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venerdì 28 giugno 2013

Questioni di tempi e d'attese

La parte divertente del complesso flusso di pensiero che m'ha attraversato le meningi è stata l'orrida canzone di Fiorello che ha accompagnato il mio ragionare.

Sì o no anche detta Please don't go, che dovrei proprio farmelo spiegare dall'ex codino rampante che c'azzecca il titolo inglese scritto tra parentesi vicino ad una canzone chiamata sì o no ma sorvoliamo và, che forse certe cose è meglio non saperle.

Alla fine la mia mente ha partorito. Beata lei. 

Giuro e spergiuro che non si è trattato di assenza di palle coraggio. Il punto è che luglio è mese assai pregno e complicato. Visto che non godo di giorni di ferie illimitati e visto che sono una donnina piccola e lagnosa senza il suo Umile Servo accanto, io e quel tale che con me condivide l'affaire gravidanza perduta abbiam deciso di comune accordo di rimandare l'ispezione nei miei regali anfratti ad agosto, che un mese non ci cambia la vita, a limite sarò solo un tantinello più isterica.

Nel frattempo Sciattaman aka il mio strizzacervelli, chiamato così grazie alla sua totale mancanza di cura nel vestire e pettinarsi, ha fatto la scoperta del secolo. Io ho un problema con le attese. E sono pure una perfezionista, maniaca del controllo. Non me manca niente.

Pare dunque che la difficoltà nell'accettare e nel vivere serenamente le mie sfighe generi angoscia che si trasforma in depressione che sfocia nell'ipocondria che non è il male ma il sintomo.
Detta così par cosa facile trovare una soluzione. Mancopegnente, signori miei. L'accettazione è lavoro lungo, complesso e tortuoso. Un po' come la ricerca del pargolo smarrito. Quindi abbiam fatto scopa.

Che culo.

E siccome sono una sadica voglio condividere con voi la sopraccitata colonna sonora che ha così dolcemente stimolato le mie povere e martoriate sinapsi:



Va bene, odiatemi. Me lo merito.


giovedì 27 giugno 2013

Proposte indecenti

Riconosco di aver fatto la scelta giusta ogni volta che lo sento al telefono. Perché avere uno scrutavagina che ti sorpende non è mica da tutti.

Succede che l'USI se ne va un mesetto in Trentino per lavoro ma senza i trentatrè trentini che entrarono a Trento trotterellando, cioè senza la sua adorata mugliera che, però, lo andrà certamente a trovare in mezzo ad Heidi che se faceva le canne e alle sue caprette educate. Succede che lo sganciamento dell'ovulo non è previsto in data visita reale et qvindi prendere le pasticcone dopanti sarebbe come gettarle nel cesso e tirare lo sciacquone per poi sperare di restare incinta per gentile concessione del Principale.

Urge quindi chiamata a SantoSpirito per sapere se posso fare a cazzi miei trovare un'alternativa sospendendo l'ultimo ciclo di Clomid per riprenderlo quando la materia prima tornerà disponibile tra le reali lenzuola di casa sua.

Alla quarta chiamata mi risponde col suo solito tono cazzone allegro.

Io parto con un le rammento la mia situazione e spiego tutto il gigantesco inghippo.

Lui tace. Cosa strana.

Poi, cosa non strana, mi spiazza

Visto che tuo marito è fuori uso per un mese approfittiamone per fare l'isterosalpingografia. Chiamami appena ti torna il ciclo che te la fisso e ci togliamo il pensiero

Ah, così. Veloce veloce? Senza manco du carezze prima?

Sì signori miei. Così. Veloce veloce. E col marito in Trentino.

Ho deciso che mi prendo il primo dì di ciclo per pensarci. Che io c'ho paura ho bisogno dei miei tempi e, forse, pure dell'USI che mi stringe la manina prima, durante e dopo. Che a me i camici bianchi me fanno prende lo squaraus solo a vederli. Figuariamoci se devo sbattergliela in faccia e far espolare i miei anfratti da un catetere.

Però ecco, prima è meglio è, come dice Mina che, per la cronaca, si è resa disponibile al supporto morale e mi ha rincuorato con la seguente frase:  tranquilla, il Valium lo porto io. 

giovedì 20 giugno 2013

Una questione di coscienza

Lo studio è piccolo, probabilmente ricavato da un grande stanzone. C'è un divano bianco di pelle a due posti  che deve esser stato oggetto di divertimento per più di un gatto. Sopra troneggiano i faccioni sorridenti e colorati della diva per eccellenza, Marylin Monroe. Quel quadro l'ha voluto mia moglie, dice lui, serve solo a coprire una macchia d'umidità, non scandalizzarti, sorride. Sulla parete di fronte due quadri di un artista amico della famiglia di mio zio, marito della sorella di mio padre e suo cugino carnale. E' l'unica connessione evidente della parentela. Nessuna somiglianza tra i due.

L'aria passa attraverso una lunga finestra che da su un cortile interno la cui vegetazione rigogliosa e un po' incolta mi ricorda il giunglino. La tenda è semistrasparente e svolazza nella corrente.

I libri sono accatastati uno sull'altro, sopra una sorta di ampia mensola ricavata dal controsoffitto e provvista di faretti. Nomi ridondanti e autori a me sconosciuti. Qualche consonante di troppo sul dorso di una ventina di libri mi ha fatto azzardare un anche io amo la letteratura russa, sa?. Lui ha sorriso di nuovo e ha imputato ancora alla consorte la colpa di qualche Bukowsky di troppo. Sempre meglio di Moccia, dico io.

La porta a soffietto non si chiude bene e il tavolino basso, di fianco al divano è pieno di agende, fogli di carta scribacchiati, qualche caramella, due bicchieri e una brocca d'acqua naturale.

La forma non è tutto.

Lui siede su una poltroncina nera, davanti al divano. In braccio ha un cagnetto marrone, faccia simpatica, occhi tondi e orecchie grandi. Abbaia in continuazione quando lui si alza o si allontana. L'abbiamo preso in un canile, racconta, è stato maltrattato da piccolo, per questo è aggressivo. Gli carezzo le testa e mi siedo.

Cominciamo. Suona come un ordine ma mi va bene.

Mi siedo e inizio a parlare. Di me, di mio padre, di noi, di mio suocero, di un matrimonio martoriato dagli eventi, della mia ipocondria, dei miei figli, quelli che non vengono, quelli che pare non mi vogliano. Parlo dell'angoscia che sento quando mi sveglio, parlo degli incubi e del fiato corto. Di pensieri bui, di pianti, di apatia.

Cosa vuoi ottenere alla fine del percorso, Princess?

La serenità che ho perso. Perchè io, dottore, questo male oscuro lo odio, con tutta me stessa. Lo voglio schiacciare, perché ho tanta voglia di vivere.

Ho iniziato una psicoterapia. Perché me lo devo e lo devo a loro: i miei futuri figli. Che se continuo così non verranno mai e io, invece, li voglio tanto, ancora.

martedì 2 aprile 2013

Let's dance. Let's start.

Sarò onesta. Io questa exploratio vaginalis da parte di SantoSpirito me la sarei risparmiata volentieri. Da brava procastrinatrice quale sono ero quasi arrivata a sperare che il guru delle gravidanze a portar via mi fissasse la visita, che so, a maggio inoltrato. Invece zac, 2 Aprile ore 16:30.

Le va bene?

Sissignore sono prontissima

Se, come no. Non è vero. Non lo sono. Ma mancopegnente. 

Perché datemi pure della paesanotta, retrograda, bigotta ma a me le manine, sempre un po' troppo fredde in verità, della Giulietta aka la mia scrutavagina storica, quella a cui ho affidato la mia fonte di vita e di potere  per anni, mancheranno. Tantissimo. Perchè lei è una donna. Lei ha la vagina. E parlare di ciclo, ovulazione, rapporti e tutto ciò che ruota attorno il sancta sanctorum con una donna è la cosa più naturale del mondo. Perché il ciclo è ciò che ci accomuna. Perché il ciclo ce l'abbiamo tutte e a tutte, indistintamente, in quei giorni lì ci si gonfia la panza e ci rode il chicchero. Non a caso ne facciamo argomento di conversazione anche da perfette sconosciute. Davanti al ciclo siam tutte uguali. Il ciclo è la legge. Il ciclo è comunista.

Insomma è la prima volta che mi affido a mani mascule non appartententi a qualche moroso per un viaggetto negli anfratti della mia regale persona.

Ovviamente non è certo questo il motivo per cui me la sto facendo sotto. Che son scema sì, ma mica fino a questo punto. Che SantoSpirito sia dotato di apparato riproduttivo maschile o femminile poco importa, purché mi faccia riprodurre. E io temo un no, nsepofa. 
Ma se non ci provo non cambierà mai nulla.

Ormai siamo in ballo. Balliamo.
Ormai siamo in ballo. Calamose 'ste mutande.

venerdì 29 marzo 2013

Certe volte basta un Lines blu

Quando si tratta di cose mie, my period, mestruo, ciclo, marchese, giovanni chiamatelo un po' come ve pare, io sono una tradizionalista. Rifuggo da tutto ciò non sia  Lines di colore blu notte anche se il prezzo da pagare, 5 giorni di culo a papera, è piuttosto alto, io sto comoda e asciutta solo se uso loro. Soprattutto sono sicura di non fare figure barbine come quella di cui fu protagonista la mia amica C, quando ebbe la brillante idea di provare i  Nuvenia a forma di perizoma sottilissimi e inutilissimi al secondo giorno di ciclo, sotto una gonna. Gialla. Lascio a voi la ricostruzione del tragicomico misfatto. Nella mia lunga carriera di ciclata ho tradito i Lines blu sono con gli è. Non l'ho fatto per il lattiflex che mi fa pure abbastanza senso, ne per il nome naif. L'ho fatto per la pochette in regalo. Fustigatemi.

Come gli affezionati sapranno, sono alla ricerca di un moccioso erede al trono per cui i miei decennali amici blu sono diventati il nemico. Li guardo in cagnesco ogni volta che apro il cassetto del mobile del cesso e loro, porelli, si staranno chiedendo cosa mai mi avranno fatto di male. Soprattutto mentre strappo rabbiosamente la confezione o, a voce alta, leggo i consigli riportati sulla bustina per poi criticarli con faccia spocchiosa e frasi tipo tutte cazzate, io i latticini me li magno quando voglio oppure vacce te a fa yoga, stronzo. 

Ebbene, mentre mi esibivo nella patetica scenetta che ho appena avuto l'ardire di raccontarvi mi sono resa conto che vivermi a fianco, ultimamente, sta diventando una cosetta piuttosto pesante. Sarà che c'ho mal di stomaco un giorno sì e l'altro pure, sarà che vorrei cambiare la mia vita ma non so da dove partire, sarà che il bagaglio di orribili esperienze che io e l'USi ci portiamo dietro sta diventando, per me in particolare, incredibilmente pesante e invasivo, sarà che sono arrivata al punto di voler cambiare casa solo perché queste mura hanno immagazzinato solo brutti ricordi, fatto sta che io non mi sopporto manco da sola.

Il punto è che ho provato a rialzarmi, ricominciare un fottio di volte e in mano non mi sono ritrovata nemmeno il celebre pugno di mosche. Ho atteso, cercato, bramato, l'evento ics in seguito al quale gli ingranaggi sarebbero ripartiti, avrebbero ricominciato a lavorare nel modo giusto. Invece niente, nothing, niet, rien.

Forse l'evento ics non esiste.
Forse devo smetterla di pensarci.
Forse devo smetterla di rimandare.

Mi sono tirata su slip e pantaloni. Ho raggiunto con passo deciso la camera da letto. Ho staccato il post-it giallo. E ho chiamato.

giovedì 7 marzo 2013

Andare o restare

Vivere in un paese di 800 anime significa vivere in una grande, chiassosa, famiglia allargata. E' rassicurante e soffocante. E' la tua casa e la tua galera. E' il pettegolezzo di cui sei vittima e la solidarietà di cui sei beneficiaria.

Quando vivi in un posto così tu non sei solo tu. Sei il viso di suo padre, l'intelligenza di sua madre, il brutto carattere di quel diavolo di suo nonno. A seconda dei casi, sei l'orgoglio e l'imbarazzo dei tuoi compaesani. A seconda dei casi ti amano e ti odiano.

Quando vivi in un posto così la tua sfera personale non è personale. E' condivisa, sociale, conosciuta.

Vivere in un paese è il fastidio che provi nel tornare a casa e trovare la dirimpettaia appollaiata sulla finestra stile civetta-sul-comò che ti chiede come mai oggi hai fatto tardi, manco fosse tua madre che ti aspetta per la cena. Ma è anche la gratitudine che provi per l'altra vicina, quella piccola e con tanti capelli grigi, quando la senti chiacchierare dal viale di casa tua voglio portarle alla figlia di A. che lavora sempre e quando ce l'ha il tempo per farsele? e poi te la vedi davanti, con un vassoio di fettuccine fatte a mano e un sorriso buono.

Quando vivi in un posto così in fila dal medico tutti vogliono sapere che hai. Ma quando non hanno bisogno di chiederlo ti fanno passare avanti.

Vivere in un paese vuol dire essere tuo malgrado protagonista di carrambate che farebbero impallidire la Raffaella nazionale quando incontri per caso un tuo compaesano fuori dalle mura. Uno che magari, di solito, manco ti dice buongiorno. Perché in quel momento tu rappresenti tutto quello che lui conosce e che più ama. Il suo paese, la sua famiglia allargata. Tu rappresenti la piazza, la festa patronale, le gelate mattutine, i disagi del pendolare, le chiacchiere da bar, le carte e il vino, il dialetto e le ciambelle all'anice. Sei una delegazione del suo piccolo universo che lo viene a trovare in un posto ostile. Sei il rassicurante ci si vede sù, che chiude ogni conversazione. Perché ci si vede sempre. Pure se non ci si dice manco buongiorno.

Io e l'Umile Servo dobbiamo prendere una decisione.
Andare via o restare.
Credo che non sarà facile.

domenica 24 febbraio 2013

Tu chiamale se vuoi elezioni

Dovete sapere che l'Umile Servo è un ex militante ed è anche una delle persone più giuste e oneste che io conosca, motivo per cui ha lasciato la politica alla tenera età di 25 anni, proprio quando avrebbe potuto spiccare il volo con un'importante candidatura. Il suo compagno di merende, che con il concetto di giustizia e onestà non è che abbia tanto a che vedere, decise invece di continuare. Buttarsi nella mischia. Ora è sindaco di un'importante città e candidato regionale, dimostra 50 anni, parla per slogan, è estremamente noioso ma, diavolo, ha fatto tanti soldi.
Il solo fatto di essere stato un militante non farebbe, certo, dell'Umile Servo un esperto di politica se non fosse che è anche una persona lungimirante, appassionata, informata. Nonostante la laurea in Scienze Politiche in stand by da secoli. 

La Princess, invece, ha avuto la fortuna (vi pregherei di notare la sottile ironia nella parola fortuna, non per niente scritta in corsivo) di essere unico frutto di un matrimonio misto. No, non sono figlia di un buddhista e un musulmano ma di un democristiano e una comunista. Sì, ho detto proprio democristiano e comunista.
Le liti in famiglia erano pane quotidiano. Ergo io odio la politica. Tuttavia, negli anni, ho imparato a farmi una mia idea. Sono sempre andata a votare piuttosto convinta della scelta che avrei fatto nel segreto della cabina elettorale.

Quest'anno no.

Qualche giorno fa, mentre ridevo dell'imitazione di Bersani in tivvù, l'Umile servo mi ha chiesto una cosa, apparentemente, banale.

"Princess hai deciso per chi votare?"
"Devo proprio andarci, a votare?"


Mi ha guardata così:



E poi ha iniziato il discorso. Quello che ti fa sentire una cacchetta di cane pestata. Quello che ripercorre la storia del suffragio universale senza timore di perdersi qualche particolare. Ci mancava solo ci mettesse in mezzo le suffragette. Così mi sono messa a cercare la scheda elettorale. Dopo aver messo casa a soqquadro e aver chiamato Mina per sincerarmi non fosse a casa sua avevo quasi interpretato la perdita del documento come un segno divino. In barba alla povere suffragette. Poi l'ho ritrovata. In mezzo al documento con la lista degli esami dell'università e solo perché, presa da immotivata curiosità, non ricordavo quanto avessi preso all'esame di sociolinguistica del secondo anno. Il risultato (27 per i curiosi) era a pagina 3, proprio sotto la scheda elettorale.

Io e l'USI ci siamo confrontati per un po'.
Come sempre lui mi fa da mentore e poi io decido ad minchiam, forse perché sono una povera illusa. Da che ho memoria di voto le nostre scelte hanno sempre coinciso. Stavolta abbiamo votato per due partiti diversi. Io ho messo la ics sul partito di PincoPallo nonostante sentissi chiaro odore di supercazzola, visto che PincoPallo è alleato con PalloPinco che, a sua volta, non disdegna un accordo con PincoPanco e io PincoPanco non lo sopporto.
Lui ha votato per PancoPinco nonostante gli stiano sulle balle alcuni dei suoi supporters.

Ho segnato quelle tre schede con la rabbia, la frustrazione e la delusione di chi si accontenta.
E ho pensato che questo non è certo un bel finale per la storia del suffragio universale.