insomma, c'avemo n'età e da festeggiare c'è ben poco.

martedì 25 giugno 2013

Due

Diciamo le cose come stanno, servitore del mio cuore. Questi due anni non sono stati esattamente sesso, dorga e rock 'n' roll. Anche perchè l'unica sostanza dopante entrata dentro casa nostra è stata il Clomid e, francamente, ne avremmo fatto volentieri a meno, che di ovulazioni indotte e calcoli astronomici non avremmo certo sentito la mancanza.

Ci sono state assenze che hanno pesato, liti, ansie, paranoie, depressioni e soprattutto problemi. Problemi che ci hanno impedito di vivere la nostra neo-vita come avremmo voluto e, diciamola tutta, come sarebbe stato giusto. Perché sta tutto lì, porca trota. Sta tutto nelle aspettative disilluse il senso d'angoscia. Sta tutto nel senso di ingiustizia, nella sensazione che qualcosa ci sia stato sottratto, qualcosa che ci spettava di diritto.

La Sister stamattina nel farmi gli auguri mi ha detto che tre è il numero perfetto e che il nostro terzo anno sarà migliore. Ho sorriso alla sua ingenuità sperando, solo un po', che abbia ragione.

Dicono che il destino ti ripaga, che siamo in credito, che ora è il momento delle cose belle. Sai già cosa penso di quest'ottimismo spicciolo. Stronzate da cartomante. Frasi fatte. Cose dette tanto per far prendere aria alle gengive.

Il tipo che si è messo in testa di farmi il tagliando al cervello mi ha detto che la psicologia non crede nelle coincidenze, nel fato, nel destino, nel karma, nelle stronzate di chi trova nell'aria fritta una spiegazione agli eventi. Un po', sai, questo scetticismo mi rincuora. Non fosse altro perché vuol dire che non c'è nessun Lucifero incazzato con noi due che gioca a dadi con le nostre vite e, diavolo, è pure terribilmente sfigato, mai che facesse due sei.

E quindi niente. Nessun cuoricino in questo post. Nessuna frase smielata. Nessuna dichiarazione. Sarebbe un po' come prendersi per il culo, dai.

Quando ero giusto una scolaretta convinta che un 3 a matematica fosse un problema da inserire nell'agenda del G8, usavo scrivere i miei voti su un'apposita pagina di diario. E siccome i bilanci negativi non mi sono mai piaciuti scrivevo a penna i 7 e gli 8 e a matita i 4 e i 5. Come se le cose brutte potessero da un momento all'altro essere spazzate via da un colpo di gomma. Alla fine dell'anno quei voti scritti a matita non incidevano mai sulla media. E a quadri esposti e complimenti ricevuti io li cancellavo, per sfregio.

Di voti orrendi in questi due anni ne abbiamo presi un bel po' io e te. Ma la sai una cosa? La media resta alta, alla faccia di Lucifero.


Buon anniversario mio Umile Servo tanto tanto Intelligente.


martedì 18 giugno 2013

Primati

Sottostare ad alcune ferree regole di sopravvivenza è lo scotto che dovete pagare per avere l'onore di sentire il peso di una corona sulla vostra testa. Perché la vita da Princess è assai dura, sapevatelo. Che non ci sono mica solo i privilegi, tipo, che so, avere un Umile Servo Intelligente che ti porta la colazione a letto, no no. Ci sono anche delle responsabilità. Una di queste è primeggiare. E io, modestamente, primeggio. Non tanto in qualità e virtù quanto in vizi e magre figure. Del resto non faccio altro che dar seguito ad una millenaria tradizione. Non era forse un vizioso il Re Sole? E non fu forse una gaffe la celebre frase che mangino brioches di Maria Antonietta? Ma no, dai, non penserete mica che fosse solo questione di stronzaggine. Voglio dire, quella poraccia doveva andare in giro con un parruccone del peso di un San Bernardo, potreste mai anche solo lontanamente immaginare cosa succedeva alla sua regale cute in estate? Minimo si ritrovava in testa un allevamento di rane. Minimo.

Per darvi dimostrazione del mio primato in figure di merda ve ne racconterò qualcuna e siccome sono una a cui piace suddividere lo scibile in categorie ne ho individuate tre:

Nudità

Tra le numerose malsane abitudini principesche vi è quella di liberarsi delle vesti non appena varcato l'uscio di casa. Niente di male se non fosse che più di una volta ella è stata sorpresa dal dirimpettaio mentre passava il folletto vestita solo di un perizoma verde smeraldo, pure un po' catarifrangente.

In un'altra occasione, convinta che a suonare il campanello fosse stato l'USI, ha aperto la porta in mutande e reggiseno all'idraulico per poi richiudergliela violentemente in faccia blaterando una cosa tipo spetti scusi eh torno subito pensavofossemiomarito.

La sua autostima ha vacillato giusto un pochino quando è stata costretta a gattonare sotto la finestra aperta della sala da pranzo perché aveva intravisto la signora di fronte appollaiata sul davanzale. Le mancava giusto un cannocchiale.

Pettegolezzo in presenza di spettegolato

Presa da vocazione sgarbesca la Princess pensò bene di mettersi a criticare ferocemente i lavori di ristrutturazione di una piazzetta nel centro storico del paese. Lavori voluti, ideati e diretti dal padre, architetto, di una sua amica, in quel momento seduta di fronte a lei. Non paga della figura barbina pensò bene di chiedere alla Sister perché mi stai dando dei calci sotto il tavolo? quando lei cercò di salvarla usando quel convenzionale metodo anti-gaffe.

In un caldo pomeriggio estivo, seduta su una panchina, la Princess decise di intrattenere la corte attribuendo un voto da 0 a 10 ai fisici più o meno ben tenuti delle over 40 del paese. Il caso volle che la tipa che le era seduta dietro di cui lei, ovviamente, non si era accorta, ricevesse un timido 4 e mezzo accompagnato dalla frase: pe' avvecce 50 anni sta messa bene ma, cacchio, io eviterei i pantaloni bianchi attillati se avessi la sua cellulite.

Falling down

Cadere è un'altra delle attività predilette a Palazzo. Meglio se compiuta nel bel mezzo di un evento di proporzioni colossali. Per esempio durante una mostra, con un taccuino ed un registratore in mano, durante un'intervista all'artista di turno.

Ma la Princess, sapete, primeggia anche nei modi. Una volta, per esempio, cadde a terra in ginocchio mentre era intenta in una complessa attività: alzarsi da una panchina.

L'USI è ancora convinto che sia stata colpita da improvvisa crisi mistica. Una cosa tipo l'estasi di Santa Teresa. 

E voi? Di quali  figure fagose vi siete resi protagonisti?

lunedì 10 giugno 2013

Fuori dal tunnel del divertimento

Sapevamo che la giornata sarebbe stata impegnativa fin dal momento in cui abbiamo aperto gli occhi al primo sole del mattino. Dire addio a un sorriso buono che ha visto solo 27 primavere e acccogliere la consapevolezza di essere ciechi di fronte alla sofferenza umana non è certo un bel programma per un sabato mattina. Ed è proprio per questo che nel tentativo di esorcizzare il dolore per un passaggio anticipato in un mondo che i vivi non hanno modo di visitare, io, le Sisters, l'USI e l'amico G. abbiamo iniziato alle ore undici e trenta a proporre spassose alternative alla depressione che ci avrebbe senz'altro colti a rito ultimato. Anche perché lui avrebbe voluto così, lui amava divertirsi.

Come tutti i buoni propositi che si rispettano siamo partite col botto. 

A mezzogiorno avevamo tirato fuori dal calderone del divertimento ad ogni costo queste proposte:

Andiamo a ballare al mare. Partiamo appena finito tutto, arriviamo lì per l'aperitivo, ceniamo fuori e poi ci scateniamo. 

C'è un concerto interessante a San Lorenzo. Ci facciamo una pizza, andiamo ad ascoltarlo e poi ci facciamo un giro.

A San Lorenzo c'è il mio istruttore di Zumba che fa serata in un locale, potremmo anche andare lì. Si balla anche la salsa, non ti manca un po' ballare la salsa Princess? A me sì.

Alle cinque, seduti su una panchina con lo sguardo perso nel vuoto le alternative erano senza dubbio meno pretenziose:

Mangiamo insieme al pub del paese, poi ci ubriachiamo a suon di prosecco.

Ma un cinema? Danno La grande bellezza oppure ammazziamo i neuroni con Una notte da leoni.

Alle otto restava una sola cosa da fare:

Pizza al taglio a casa Princess-USI, divano, video youtube di Diprè. Così, tanto per ricordare a noi stesse che c'è sempre chi sta peggio, che non occorre andare a ballare per divertirsi, che in cinque su un divano si sta stretti ma si sta tanto, tanto bene. Anche se la Sister O. si è addormentata alle undici mentre il critico d'arte più divertente del web intervistava una tipa che diceva di aver avuto un amplesso con un alieno.

mercoledì 15 maggio 2013

Matrimoniale per uno, singola per due

Dunque funziona più o meno così.

Un giorno siete le Principesse sul pisello però senza pisello, spaparanzate sul vostro letto da single a quattro di spade, roba che Da Vinci se vi avesse viste avrebbe reintepretato in chiave femminile il suo Uomo Vitruviano, con le regali natiche che affondano nel morbido materasso e il piumone che vi avvolge stile pisello nel baccello o, se preferite, farfalla nel bozzolo. Quello dopo siete avide procacciatrici del vostro minuscolo spazio vitale, avvocati difensori di cause basate su arringhe povere di contenuti tipo stavi in mezzo tu, no tu, quello è il mio spazio, no il mio e, se il vostro avversario è un Umile Servo frustrato e alla disperata ricerca di prove, sarete persino protagoniste di qualche umiliante foto che ritrae la vostra regale persona in fase di accoppiamento selvaggio con entrambi i cuscini, esattamente al centro del lettone, con la folta chioma adagiata a fungo sui guanciali e un'espressione beata sul viso. Foto che, per inciso, verrà pubblicata su faccialibro col pretesto di dimostrare all'umanità intera il vostro palese torto. 

Vaglielo a spiegare, poi, all'umanità intera di essere stata incastrata perché l'USI si era alzato nella notte per fare pipì e mica una Princess può esimersi dall'occupare tutto lo spazio in questi casi, suvvia. Io c'ho la corona in testa, mica un casco di banane. 

A fare da divisorio tra il prima e il dopo c'è quell'affare lì: il matrimonio. O convivenza, se preferite. O rapporto occasionale con lui che resta ad occupare l'altra metà del letto. Insomma fate vobis, la sostanza non cambia.

Il letto matrimoniale è un'invenzione malefica. 

Perché sì, è una roba molto tenera farsi le carezzine e i grattini e abbracciarsi e guardarsi nelle palle degli occhi, in particolare dopo una sessione di sesso selvaggio però ecco, dopo, si potrebbe pure fare che ognuno se ne torna al letto suo. Perché essere scoperte nella notte è male. Perché essere spostate nella notte è male. Perché le capocciate sono male e pure i gomiti sullo sterno. 

Questa profondissima considerazione ha però una falla. Grossa.

Stanotte, per esempio, ho aperto gli occhi alle ore tre. Così, senza apparente motivo. Le mie braccia erano allargate e le gambe pure. Ero comoda e coperta fino alla fronte. Associare questo mio stato di grazia alla sua assenza è stato un attimo. E, che ve devo dì signore mie, quel pensiero d'assenza mi ha gettata nel panico. E da brava donnetta senza attributi ho allungato un piede e, cielo, sono stata così felice di trovare il suo. 

Così felice che poi mi sono attaccata in perfetto cozza's style alla sua schiena, invadendo senza pudore e ritegno il suo minuscolo spazio vitale. 

mercoledì 8 maggio 2013

Il pollice d'amianto

Le Princess del 2000 lavorano la terra. Me l'ha detto Kate Middleton al telefono ed io, che non posso certo permettermi di ignorare il severissimo protocollo reale, non mi sono fatta spaventare dallo stato pietoso in cui versava quello che io e il mio Umile Servo chiamiamo affettuosamente il giunglino e con tutto lo charme che mi contraddistingue ho imbracciato il rastrello e ho iniziato a far pulizia prima di passare il tagliaerba.

Una fatica porca.

Dopo minuti 15, madida di sudore e con la mia magliettina I love Paris sporca di terriccio, ho lasciato che fosse l'Umile Servo a completare il lavoro dopotutto pure 'sti servitori necessitano di qualche soddisfazione ogni tanto no? mentre io mi sono caricata di una grande responsabilità: la supervisione.

Siccome siamo due tipetti svegli abbiamo iniziato le attività campestri prestissimo: alle undici e mezzo del mattino. Come prevedibile, la fame ci ha assaliti all'improvviso, così abbiamo deciso di farci invitare da Mina per poi tornare sul campo alle quattro del pomeriggio.

Sei sacchi di erba e un'amaca di un fosforescente arancione più tardi l'USI ha capito che il giardinaggio è rilassante. Così rilassante che la sera siamo crollati sul letto e ci siamo addormentati pensando che cazzo ci trovi di tanto divertente nelle piante Luca Sardella.

In ogni caso per due come noi, passati alla storia per aver fatto seccare un bonsai in due giorni e ucciso persino una pianta pro-life come il tronchetto della felicità, il risultato non è affatto male:



Vero? Vero?! Vero!

mercoledì 1 maggio 2013

Primo maggio, su coraggio

L'Abruzzo non ha la smania di piacerti, non si mette in tiro tirando fuori l'argenteria quando vai a trovarlo, non espone le sue grazie al turista di turno. L'Abruzzo non si vende. Se ne sta lì tra monti e mare, orsi marsicani e odore di pesce. Ad aspettarti.

Come tutte le cose che si hanno a portata di mano l'abbiamo spesso sottovalutato. Snobbato per il mare cristallino di qualche spiaggia sarda, per le seadas e la bottarga oppure per il verde umbro, l'opulenza toscana o, semplicemente, per Roma e per i suoi secoli. Abbiamo preferito le scogliere liguri e le gondole veneziane, il babà napoletano e la pizzica pugliese.

Oggi no.

Siamo arrivati a Scanno, provincia dell'Aquila, all'ora di pranzo, che una Princess mica si alza dal letto prima delle undici nei giorni di festa eh, abbiamo mangiato in una piccola trattoria, una sala esagonale che conteneva poco meno di dieci tavoli. Da due.



Tra un pasto e l'altro abbiamo chiacchierato con una delle due proprietarie dai capelli cortissimi e gli occhi neri scoprendo, per esempio, che c'è chi va al ristorante e poi chiede la pasta scondita.

Un'assurdità, statevene ALLA casa allora no?

Poi ho capito perché tanto odio per le fissate con la linea. I piatti trasudavano grassi, sapore e calorie ma erano tanto, tanto buoni.

Con la panza piena abbiamo passeggiato tra le viuzze sassose del piccolo borgo. Erano quasi deserte.



In un piccolo locale inutilmente refrigerato un baffuto e panzuto signore di mezza età vendeva prodotti tipici. Prodotti tipici veri eh, mica quelli che trovate in qualche store dell'aeroporto e che comprate al volo al parente scassamaroni che ti chiede le palle di Mozart al telefono mentre tu stai visitando la camera da letto di Elisabetta di Baviera, tra l'altro mio alter-ego, mica svirgole. 

Al non proprio economico prezzo di 10 euri e 50 centesimi ci siamo accaparrati l'unica cosa degna di occupare la metà dei cartelloni pubblicitari incontrati sulla via scavata tra le rocce che collega l'A24 al paese: il Pan dell'Orso. Un dolce a base di mandorle, farro e miele ricoperto di cioccolato. Il negoziante ci ha illuminato sull'origine del nome.

Tanti anni fa un orso aggredì un pastore e mangiò solo i panelli che aveva nella sua bisaccia

Conciso ed essenziale. Vero abruzzese.

Per dovere di cronaca: il Pan dell'Orso è buono da sbavarci sopra sebbene, anch'esso, non propriamente light.

Eccolo:



Nello stesso locale, a dimostrazione di quanto gli abruzzesi tengano alla loro virilità, era in vendita anche questo:



Sulla via del ritorno ci siam fermati nei pressi di Anversa per ammirare le Gole del Sagittario, frutto della millenaria erosione delle acque dell'omonimo fiume. Pare sia una delle riserve naturali più belle d'Europa.



Più in basso, nel comune di Villalago, c'è un piccolo lago artificiale che porta il nome del Santo che fece di questo luogo il suo eremo, San Domenico.



Insomma, da brava psicotica mi sono, più o meno, ripresa. Non mi sono ciucciata una bottiglia di acqua Lete  per mandar giù una scatola di antidepressivi, non mi sono attaccata al Tavernello  forse perché il vino mi fa schifo non ho appeso una corda al lampadario anche perché ho i faretti e non ho lasciato aperto volutamente il gas.

E come sempre lo devo a Lui, quello che occupa l'altra metà del letto e del titolo di questo blog.


sabato 30 marzo 2013

Donne e motori. Stereotipi e dolori.

Quando l'USI mi ha comunicato che nel giorno che commemora la resurrezione di nostro Signore casa nostra sarebbe stata invasa da tutta la sacra corona unita, tredici persone in tutto di cui uno simpatico come un calcio in culo con rincorsa, ho sentito l'impellente bisogno di un paio di scarpe nuove. E un maglioncino color melanzana. E uno smalto fuxia. E una collanina con pendolo a forma di gatto.
Quindi dopo il lavoro sono andata a fare shopping. Schiava del capitalismo che non sono altro.

All'uscita dal centro commerciale quell'inquietante spia a forma di pompa di benzina ha iniziato a lampeggiare. Dopo km 15, nel disperato tentativo di attirare la mia attenzione, è diventata fissa. Ed io, che ho fatto dell'arte di rimandare fino a quando diventano improcrastinabili le azioni che mi risultano scomode uno stile di vita, ho saltato numero 2 benzinai perché tanto c'è quello sull'A24. 

Prava pampina itiota, direi a me stessa, col senno di poi.

Il mio machiavellico piano avrebbe funzionato alla perfezione se non fosse che, distratta da una comunicazione telefonica, anzichè girare verso l'area di servizio ho preso l'A1.

Da un minuto all'altro mi sono ritrovata persa.

Persa senza benzina.

Persa senza benzina sull'Autostrada del Sole.

Persa senza benzina sull'Autostrada del Sole con una chiamata dell'USI in arrivo.

Ciao Princess dove sei?

USI ehm... ecco... io, come dire, avrei fatto una principessata

Vi risparmio le parolacce. Dopotutto ho il sangue blu, santocielo.

La prima uscita dal nome amichevole, raggiunta, suppongo, grazie all'accoppiata carezzine ruffiane sul volante e frasi zuccherose tipo amore mio ce la puoi fare, ho fiducia in te rivolte alla mia Polly, mi ha catapultata dritta dritta sul set di Jack lo squartatore, il ritorno. In 3D. Stazione di servizio deserta, poco illuminata, rumore di lamiere cigolanti.

No panic, penso, faccio benzina e me ne vado. Poi cerco di capire dove minchia sono e come faccio a tornare a casa.

Incenua pampina itiota.

Polly è una tipetta stronza, sapete. Deve aver pensato non l'ho fatta perire da sola sull'A1 senza benzina, è sufficiente per oggi, perché il fottuto tappo non si apriva. A nulla sono valse le istruzioni telefoniche di un marito rassegnato a farmi da badante, meccanico e navigatore satellitare. Stavo per arrendermi ad un aspettami lì, chiuditi in macchina e non muoverti, vengo a prenderti quando è arrivato lui. Il mio salvatore. La colombella pasquale. Il ramoscello d'ulivo. Tale Raffaele che ha esordito con sono passato due volte ed eri sempre lì, ho pensato fossi in difficoltà. Gratidutine infinita. Se avete bisogno di un'immagine che racchiuda il concetto posso farvi avere un'istananea che riproduce la mia espressione in quel momento. Il tipo non mi ha solo aperto il tappo. Mi ha fatto benzina. Perché io, ormai col cervello in pappa, manco sono stata in grado di far funzionare la macchinetta del self service. Dubito avrei centrato il foro del carburante. Sono andata via che ancora gridavo grazie grazie grazie dal finestrino.

Trovare la strada per tornare a casa è stata la cosa più semplice.

Ammettere di incarnare alla perfezione lo stereotipo della femmina al volante è stata davvero, davvero dura.

mercoledì 20 febbraio 2013

Non è vero ma ci credo

Inizio dalla fine: abbiamo dato fuoco al 2012.

Simbolicamente, ovvio.

Il punto è che ci piace fare i ganzi andando a raccontare in giro che noi, a queste fregnacce stupidaggini non ci crediamo. Che, diavolo, siamo nel XXI secolo e ci sono ancora persone che si fanno leggere la mano o fanno i tarocchi, quale orrore.

Eppure io sono quella che, con una Sister a destra e l'altra a sinistra, sedeva al tavolo di una gentile nonnetta, con la mantellina di lana sulle spalle, i baffi, l'attaccatura dei capelli all'altezza della nuca e un secolo scarso alle spalle che, con un piatto pieno d'acqua e il mignolo gocciolante di olio cercava di capire se avessimo il malocchio. Il risultato fu confortante. Peccato che l'inferno si sia scatenato qualche mese dopo. Tempismo di merda.

Questo per dire che qualche volta i rituali sono rassicuranti. Qualche volta è bene, semplicemente, cedervi.
E così io e l'Umile Servo, bottiglia di spirito alla mano, abbiamo dato fuoco all'agenda dell'anno scorso. Vederla bruciare lentamente nel camino ci ha dato una certa soddisfazione.

Non è stato facile ridurla in cenere. Era una Moleskine. Un osso duro. Alla fine, però, ce l'abbiamo fatta.


Alla fine ce la facciamo sempre, io e l'Umile Servo.



martedì 12 febbraio 2013

La Cantastorie

Nel Natale del 1993 alla tenera età di 9 anni, in piedi su una sedia, come si conviene ad una little Princess con l'egocentrismo a palla, comunicai al parentame quello che sarebbe stato del mio futuro. Io avrei fatto la giornalista.

Fu mio nonno a convincermi a parlarne con il resto della mia stramba famiglia perché "fino a quando non le dici, le cose non sono vere". Sempre lui a far precedere l'annuncio reale dal tintinnio della forchetta sui bicchieri buoni di cristallo. Credo che abbia la sua buona dose di responsabilità riguardo il mio sentirmi al centro dell'universo.

Comunque.

Avevo preso l'importante decisione qualche giorno prima. La terribile Maria Antonietta, maestra di italiano delle elementari e incubo di tutti i pargoli under 12, aveva deciso di fare una cosa, per i tempi, innovativa. Leggere il giornale in classe, farci commentare gli articoli e farci scrivere un articolo su un fatto di cronaca. Scrivere mi era sempre piaciuto ma solo in quel momento la piccola Briatore che viveva in me capì che poteva monetizzare la sua passione. Poteva lavorare scrivendo.

Una rivelazione.

Qualche annetto più tardi mi resi conto che le passioni non si vendono. La mie triennale attività di giornalista non fu, certo, un fallimento. I due direttori che hanno avuto l'onore di tenermi nella loro redazione non avrebbero mai voluto me ne andassi e lo stesso Presidente dell'Albo, al momento dell'esame di Stato, si complimentò con me. Ma quella non era la little Princess che voleva fare la giornalista monetizzando la sua passione. Perché, semplicemente, la passione non ce l'aveva più. Anzi, veniva colta da un leggero senso di nausea e scoglionamento quando qualcuno le commissionava argomenti come piani regolatori, sindaci corrotti, consuntivi, elezioni.

Nel natale del 1993, dopo l'annuncio, tornata col sedere sulla sedia, mio nonno all'orecchio mi disse "sarai una brava cantastorie" "giornalista!" "no no, tu sei una cantastorie".

Aveva ragione.

Sono una cantastorie. Lasciate che ve ne racconti qualcuna. Vera o presunta.
Sono una cantastorie. Lasciatemi cantare.


martedì 5 febbraio 2013

Ode al silenzio. Mancato.

A sei anni mentre aspettavo il mio turno dal dentista vidi una mia coetanea che chiacchierava con i pesci del grande acquario all'angolo della sala d'aspetto. Scesi dalla poltroncina, la raggiunsi, picchiettai con la mia regale manina la sua spalluccia e quando lei, incuriosita, si voltò io le dissi:
"guarda che i pesci non parlano"
per poi tornarmene, con estrema disinvoltura, a sedere vicino a Mina.

A 9 anni decisi di vendicarmi di quella che ritenevo essere un'atroce ingiustizia compiuta nei miei riguardi rivelando alla mia cuginetta cinquenne la vera identità di Babbo Natale, ovvero nostro zio. Avevo appreso che i miei le avevano regalato la Nouvelle Cuisine dopo averla negata alla sottoscritta perché "ma tesoro, quella è per bambine piccole". E non ero piccola io a NOVE anni?! Perdindirindina!

A 12 anni la Sister G. ebbe il suo primo ciclo. La sua Mina le regalò un completino di pizzo verde acqua. Taglia terza. Lei aveva una retromarcia. "Mi cresceranno!" disse speranzosa mostrandomi il presente ancora mezzo incartato. "Non credo. Hai avuto il ciclo. Fine dei giochi. Secondo me ti restano così". Mai profezia fu più nefasta e... azzeccata. Mi odia ancora per quella frase.

A 18 anni la Sister O. mi venne ad aprire la porta di casa sua in mutande e con l'aria afflitta disse "sono ingrassata". "Ma dai - cercai di consolarla io - saranno al massimo tre kg". "Veramente è solo un kg e mezzo". "Libbre! Intendevo libbre!".

Ieri era il compleanno dell'ex collega V. Ed io ero proprio convinta di aver letto su Fb il suo anno di nascita. "Auguri V.! Dai che gli anta non sono poi tanto male. Sei ancora Ciovane!". "Sono Ciovane perché ne faccio 38".

E' ora che io faccia outing. Ho delle serie, serissime, insormontabili difficoltà nel comprendere quando è il momento di tenere la bocca chiusa.

Aiutatemi.

mercoledì 30 gennaio 2013

Di socialità. E non.

Qualcuno una volta disse che l'uomo è un animale sociale.
Dall'alto della mia esperienza quotidiana nonché principesca mi arrogo il diritto di dissentire o, alla francese, di dire che questa è proprio 'na bella stronzata.
A limite l'uomo è un animale sociale a giorni alterni.

Ad esempio io mi alzo una mattina sì e una no con il valore "voglia di comunicare con un altro essere vivente" pericolosamente vicino allo zero.

Per arrivare a lavoro impiego in media 50 minuti. Tempo a malapena sufficiente per autoconvincermi che la vita non fa schifo, che mi piace il mio lavoro e che non è il caso di mandare affanculo il Capetto solo perché è uno stronzo incompetente ha un caratteraccio.
In quei 50 minuti inoltre, la caffeina arriva al mio cervello che, così, mi aiuta a capire chi sono, dove mi trovo e con chi dovrò, necessariamente, comunicare.

Dopo 9 ore (quando mi dice bene) di comunicazione forzata il mio unico desiderio sarebbe tornare a casa ed ascoltare il melodioso suono del silenzio. Almeno per un'ora.

Bene.

L'Umile Servo non la pensa così. Il che mi starebbe pure bene se non fosse che lui sente l'esigenza di condividere informazioni assolutamente inutili con me.

Esempio:

USI: "Amore?"
Princess: "Sì?"
USI: "Chiudo le persiane"
Princess"Ok"

USI: "Amore?"
Princess: "Sì?"
USI: "Chiudo a chiave il portone"
Princess: "Bene!"

E il top:

USI: "Amore?"
Princess: "Si?"
USI: "Vado in bagno"
Princess: "Mi mandi un sms per sapere se fai cacca o pipì?"
USI: "Vaffanculo"

Conclusione:

USI è un animale sociale
Princess è un animale sociale a giorni alterni, tendente all'asocialità.

martedì 29 gennaio 2013

Il corredo regale

Andò più o meno così.
Driiin driiin
"Ciao Mina!"
"Ciao Princess, dove sei?"
"Da Ikea, io e l'Umile Servo stiamo comprando le lenzuola"
"Cosa?! Fermati immediatamente!". Era sottinteso nel tono un "oh tu figlia ingrata e degenere!"
"E di grazia, mia cara Mina, perché non dovrei comprarmi delle lenzuola?"
"Perché ci sono quelle del CORREDO"
Andò più o meno così.
Appresi così di essere proprietaria di un corredo.

Tornata a casa la genitrice mi attendeva, trepidante, in camera sua. Sul suo talamo nuziale aveva messo in bella mostra la mia eredità di futura moglie. Pile di asciugamani stile arazzo fiammingo, lenzuola merlettate, coperte appartenute alla regina Vittoria, tovaglie dello sceicco del Qatar. Beni che lei e mia zia avevano acquistato, ricevuto in dono o semplicemente conservato a partire dalla mia prima comunione.
"Lo vedi questo lenzuolo? Avrei dovuto usarlo per la mia prima notte di nozze. Lo misi nel letto e tua nonna me lo fece togliere"
"E perché?!"
"Disse che era sprecato per essere usato"

Molto bene.

Quel lenzuolo ora è nel mio letto. Visto da solo non è poi tanto male. Il problema è l'accoppiata con il piumone rosso. Uguale uguale a quello del lettone di "Mamma ho perso l'aereo".
L'altro ieri l'Umile Servo si è così rivolto alla sottoscritta, intenta a godersi la nullafacenza nel lettone della domenica mattina.
"Cosa vuole per colazione Maestade?"
"Oh! Finalmente le tue smanie rivoluzionarie si sono chetate e sei tornato ad esercitare il tuo umile ruolo di Umile Servo!"
"No. E' che sto piumone e sto lenzuolo fanno tanto impero austroungarico"

Sì, miei adorati sudditi, la foto del mio profilo è originale.
In realtà sono la reincarnazione di Sissi.
Adoratemi.

domenica 20 gennaio 2013

Fili d'argento

Ieri sera sono andata a scrocco stata invitata a cena da Mina. Ero comodamente seduta sul mio trono. No, non la tazza del cesso. Mi riferisco al posto d'onore a tavola. Quello riservato a qualsiasi figlia unica, viziata e denutrita fino ai 12 anni. Quello riservato a qualsiasi Princess nata negli anni '90, cresciuta a poco pane (ficcato a forza in bocca dalla genitrice nel tentativo di non farla morire di fame) e cartoni animati. Insomma, quello davanti la Tivvù.
Ero lì ganza ganza che mangiavo l'amatriciana de mammà.
Sì lo so, lo so che avevo iniziato la cosa con la d. Giuro che da lunedì... blablabla.
E a una certa mi giro e vedo Mina che mi guarda i capelli con aria tra il nostalgico e il divertito-canzonatorio.
"Cosa c'è Mina?"
E l'ha detta. Quella frase terrificante. Mentre mangiavo.
"Eh... tesoro mio... hai qualche filo d'argento in testa"
Che io, sempre affetta da Fessacchiaggine Acuta, mica ci sono arrivata subito. Ho pensato a un filo del maglione, un pezzo di filo argentato dell'albero di Natale che ho smontato il CINQUE gennaio, un riflesso della luce.
Povera, ingenua, illusa Princess.
La Mater si riferiva ai capelli bianchi.
Io ho qualche capello bianco.
E quando il mio cervello, finalmente, ha lasciato la via della negazione, ho realizzato che se la genitrice non avesse usato quella metafora forse sarebbe stato meno traumatico apprendere la notizia.
Non paga ha continuato con un "ma non è niente di strano, non lo sai che dopo i 25 anni inizia il processo di INVECCHIAMENTO?"

Giuro che prima o poi disdico di nascosto l'abbonamento di Mina a Focus.

mercoledì 16 gennaio 2013

Camilla

Che nelle mie vene scorresse sangue blu mia madre avrebbe dovuto intuirlo quando per la prima volta la mia stirpe reale si palesò in tutto il suo accecante splendore.
Successe all'età di tre anni.
In quel periodo ero solita trascinare per un braccio, con estrema grazia, una bambola di pezza, bersaglio prediletto dei miei frequenti momenti d'ira, che rispondeva al nome di Camilla. Nome che aveva impresso a chiare lettere sul bavero.
La leggenda narra che un gentile vecchino, con tanto di baschetto in testa e bastone per mano, osò rivolgermi la seguente domanda:

"E' Camilla lei?"

Fu allora che accadde.
Fu quello il mio battesimo.
Perché io, che evidentemente nutrivo un certo sentimento, immotivato, di antipatia per quel povero nonnetto risposi:

"No, questa è STO CAZZO"

Ancora oggi si racconta di un principio di svenimento da parte della mia genitrice che si chiese da quali viscere, certo non le sue, fosse nato quel mostro e fu colta da tale stupore misto a sconforto che non ebbe nemmeno la forza di scusarsi. Si limitò a prendermi per un braccio e scappare.

Da allora decise di porre rimedio. E mi educò al rispetto, alla gentilezza, alla cortesia impartendomi senza pietà alcuna lezioni di diplomazia applicata al ventunesimo secolo.
Credeva di esserci riuscita. Le maestre si complimentavano con lei per la mia educazione. L'insegnante di danza le parlava dell'eleganza dei miei movimenti. Il mio ex datore di lavoro le diceva "non l'ho mai vista perdere il controllo". Ha gioito, l'ingenua madre. Fino a ieri.

Fino a quando ho mandato sonoramente affanculo un tecnico della Telecom minacciandolo di farlo licenziare e dandogli apertamente dello stronzo dopo che lui, al telefono, mi aveva dato buca per la seconda volta dopo avermi rassicurata nei giorni passati circa la sua presenza e puntualità.

Mi sono voltata con Mina che brandendo un crocefisso mi chiedeva il numero di un bravo esorcista.

"Scusa Mina - mi sono giustificata io - hai ragione tu, la maleducazione non porta da nessuna parte. E' stato uno sfogo inutile"

Dopo minuti 10 il tecnico della Telecom era sotto casa mia. Con la coda tra le gambe e la vergogna in volto.

Quindi Mina, perdonami, ma io devo ritrattare. Non sia mai che mi venga dato dell'ipocrita.

In rari casi, ma forse non proprio così rari, essere maleducati è l'unico modo per farsi rispettare. Triste ma vero. Non rimangerei nemmeno una parola di tutte quelle urlate in viva voce al furbastro "professionista" ma, se potessi, tornerei indietro per rispondere a quel vecchino:

"Sì, lei si chiama Camilla".
Tutto sommato, Mina, hai fatto un buon lavoro.

Oh cazzo corbezzoli ho lasciato il caffè sul fuoco!