Io conosco una donna. A 23 anni andò in sposa ad un uomo troppo semplice o troppo complesso, dipende dai punti di vista. Lei lo definisce così semplice da non essere neppure in grado di gestire e/o dimostrare un sentimento, tutto sommato, basilare come l'amore. Io ho sempre pensato fosse una scusa immeritatamente rassicurante, un'attenuante non richiesta e di fatto ingiustificabile.
A 24 anni questa donna scoprì di essere incinta. Qualche mese dopo, in seguito al solito turbolento litigio, si sentì dire vai ad abortire e vattene. Non abortì e non se ne andò. Decise di restare e di lottare. Contro suo marito, contro gli attacchi di panico, contro lo stereotipo del sesso debole. Perché io non sono il sesso debole, sono solo uno dei due sessi possibili. Perché io non sono nata dalla costola di uomo ma dallo stesso posto da cui nascono gli uomini.
A 30 anni il suo animo agonizzava a causa dei troppi colpi inferti da quell'uomo cresciuto col mito del pater familias.
Quando ebbe la sua bambina la prima cosa che le disse fu nessun uomo ti farà morire dentro. Perché morire dentro è brutto. E' peggio dei lividi.
Io conosco una donna che è stata sola. Una donna che non ha mai ricevuto la solidarietà delle altre donne. Quelle donne che l'8 marzo ricevono mimose e partecipano a serate con accesso negato ai detentori di pisello. Come se bastasse. Come se un giorno l'anno fosse sufficiente a dimostrare di essere libere, serene, indipendenti, emancipate.
Il giorno in cui sua figlia si sposò lei si sentì dire sei una mamma forte. Rispose non lo sono, ma ho tirato su una donna forte.
Io spero di non deluderti, mamma.
Buon 8 marzo.
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venerdì 8 marzo 2013
giovedì 7 marzo 2013
Andare o restare
Quando vivi in un posto così tu non sei solo tu. Sei il viso di suo padre, l'intelligenza di sua madre, il brutto carattere di quel diavolo di suo nonno. A seconda dei casi, sei l'orgoglio e l'imbarazzo dei tuoi compaesani. A seconda dei casi ti amano e ti odiano.
Quando vivi in un posto così la tua sfera personale non è personale. E' condivisa, sociale, conosciuta.
Vivere in un paese è il fastidio che provi nel tornare a casa e trovare la dirimpettaia appollaiata sulla finestra stile civetta-sul-comò che ti chiede come mai oggi hai fatto tardi, manco fosse tua madre che ti aspetta per la cena. Ma è anche la gratitudine che provi per l'altra vicina, quella piccola e con tanti capelli grigi, quando la senti chiacchierare dal viale di casa tua voglio portarle alla figlia di A. che lavora sempre e quando ce l'ha il tempo per farsele? e poi te la vedi davanti, con un vassoio di fettuccine fatte a mano e un sorriso buono.Quando vivi in un posto così in fila dal medico tutti vogliono sapere che hai. Ma quando non hanno bisogno di chiederlo ti fanno passare avanti.
Vivere in un paese vuol dire essere tuo malgrado protagonista di carrambate che farebbero impallidire la Raffaella nazionale quando incontri per caso un tuo compaesano fuori dalle mura. Uno che magari, di solito, manco ti dice buongiorno. Perché in quel momento tu rappresenti tutto quello che lui conosce e che più ama. Il suo paese, la sua famiglia allargata. Tu rappresenti la piazza, la festa patronale, le gelate mattutine, i disagi del pendolare, le chiacchiere da bar, le carte e il vino, il dialetto e le ciambelle all'anice. Sei una delegazione del suo piccolo universo che lo viene a trovare in un posto ostile. Sei il rassicurante ci si vede sù, che chiude ogni conversazione. Perché sù ci si vede sempre. Pure se non ci si dice manco buongiorno.Io e l'Umile Servo dobbiamo prendere una decisione.
Andare via o restare.
Credo che non sarà facile.
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martedì 5 marzo 2013
L'anziano burlone e il rimorchiatore seriale
Ieri notte qualcuno, a mia insaputa, deve aver appeso alle mie spalle un cartello con su scritto:
Prenditi gioco di me e/o rimorchiami sull'autostrada
Son uscita di casa in vergognoso ritardo e mi sono fiondata in macchina a velocità supersonica sbattendo la portiera senza nemmeno guardarmi intorno. Mentre mi passavo il burrocacao sulle labbra perché va bene il ritardo ma una Princess non va a lavoro con le labbra screpolate ho avuto la sensazione che qualcuno mi stesse osservando. Mi sono voltata e un attimo prima che venissi colta da aritmia cardiaca ho realizzato che il faccione paffuto, rugoso e sorridente spalmato sul mio finestrino apparteneva al papà del mio vicino di casa, di età compresa tra i centodue e centoquindici anni, noto alla forze dell'ordine per essere scappato dall'abitazione del di lui figlio alle tre di notte, in pantofole, pigiama e vestaglia adducendo la seguente motivazione:
Volevo farmi un quartino al pub
"Buongiorno!", dice
Buongiorno un par de struffoli, n'altro po me ammazzi, penso
"Buongiorno!", dico
"Hai la ruota a terra"
Ma porcazoccola
"Oh no, davvero?"
Lui se la ride e risponde "no, stavo scherzando!"
Malimortaccitua
"Ah, simpatico!"
Ho girato la chiave e fatto manovra pensando che essere coglionata da un centoquindicenne burlone fosse un modo davvero originale di iniziare la giornata senza sapere che il peggio sarebbe dovuto ancora arrivare.
In autostrada, facendo appello a tutto il mio coraggio post-traumatico e spinta dal pensiero della faccia con cui mi avrebbe accolta il capo quando avrei varcato, in ritardo, la soglia dell'ufficio, decido di sorpassare un camion.
L'autista inizia a lampeggirami.
Cazzo vuole questo?, penso
Suona due volte il clacson e io, da persona fredda e razionale quale sono faccio una cosa intelligente: mi impanico.
Ci dev'essere qualcosa che non va
Controllo che nessuna spia lampeggiante si fosse accesa, che dal cofano non uscisse fumo, che il volante non tirasse a destra o sinistra.
Il tipo tira fuori il braccio dal finestrino e mi fa segno di accostare.
Porca zozza è la macchina. Oddio, vuoi vedere che il vecchietto mi ha fatto la supercazzola? Avevo davvero una gomma a terra e mi ha detto che scherzava perché mi vuole morta. E' un attentato!
Così metto la freccia, accosto su una piazzola di sosta e con gli occhi da Lemure del Madagascar, resto a fissare lo specchietto retrovisore e l'autocarro che si piazza dietro di me.
Dal camion scende un omaccione con capello riccio, unto e lungo, cerchi d'argento su entrambi i lobi delle orecchie, camicia aperta sul petto con pelo masculo in bella vista, catena d'oro. Praticamente gli mancava solo la panza per incarnare perfettamente lo stereotipo del camionista violentatore seriale.
"Qualche problema?", dico
"No è che me sembravi 'na faccia vista. Ce conoscemo?"
Fortunatamente no, penso
"Direi di no", dico
"Piacere Francesco" dice mentre mi porge la mano callosa
Di un nome falso, di un nome falso
"Piacere Princess"
Maledetta idiota
"Se annamo a prende un caffè?"
Certo, così poi mi sevizi e lasci i miei resti nel cesso dell'Autogrill
"No guarda sto andando a lavoro e sono in ritardo. Ciao"
"Allora lasciame il cellulare"
Te lascio un calcio nelle palle se non te levi subito
"Senti, mi dispiace sono sposata. Ciao"
"Te lascio il mio"
Machiteseincula?
"Non lo voglio, grazie"
Sono arrivata a lavoro in modalità scampata, again, da morte certa sull'A24 e il Capetto, ascoltato il mio racconto, mi ha dato dell'ingenua deficiente. Per una volta credo avesse ragione.
Prenditi gioco di me e/o rimorchiami sull'autostrada
Son uscita di casa in vergognoso ritardo e mi sono fiondata in macchina a velocità supersonica sbattendo la portiera senza nemmeno guardarmi intorno. Mentre mi passavo il burrocacao sulle labbra perché va bene il ritardo ma una Princess non va a lavoro con le labbra screpolate ho avuto la sensazione che qualcuno mi stesse osservando. Mi sono voltata e un attimo prima che venissi colta da aritmia cardiaca ho realizzato che il faccione paffuto, rugoso e sorridente spalmato sul mio finestrino apparteneva al papà del mio vicino di casa, di età compresa tra i centodue e centoquindici anni, noto alla forze dell'ordine per essere scappato dall'abitazione del di lui figlio alle tre di notte, in pantofole, pigiama e vestaglia adducendo la seguente motivazione:
Volevo farmi un quartino al pub
"Buongiorno!", dice
Buongiorno un par de struffoli, n'altro po me ammazzi, penso
"Buongiorno!", dico
"Hai la ruota a terra"
Ma porcazoccola
"Oh no, davvero?"
Lui se la ride e risponde "no, stavo scherzando!"
Malimortaccitua
"Ah, simpatico!"
Ho girato la chiave e fatto manovra pensando che essere coglionata da un centoquindicenne burlone fosse un modo davvero originale di iniziare la giornata senza sapere che il peggio sarebbe dovuto ancora arrivare.
In autostrada, facendo appello a tutto il mio coraggio post-traumatico e spinta dal pensiero della faccia con cui mi avrebbe accolta il capo quando avrei varcato, in ritardo, la soglia dell'ufficio, decido di sorpassare un camion.
L'autista inizia a lampeggirami.
Cazzo vuole questo?, penso
Suona due volte il clacson e io, da persona fredda e razionale quale sono faccio una cosa intelligente: mi impanico.
Ci dev'essere qualcosa che non va
Controllo che nessuna spia lampeggiante si fosse accesa, che dal cofano non uscisse fumo, che il volante non tirasse a destra o sinistra.
Il tipo tira fuori il braccio dal finestrino e mi fa segno di accostare.
Porca zozza è la macchina. Oddio, vuoi vedere che il vecchietto mi ha fatto la supercazzola? Avevo davvero una gomma a terra e mi ha detto che scherzava perché mi vuole morta. E' un attentato!
Così metto la freccia, accosto su una piazzola di sosta e con gli occhi da Lemure del Madagascar, resto a fissare lo specchietto retrovisore e l'autocarro che si piazza dietro di me.
Dal camion scende un omaccione con capello riccio, unto e lungo, cerchi d'argento su entrambi i lobi delle orecchie, camicia aperta sul petto con pelo masculo in bella vista, catena d'oro. Praticamente gli mancava solo la panza per incarnare perfettamente lo stereotipo del camionista violentatore seriale.
"Qualche problema?", dico
"No è che me sembravi 'na faccia vista. Ce conoscemo?"
Fortunatamente no, penso
"Direi di no", dico
"Piacere Francesco" dice mentre mi porge la mano callosa
Di un nome falso, di un nome falso
"Piacere Princess"
Maledetta idiota
"Se annamo a prende un caffè?"
Certo, così poi mi sevizi e lasci i miei resti nel cesso dell'Autogrill
"No guarda sto andando a lavoro e sono in ritardo. Ciao"
"Allora lasciame il cellulare"
Te lascio un calcio nelle palle se non te levi subito
"Senti, mi dispiace sono sposata. Ciao"
"Te lascio il mio"
Machiteseincula?
"Non lo voglio, grazie"
Sono arrivata a lavoro in modalità scampata, again, da morte certa sull'A24 e il Capetto, ascoltato il mio racconto, mi ha dato dell'ingenua deficiente. Per una volta credo avesse ragione.
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lunedì 4 marzo 2013
La Bolla
Inizia sempre con uno sguardo che dura, in media, quattro secondi.
Seguita con un fremito nelle mani che, a seconda dei casi, si manifesta con polpastrelli tarantolati che picchiettano la superficie di un tavolo, con indici che si scontrano, con dita che tormentano qualsiasi cosa gli capiti a tiro, un mazzo di chiavi, il bordo di un bicchiere, un tappo di bottiglia, una penna, un ferma capelli.
Il terzo step è il morso delle pellicine. Quelle odiose, vicino le unghie.
E poi c'è lui.
L'ok.
L'ok che inizia la frase.
Seguita con un fremito nelle mani che, a seconda dei casi, si manifesta con polpastrelli tarantolati che picchiettano la superficie di un tavolo, con indici che si scontrano, con dita che tormentano qualsiasi cosa gli capiti a tiro, un mazzo di chiavi, il bordo di un bicchiere, un tappo di bottiglia, una penna, un ferma capelli.
Il terzo step è il morso delle pellicine. Quelle odiose, vicino le unghie.
E poi c'è lui.
L'ok.
L'ok che inizia la frase.
E' l'equivalente del fischio d'inizio dell'arbitro in una partita di calcio. Mica una partita qualsiasi. La finale della Coppa del Mondo. Meglio se giocata da due nazioni che covano un atavico odio reciproco. L'equivalente dello squillo di tromba che annuncia una battaglia. Mica una battaglia normale. La battaglia di Verdun. Durata più di una gestazione. L'equivalente del "numero numero..." nel ruba bandiera. Quando sei certo che il numero urlato sarà il tuo.
L'ok che inizia la frase è già una scusa. Vuol dire "so già come la pensi, so già che litigheremo, so già che rimpiangerai il giorno in cui mi hai incontrata ma, scusa, te lo devo dire perché i pesi, se portati in due, gravano meno".
Sto parlando del momento in cui io o la Sister G., dopo non aver potuto fare a meno di compiere una di quelle azioni non rientranti nel comune senso del pudore e della decenza, una di quelle azioni generalmente condannabili da quell'ente astratto chiamato società civile ovvero dopo aver fatto una gran bella cazzata, sentiamo la necessità, impellente, viscerale, di comunicarla. Condividerla. E farci insultare vicendevolmente. Proprio come due Sisters che si amano. Sìsì.
Capitano, poi, i periodi in cui le suddette azioni vengano compiute a raffica.
Capita che le parole non bastino più. Bisognerebbe prendersi, sempre vicendevolmente, a mazzate.
E allora, per evitare il carcere o, semplicemente, un giudizio che peserebbe davvero troppo sulla propria autostima ma, al contempo, usufruire dei vantaggi di una confessione senza conseguenze, di quel senso di leggerezza che solo un segreto svelato può assicurare, ci sia bisogno di uninganno escamotage.
Il nostro si chiama bolla.
Queste le regole.
Prima di una confessione si pronuncia la parolina magica, "bolla", appunto. Seguita, a discrezione, dal gesto. Gli indici che la disegnano virtualmente attorno al corpo, come fosse una protezione invisibile.
Da quell'istante la persona protetta può dire quel che minchia gli pare senza preoccuparsi minimamente della reazione dello sfortunato interlocutore.
Perché, e qui sta il colpo di genio, l'interlocutore non può avere reazioni. Di alcun tipo. No giudizi, no sorrisi, no faccia incazzata, no insulti, no schiaffi, pugni, atti di protesta del tipo "mi alzo sbattendo la porta e non mi rivedrai mai più".
La "bolla" ti consente di lasciarti andare e bypassare tutta la parte prima della confessione scottante. "Ok" compreso.
Una pacchia.
Ma, miei cari, tutto ha dei limiti.
Noi, per esempio, possiamo far ricorso alla bolla una sola volta al mese.
Salvo casi davvero, davvero eccezionali.
La usiamo. Quasi sempre. Quasi tutti i mesi.
Però, certe volte, rinunciamo a questo privilegio pur perfettamente consapevoli delle conseguenze.
Perché abbiamo bisogno di una reazione.
L'ok che inizia la frase è già una scusa. Vuol dire "so già come la pensi, so già che litigheremo, so già che rimpiangerai il giorno in cui mi hai incontrata ma, scusa, te lo devo dire perché i pesi, se portati in due, gravano meno".
Sto parlando del momento in cui io o la Sister G., dopo non aver potuto fare a meno di compiere una di quelle azioni non rientranti nel comune senso del pudore e della decenza, una di quelle azioni generalmente condannabili da quell'ente astratto chiamato società civile ovvero dopo aver fatto una gran bella cazzata, sentiamo la necessità, impellente, viscerale, di comunicarla. Condividerla. E farci insultare vicendevolmente. Proprio come due Sisters che si amano. Sìsì.
Capitano, poi, i periodi in cui le suddette azioni vengano compiute a raffica.
Capita che le parole non bastino più. Bisognerebbe prendersi, sempre vicendevolmente, a mazzate.
E allora, per evitare il carcere o, semplicemente, un giudizio che peserebbe davvero troppo sulla propria autostima ma, al contempo, usufruire dei vantaggi di una confessione senza conseguenze, di quel senso di leggerezza che solo un segreto svelato può assicurare, ci sia bisogno di un
Il nostro si chiama bolla.
Queste le regole.
Prima di una confessione si pronuncia la parolina magica, "bolla", appunto. Seguita, a discrezione, dal gesto. Gli indici che la disegnano virtualmente attorno al corpo, come fosse una protezione invisibile.
Da quell'istante la persona protetta può dire quel che minchia gli pare senza preoccuparsi minimamente della reazione dello sfortunato interlocutore.
Perché, e qui sta il colpo di genio, l'interlocutore non può avere reazioni. Di alcun tipo. No giudizi, no sorrisi, no faccia incazzata, no insulti, no schiaffi, pugni, atti di protesta del tipo "mi alzo sbattendo la porta e non mi rivedrai mai più".
La "bolla" ti consente di lasciarti andare e bypassare tutta la parte prima della confessione scottante. "Ok" compreso.
Una pacchia.
Ma, miei cari, tutto ha dei limiti.
Noi, per esempio, possiamo far ricorso alla bolla una sola volta al mese.
Salvo casi davvero, davvero eccezionali.
La usiamo. Quasi sempre. Quasi tutti i mesi.
Però, certe volte, rinunciamo a questo privilegio pur perfettamente consapevoli delle conseguenze.
Perché abbiamo bisogno di una reazione.
Di qualsiasi tipo.
Anche sorprendente.
Per esempio io, ieri, mi aspettavo uno schiaffo.
Anche sorprendente.
Per esempio io, ieri, mi aspettavo uno schiaffo.
Ho ricevuto un abbraccio.
venerdì 1 marzo 2013
Privazioni
Quando iniziai a lavorare qui, quasi due anni fa, commisi un fatale errore durante la mia prima settimana. In quella che viene comunemente definita fase di ambientamento rivelai ai miei colleghi l'orario in cui ero solita coricarmi. Roba che se vivessi a San Pietroburgo, in mezzo a stangone bionde che, però, potrebbero avere una faccia spaventosamente simile alla mia, in estate avrei bisogno di tendoni da circo per ripararmi dalla luce che passerebbe dai vetri delle finestre, ancora piuttosto forte in quell'ora lì:
le nove e tre quarti
Il punto è che quanto ho il turno che mi consentirebbe di avere una pseudo vita sociale, quello che va dalle otto del mattino alle cinque del pomeriggio, devo alzarmi ad un'ora che dovrebbe essere vietata da qualche convenzione internazionale. Tornata e casa e fatta la mia parte di lavori domestici, quelli a malapena sufficienti a garantire la mera sopravvivenza di Princess e Umile Servo, il cuscino mi chiama in una maniera così seducente, manco fossi Ulisse dotato di vagina e lui una sirena memory foam, che rifiutare un accoppiamento selvaggio con il suddetto, il piumone e il materasso sarebbe un insulto al buon senso.
Tuttavia, nel vano tentativo di non essere più perculata, ho provato a fare la Ciovane. Perché dormirai quando sarai morta, dicono. Così ho dedicato tempo che avrei, solitamente, passato tra le braccia di Morfeo ad altro. Uscite serali, chiacchierate con le amiche, letture notturne, film.
Molto bene.
Testando le conseguenze sul mio fisico della sottrazione di unabarradue ore di sonno per notte sono arrivata alla seguente conclusione:
AIUTO
Volendo argomentare quella che ai più superficiali sembrerebbe soltanto una vaga e pigra richiesta di una che non c'ha er fisico vi spiegherò in tre semplici punti quello che mi è successo:
1. Assenza di filtri. Non che sia una novità per la sottoscritta. Già in quella fantastica fase del mese che ti permette di imputare le tue nevrosi allo scombussolamento ormonale io non me regolo ma stavolta, fidatevi, ho fatto di peggio. In particolare i seguenti filtri:
sono completamente OFF.
Per esempio ieri la Sister mi ha chiesto cosa ne pensassi delle sue nuove tende e io, invece di dare la solita risposta sono il tuo genere le ho detto, semplicemente, fanno schifo.
Questa mattina il Capetto credo mi abbia chiesto un parere sul post-elezioni. Il credo è d'obbligo perché ho risposto con un scusami Capetto, non ti stavo proprio cagando, che hai detto? Mi ha mandata affanculo ops, a quel paese. Scusate era disattivato pure il filtro niente parolacce.
2. Deficit d'attenzione. Oltre a fissare il vuoto con sguardo vitreo diverse volte al dì, il mio cervello pensa bene di vagare nel fantastico mondo del no sense mentre gli altri mi parlano. Per esempio dal collega V. ha tirato fuori solo le parole: mail, pdf, path, messa in esercizio. A caso, come se le avesse pescate tipo numerelli della tombola. Il resto del tempo io ho pensato a SPONGEBOB. Avete capito bene.
3. Spiacevoli reazioni fisiche. Il mio corpo cerca di rimediare alla privazione del sonno col cibo. Ho una fame assassina. A tutte le ore. Da due giorni ingurgito schifezze. E mi gira la testa.
Se qualcuno mi chiede se sono incinta potrei insultarlo. Pesantemente. Senza filtri sono deleteria per gli esseri umani.
Stasera vado a letto alle venti.
le nove e tre quarti
Il punto è che quanto ho il turno che mi consentirebbe di avere una pseudo vita sociale, quello che va dalle otto del mattino alle cinque del pomeriggio, devo alzarmi ad un'ora che dovrebbe essere vietata da qualche convenzione internazionale. Tornata e casa e fatta la mia parte di lavori domestici, quelli a malapena sufficienti a garantire la mera sopravvivenza di Princess e Umile Servo, il cuscino mi chiama in una maniera così seducente, manco fossi Ulisse dotato di vagina e lui una sirena memory foam, che rifiutare un accoppiamento selvaggio con il suddetto, il piumone e il materasso sarebbe un insulto al buon senso.
Tuttavia, nel vano tentativo di non essere più perculata, ho provato a fare la Ciovane. Perché dormirai quando sarai morta, dicono. Così ho dedicato tempo che avrei, solitamente, passato tra le braccia di Morfeo ad altro. Uscite serali, chiacchierate con le amiche, letture notturne, film.
Molto bene.
Testando le conseguenze sul mio fisico della sottrazione di unabarradue ore di sonno per notte sono arrivata alla seguente conclusione:
AIUTO
Volendo argomentare quella che ai più superficiali sembrerebbe soltanto una vaga e pigra richiesta di una che non c'ha er fisico vi spiegherò in tre semplici punti quello che mi è successo:
1. Assenza di filtri. Non che sia una novità per la sottoscritta. Già in quella fantastica fase del mese che ti permette di imputare le tue nevrosi allo scombussolamento ormonale io non me regolo ma stavolta, fidatevi, ho fatto di peggio. In particolare i seguenti filtri:
- diplomazia
- eufemismo
- dì una cazzata qualsiasi per non offendere
sono completamente OFF.
Per esempio ieri la Sister mi ha chiesto cosa ne pensassi delle sue nuove tende e io, invece di dare la solita risposta sono il tuo genere le ho detto, semplicemente, fanno schifo.
Questa mattina il Capetto credo mi abbia chiesto un parere sul post-elezioni. Il credo è d'obbligo perché ho risposto con un scusami Capetto, non ti stavo proprio cagando, che hai detto? Mi ha mandata affanculo ops, a quel paese. Scusate era disattivato pure il filtro niente parolacce.
2. Deficit d'attenzione. Oltre a fissare il vuoto con sguardo vitreo diverse volte al dì, il mio cervello pensa bene di vagare nel fantastico mondo del no sense mentre gli altri mi parlano. Per esempio dal collega V. ha tirato fuori solo le parole: mail, pdf, path, messa in esercizio. A caso, come se le avesse pescate tipo numerelli della tombola. Il resto del tempo io ho pensato a SPONGEBOB. Avete capito bene.
3. Spiacevoli reazioni fisiche. Il mio corpo cerca di rimediare alla privazione del sonno col cibo. Ho una fame assassina. A tutte le ore. Da due giorni ingurgito schifezze. E mi gira la testa.
Se qualcuno mi chiede se sono incinta potrei insultarlo. Pesantemente. Senza filtri sono deleteria per gli esseri umani.
Stasera vado a letto alle venti.
giovedì 28 febbraio 2013
Orange
Decisamente non era portata per l'ornitologia. A cinque anni uccise con una dose eccessiva di costosissimo profumo appartenente alla di lei madre due poveri e coloratissimi pappagalli rei, sempre secondo la di lei madre proprietaria del profumo, di emanare un odore sgradevole dalla loro gabbietta. Pensando di fare cosa buona e giusta li intossicò con un Tresor della Lancome. Trovarli profumatissimi e stecchiti fu un piccolo trauma.
Eppure la prima immagine che le venne in mente fu quella del picchio. Doveva aver letto da qualche parte che una particolare specie era in grado di tamburellare la corteccia di un albero dalle sei alle dieci volte al secondo e che tutta la loro struttura era finalizzata a fare in modo che quell'attività riuscisse alla perfezione. Becco resistente, coda lunga e rigida per bilanciare i contraccolpi, muscoli del collo sviluppatissimi. Del resto è così che il picchio scova le sue prede. E vive.
Per la precisione immaginò che un piccolo e stronzissimo picchio dal becco lungo le stesse martellando il cranio. E ad ogni picchiata, per reazione, il cervello producesse un'immagine. Sgradevole, dolorosa, insopportabile. Roba da impazzire.
L'immagine di lui che baciava l'altra. Che la guardava con gli stessi occhi e le parlava con le stesse parole. Che giocava col suo intimo. Che le porgeva il braccio, la spalla, le labbra. Che le stringeva la mano. Che, che, che...
Basta picchio, please.
L'immagine di lui che baciava l'altra. Che la guardava con gli stessi occhi e le parlava con le stesse parole. Che giocava col suo intimo. Che le porgeva il braccio, la spalla, le labbra. Che le stringeva la mano. Che, che, che...
Basta picchio, please.
Qualsiasi cosa lui facesse o dicesse in quel momento lei la vedeva proiettata sull'altra.
Il punto è che mettere in gioco se stessi rende fragili. Lasciarsi andare rende insicuri.
E se mentisse. E se non fossi così speciale. E se io non fossi quella giusta. E se non fosse vero che sono unica per lui. E se, e se, e se.
Il punto è che mettere in gioco se stessi rende fragili. Lasciarsi andare rende insicuri.
E se mentisse. E se non fossi così speciale. E se io non fossi quella giusta. E se non fosse vero che sono unica per lui. E se, e se, e se.
Poi pensò alle cose che conosceva solo lei. Pensò allo stupido evento che aveva messo in moto il picchio. E pensò che il picchio il suo vermicello non l'avrebbe trovato. Pensò che per una volta poteva concedersi il lusso di non sentirsi inadeguata. Di credere non tanto a lui ma a se stessa. Pensò al motivo per cui aveva deciso di mettersi in gioco, lasciarsi andare. E decise che andava bene così. Si sarebbe presa tutto il pacchetto.
Compreso quel piccolo, stronzissimo picchio col becco lungo e la cresta arancione.
Compreso quel piccolo, stronzissimo picchio col becco lungo e la cresta arancione.
mercoledì 27 febbraio 2013
Nuove prime volte
Tornare a fare quella cosa che inizia per s e finisce per port dopo enne anni, dove enne è minore di 4 e maggiore di 2, vuol dire rendersi conto di aver pericolosamente sottovalutato una serie di fattori.
1. L'abbigliamento sportivo. Una che è vissuta in mezzo a body in lycra, ballerine, tutù, costumi ridicoli, forcine per capelli, collant smutandati e tanta, tanta lacca, non potrà mai comprendere pienamente la filosofia che sta dietro l'abbigliamento da palestra della donna base. A meno che non faccia la commessa da Decathlon. E non è il mio caso. Ergo ho rispolverato, again, i leggings Dimensione Danza dal colore osceno (che volete farci, la mia insegnante amava il rosa confetto) già utilizzati per la prova di corsa con la Sister.
Del resto, pensava la me ingenue version, devo andare in palestra. A sudare. A farmi venire i rossi sulle guance e i capelli come Crisitcchi. Non a sfilare. E neppure a danzare vestita da uccellino giallo, che, voglio dire, facevo sempre la mia porca figura, sapevatelo.
E invece no.
La donna base viene in palestra col rimmel waterproof, i pantaloni della Freddy che ti tirano su le chiappe, la maglia elasticizzata che ti strizza la panza e ti riempie le tette, le unghie col gel. Perché, prima, ha fatto un salto dall'estetista.
Orrore.
2. Il risveglio muscolare. Ditemi che anche voi ignoravate l'esistenza di un muscolo all'interno della chiappa sinistra. Altrimenti è lombosciatalgia E deunuzio Maurizio all'Ordine degli istruttori.
3. Disciplina, disciplina, disciplina. Fare danza classica è deviante. Farla con Mariadele, che una volta mi incastrò le scapole nella spalliera nel vano tentativo di correggermi la postura, è traumatizzante. Quindi, tu, mio caro Maurizio, che mi spieghi come dovrei stare al piccì, scusami, ma non sai proprio con chi hai a che fare. Mariadele non mi ha raddrizzato, nessuno mai potrà.
1. L'abbigliamento sportivo. Una che è vissuta in mezzo a body in lycra, ballerine, tutù, costumi ridicoli, forcine per capelli, collant smutandati e tanta, tanta lacca, non potrà mai comprendere pienamente la filosofia che sta dietro l'abbigliamento da palestra della donna base. A meno che non faccia la commessa da Decathlon. E non è il mio caso. Ergo ho rispolverato, again, i leggings Dimensione Danza dal colore osceno (che volete farci, la mia insegnante amava il rosa confetto) già utilizzati per la prova di corsa con la Sister.
Del resto, pensava la me ingenue version, devo andare in palestra. A sudare. A farmi venire i rossi sulle guance e i capelli come Crisitcchi. Non a sfilare. E neppure a danzare vestita da uccellino giallo, che, voglio dire, facevo sempre la mia porca figura, sapevatelo.
E invece no.
La donna base viene in palestra col rimmel waterproof, i pantaloni della Freddy che ti tirano su le chiappe, la maglia elasticizzata che ti strizza la panza e ti riempie le tette, le unghie col gel. Perché, prima, ha fatto un salto dall'estetista.
Orrore.
2. Il risveglio muscolare. Ditemi che anche voi ignoravate l'esistenza di un muscolo all'interno della chiappa sinistra. Altrimenti è lombosciatalgia E deunuzio Maurizio all'Ordine degli istruttori.
3. Disciplina, disciplina, disciplina. Fare danza classica è deviante. Farla con Mariadele, che una volta mi incastrò le scapole nella spalliera nel vano tentativo di correggermi la postura, è traumatizzante. Quindi, tu, mio caro Maurizio, che mi spieghi come dovrei stare al piccì, scusami, ma non sai proprio con chi hai a che fare. Mariadele non mi ha raddrizzato, nessuno mai potrà.
martedì 26 febbraio 2013
Scrivo per non dimenticare
"Io voglio solo vederti sorridere. Perché sei qui, seduta davanti a me, e, porca troia, quella sedia sarebbe potuta essere vuota. E puoi chiamarlo Dio, fato, destino o semplice prontezza di riflessi, il risultato non cambia, sei qui con me e voglio vederti ridere. Non mi interessa se saremo solo io e te tutta la vita perché io non ho altra vita che te"
Certi discorsi partono con l'intento di essere duri, invece t'accarezzano l'anima. Certi discorsi, forse, saranno banali ma sono necessari. E intimi. Così intimi che non sarebbe neppure il caso di renderli pubblici su un blog ma, sapete, io ho bisogno di fissarmele in testa, le cose importanti. Ho bisogno che mi vengano ripetute, di avere coscienza che siano davvero accadute.
Quando l'Umile Servo si rivolse con queste parole a una Princess in lacrime, rannicchiata su una sedia bianca, una speranza coccolata per due giorni, due giorni di ritardo, era stata appena presa a mazzate da un test negativo.
Ora ho di nuovo bisogno di quelle parole. Così ho deciso di scriverle. Così per ogni delusione, per ogni dubbio, per ogni ferita saranno qui. A ricordarmi che sono state dette, che sono vere. E che devo sorridere.
Perché quella sedia sarebbe potuta essere vuota. E invece, cazzo, ci sono. E lui non ha altra vita che me.
Certi discorsi partono con l'intento di essere duri, invece t'accarezzano l'anima. Certi discorsi, forse, saranno banali ma sono necessari. E intimi. Così intimi che non sarebbe neppure il caso di renderli pubblici su un blog ma, sapete, io ho bisogno di fissarmele in testa, le cose importanti. Ho bisogno che mi vengano ripetute, di avere coscienza che siano davvero accadute.
Quando l'Umile Servo si rivolse con queste parole a una Princess in lacrime, rannicchiata su una sedia bianca, una speranza coccolata per due giorni, due giorni di ritardo, era stata appena presa a mazzate da un test negativo.
Ora ho di nuovo bisogno di quelle parole. Così ho deciso di scriverle. Così per ogni delusione, per ogni dubbio, per ogni ferita saranno qui. A ricordarmi che sono state dette, che sono vere. E che devo sorridere.
Perché quella sedia sarebbe potuta essere vuota. E invece, cazzo, ci sono. E lui non ha altra vita che me.
domenica 24 febbraio 2013
Tu chiamale se vuoi elezioni
Dovete sapere che l'Umile Servo è un ex militante ed è anche una delle persone più giuste e oneste che io conosca, motivo per cui ha lasciato la politica alla tenera età di 25 anni, proprio quando avrebbe potuto spiccare il volo con un'importante candidatura. Il suo compagno di merende, che con il concetto di giustizia e onestà non è che abbia tanto a che vedere, decise invece di continuare. Buttarsi nella mischia. Ora è sindaco di un'importante città e candidato regionale, dimostra 50 anni, parla per slogan, è estremamente noioso ma, diavolo, ha fatto tanti soldi.
Il solo fatto di essere stato un militante non farebbe, certo, dell'Umile Servo un esperto di politica se non fosse che è anche una persona lungimirante, appassionata, informata. Nonostante la laurea in Scienze Politiche in stand by da secoli.
La Princess, invece, ha avuto la fortuna (vi pregherei di notare la sottile ironia nella parola fortuna, non per niente scritta in corsivo) di essere unico frutto di un matrimonio misto. No, non sono figlia di un buddhista e un musulmano ma di un democristiano e una comunista. Sì, ho detto proprio democristiano e comunista.
Le liti in famiglia erano pane quotidiano. Ergo io odio la politica. Tuttavia, negli anni, ho imparato a farmi una mia idea. Sono sempre andata a votare piuttosto convinta della scelta che avrei fatto nel segreto della cabina elettorale.
Quest'anno no.
Qualche giorno fa, mentre ridevo dell'imitazione di Bersani in tivvù, l'Umile servo mi ha chiesto una cosa, apparentemente, banale.
"Princess hai deciso per chi votare?"
"Devo proprio andarci, a votare?"
Mi ha guardata così:

E poi ha iniziato il discorso. Quello che ti fa sentire una cacchetta di cane pestata. Quello che ripercorre la storia del suffragio universale senza timore di perdersi qualche particolare. Ci mancava solo ci mettesse in mezzo le suffragette. Così mi sono messa a cercare la scheda elettorale. Dopo aver messo casa a soqquadro e aver chiamato Mina per sincerarmi non fosse a casa sua avevo quasi interpretato la perdita del documento come un segno divino. In barba alla povere suffragette. Poi l'ho ritrovata. In mezzo al documento con la lista degli esami dell'università e solo perché, presa da immotivata curiosità, non ricordavo quanto avessi preso all'esame di sociolinguistica del secondo anno. Il risultato (27 per i curiosi) era a pagina 3, proprio sotto la scheda elettorale.
Io e l'USI ci siamo confrontati per un po'.
Come sempre lui mi fa da mentore e poi io decido ad minchiam, forse perché sono una povera illusa. Da che ho memoria di voto le nostre scelte hanno sempre coinciso. Stavolta abbiamo votato per due partiti diversi. Io ho messo la ics sul partito di PincoPallo nonostante sentissi chiaro odore di supercazzola, visto che PincoPallo è alleato con PalloPinco che, a sua volta, non disdegna un accordo con PincoPanco e io PincoPanco non lo sopporto.
Lui ha votato per PancoPinco nonostante gli stiano sulle balle alcuni dei suoi supporters.
Ho segnato quelle tre schede con la rabbia, la frustrazione e la delusione di chi si accontenta.
E ho pensato che questo non è certo un bel finale per la storia del suffragio universale.
venerdì 22 febbraio 2013
Red
Lo avvertì chiaramente quel momento. Quello che ogni donna vuole, quello di cui ogni donna ha paura.
Quello in cui lui si prende tutto. Testa, cuore, stomaco, viscere.
Quello in cui lui lascia il segno. Che ti resterà addosso per sempre. Come un'incisione, come un marchio.
Quel momento in cui perdi coscienza, ragione, consapevolezza di chi sei, di chi eri.
Fu in quel momento che pianse.
Di un pianto diverso. Somigliava quasi a quello del neonato che viene alla vita, quello necessario a farlo respirare, a fargli entrare aria nei polmoni.
E pensò che non fosse necessario il sesso per essere intimi. Perché non esiste momento più intimo di quando lui, quelle lacrime strane, se le prende, con la bocca. E continua a baciarti. E si prende pure il respiro.
E ha vinto.
E sei sua.
In quel momento. E sempre. Perché "anche un momento è per sempre".
Quello in cui lui si prende tutto. Testa, cuore, stomaco, viscere.
Quello in cui lui lascia il segno. Che ti resterà addosso per sempre. Come un'incisione, come un marchio.
Quel momento in cui perdi coscienza, ragione, consapevolezza di chi sei, di chi eri.
Fu in quel momento che pianse.
Di un pianto diverso. Somigliava quasi a quello del neonato che viene alla vita, quello necessario a farlo respirare, a fargli entrare aria nei polmoni.
E pensò che non fosse necessario il sesso per essere intimi. Perché non esiste momento più intimo di quando lui, quelle lacrime strane, se le prende, con la bocca. E continua a baciarti. E si prende pure il respiro.
E ha vinto.
E sei sua.
In quel momento. E sempre. Perché "anche un momento è per sempre".
Ho assaggiato le tue labbra, di miele rosso rosso.
Ti ho detto "dammi quello che vuoi io, quel che posso"
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giovedì 21 febbraio 2013
Princess ics-elle
Il primo sospetto si è insidiato nella mia mente insana quando quel jeans, quello che tutte le donne hanno, quello che fa da unità di misura della propria ficaggine, è salito sui miei fianchi con difficoltà. Quando ho pensato "ok ora mi sdraio sul letto a panza in su, la ritiro e vedrai che il bottone entra in questa stramaledetta asola". Quando, in preda a quel moto di orgoglio che ti fa pensare "io arrendermi? mai!" ho fatto ricorso al saltello sulle punte abbinato alla strattonata disperata verso l'alto dell'indumento incriminato con l'intento di far entrare il bagaglio posteriore in quel tessuto non propriamente malleabile.
Il fatto di non essere diventata blu nel corso della giornata mi aveva fatto sperare che si trattava solo del comunissimo effetto "appena lavati". Una scusa dietro la quale, per secoli, generazioni di femmine si sono trincerate. Magari dopo una sana magnata di manicaretti. Ma questo non lo dite.
Il sospetto ha iniziato a sconfinare nella zona parietale del mio cervello, impedendomi, tra l'altro, di gustare senza alcun rimorso un etto e mezzo di ravioli ricotta e spinaci e due pastarelle rispettivamente panna e cioccolato, quando, domenica mattina, proprio prima di colazione, in bagno, davanti lo specchio grande, ho visto lei. Il risultato di settimane di carboidrati, cioccolato e fame atavica tempestivamente scongiurata con chilate di cibi tossici. Il risultato di fancazzismo e vita sedentaria. E della pizza a taglio consumata sul divano in panciolle con l'Umile Servo, ormai radicata tradizione della domenica sera. La maniglia dell'amore. O dell'odio, nel mio caso. Quell'infame rotolino di lardo che trasborda dall'elastico della mutanda e ti fa passare da Kate Moss a Platinette.
E' stato allora che tutto il mio povero organo preposto al pensiero è stato invaso totalmente. Il sospetto è stato promosso cum laude a tremenda certezza.
Ero ingrassata.
Solo un'ultima carta mi restava da giocare, sperando in un miracolo, sperando che i jeans e la mutanda non fossero metri di valutazione attendibili o si fossero alleati con l'intento di fustigare la mia autostima. Sti stronzi incompetenti.
La bilancia.
Lo strumento per eccellenza. Colei che ti guarda dal basso con l'aria di chi vorrebbe dirti "sali sali bella de casa, che mo ce penso io a te". Verdetto ufficiale: enne kg e mezzo in più, ovviamente.
Non mi restava altro che porre rimedio.
Sono a dieta da tre giorni.
Ieri ho sognato le fettuccine. Oggi, alle otto del mattino, ho sbavato davanti la foto di una pizza porcini, salsiccia e mozzarella sebbene, ad occhio, la pasta risultasse più gommosa della manina appiccicosa delle patatine. Ora voglio le patatine solo perché ho scritto "patatine". E le voglio con la maionese.
Io e l'USI stiamo progettando un week end a Napoli e io riesco a pensare ad una cosa sola: il babà.
Con la Nutella. Sia chiaro.
Il fatto di non essere diventata blu nel corso della giornata mi aveva fatto sperare che si trattava solo del comunissimo effetto "appena lavati". Una scusa dietro la quale, per secoli, generazioni di femmine si sono trincerate. Magari dopo una sana magnata di manicaretti. Ma questo non lo dite.
Il sospetto ha iniziato a sconfinare nella zona parietale del mio cervello, impedendomi, tra l'altro, di gustare senza alcun rimorso un etto e mezzo di ravioli ricotta e spinaci e due pastarelle rispettivamente panna e cioccolato, quando, domenica mattina, proprio prima di colazione, in bagno, davanti lo specchio grande, ho visto lei. Il risultato di settimane di carboidrati, cioccolato e fame atavica tempestivamente scongiurata con chilate di cibi tossici. Il risultato di fancazzismo e vita sedentaria. E della pizza a taglio consumata sul divano in panciolle con l'Umile Servo, ormai radicata tradizione della domenica sera. La maniglia dell'amore. O dell'odio, nel mio caso. Quell'infame rotolino di lardo che trasborda dall'elastico della mutanda e ti fa passare da Kate Moss a Platinette.
E' stato allora che tutto il mio povero organo preposto al pensiero è stato invaso totalmente. Il sospetto è stato promosso cum laude a tremenda certezza.
Ero ingrassata.
Solo un'ultima carta mi restava da giocare, sperando in un miracolo, sperando che i jeans e la mutanda non fossero metri di valutazione attendibili o si fossero alleati con l'intento di fustigare la mia autostima. Sti stronzi incompetenti.
La bilancia.
Lo strumento per eccellenza. Colei che ti guarda dal basso con l'aria di chi vorrebbe dirti "sali sali bella de casa, che mo ce penso io a te". Verdetto ufficiale: enne kg e mezzo in più, ovviamente.
Non mi restava altro che porre rimedio.
Sono a dieta da tre giorni.
Ieri ho sognato le fettuccine. Oggi, alle otto del mattino, ho sbavato davanti la foto di una pizza porcini, salsiccia e mozzarella sebbene, ad occhio, la pasta risultasse più gommosa della manina appiccicosa delle patatine. Ora voglio le patatine solo perché ho scritto "patatine". E le voglio con la maionese.
Io e l'USI stiamo progettando un week end a Napoli e io riesco a pensare ad una cosa sola: il babà.
Con la Nutella. Sia chiaro.
mercoledì 20 febbraio 2013
Non è vero ma ci credo
Inizio dalla fine: abbiamo dato fuoco al 2012.
Simbolicamente, ovvio.
Il punto è che ci piace fare i ganzi andando a raccontare in giro che noi, a questefregnacce stupidaggini non ci crediamo. Che, diavolo, siamo nel XXI secolo e ci sono ancora persone che si fanno leggere la mano o fanno i tarocchi, quale orrore.
Eppure io sono quella che, con una Sister a destra e l'altra a sinistra, sedeva al tavolo di una gentile nonnetta, con la mantellina di lana sulle spalle, i baffi, l'attaccatura dei capelli all'altezza della nuca e un secolo scarso alle spalle che, con un piatto pieno d'acqua e il mignolo gocciolante di olio cercava di capire se avessimo il malocchio. Il risultato fu confortante. Peccato che l'inferno si sia scatenato qualche mese dopo. Tempismo di merda.
Questo per dire che qualche volta i rituali sono rassicuranti. Qualche volta è bene, semplicemente, cedervi.
E così io e l'Umile Servo, bottiglia di spirito alla mano, abbiamo dato fuoco all'agenda dell'anno scorso. Vederla bruciare lentamente nel camino ci ha dato una certa soddisfazione.
Non è stato facile ridurla in cenere. Era una Moleskine. Un osso duro. Alla fine, però, ce l'abbiamo fatta.
Alla fine ce la facciamo sempre, io e l'Umile Servo.
Simbolicamente, ovvio.
Il punto è che ci piace fare i ganzi andando a raccontare in giro che noi, a queste
Eppure io sono quella che, con una Sister a destra e l'altra a sinistra, sedeva al tavolo di una gentile nonnetta, con la mantellina di lana sulle spalle, i baffi, l'attaccatura dei capelli all'altezza della nuca e un secolo scarso alle spalle che, con un piatto pieno d'acqua e il mignolo gocciolante di olio cercava di capire se avessimo il malocchio. Il risultato fu confortante. Peccato che l'inferno si sia scatenato qualche mese dopo. Tempismo di merda.
Questo per dire che qualche volta i rituali sono rassicuranti. Qualche volta è bene, semplicemente, cedervi.
E così io e l'Umile Servo, bottiglia di spirito alla mano, abbiamo dato fuoco all'agenda dell'anno scorso. Vederla bruciare lentamente nel camino ci ha dato una certa soddisfazione.
Non è stato facile ridurla in cenere. Era una Moleskine. Un osso duro. Alla fine, però, ce l'abbiamo fatta.
Alla fine ce la facciamo sempre, io e l'Umile Servo.
martedì 19 febbraio 2013
La mini-me
Non ho avuto ancora la fortuna di conoscere mia figlia ma nella mia corte, da qualche anno, si sta diffondendo la voce che una piccola mocciosa aspiri al mio trono e sia abbastanza spietata da non temere affatto di farmi concorrenza.
Spero almeno non arrivi a ricorrere al Principessicidio.
La tipetta in questione è una cinquenne, secondogenita della cugina L. e, non si sa per qualche divertente scherzo della genetica, ha la mia stessa faccia. Poi, vabbè, è bionda e mangerebbe pure i copertoni delle auto mentre io sono mora e alla sua età la mia massima aspirazione era essere eletta bimba Biafra dell'anno ma la perfezione, sapete, non è da tutti.
Dal parentame questo adorabile mostro viene chiamata la "piccola infame". E' acida, permalosa, capricciosa e un sacco di altri osa. E se la tira. A cinque anni.
La cugina L., nelle ormai rare circostanze in cui ci si vede, non perde occasione di sottolineare la nostra, diciamo, somiglianza. No, non quella fisica.
Cugina L: "è incredibile quanto sia stronza. E' proprio te da piccola"
Princess: "cugina L. mi stai, per caso e nemmeno troppo velatamente, dando della stronza?"
Cugina L: "ma figurati. Era per dire"
Bene.
Vista la non voluta affinità con la "piccola infame" io, fin dai suoi primistrilli isterici vagiti, mi sono sempre schierata dalla sua parte. Perché anche io sono stata una piccola infame e, sapete, si soffre. Moltissimo. E poi, come dire, è sempre bene farsi amici i propri nemici.
Ma poi è arrivata quella conversazione telefonica.
A chiamarmi, ovviamente, non fu lei ma il primogenito F. che è, sì, pazzo da legare ma anche tanto coccoloso, amoroso, teneroso e un sacco di altri oso.
Driiin driiin
"ciao zia!"
"ciao amore come stai?"
"bene! e tu?"
"bene. Quando venite a trovarmi?"
"mamma dice presto. Perché ci manchi"
"oh bellodezia... e tua sorella dov'è?"
"te la passo"
...
...
"Catie?"
"..."
"Catieeee?"
"..."
"Caterì!"
"ciao"
"ah finalmente. Ciao tesoro come stai?"
"abbastanza bene"
"abbastanza bene. Bene. Quando vieni dalla zia?"
"non saprei"
ci mancava che mi dicesse una cosa tipo "devo controllare l'agenda"
"beh quando vieni ti preparo la torta al cacao con la panna"
"non la voglio"
"no?"
"no, voglio i cupcakes"
E io, che in fondo sono una personcina dal cuore tenero, sono andata pure a comprare gli stampini.
Quando la piccola stronzetta mi ha onorato della sua presenza i cupcosi erano in bella mostra sul tavolo della cucina.
"grazie ma io preferirei pane e nutella"
tuttasuzia
Spero almeno non arrivi a ricorrere al Principessicidio.
La tipetta in questione è una cinquenne, secondogenita della cugina L. e, non si sa per qualche divertente scherzo della genetica, ha la mia stessa faccia. Poi, vabbè, è bionda e mangerebbe pure i copertoni delle auto mentre io sono mora e alla sua età la mia massima aspirazione era essere eletta bimba Biafra dell'anno ma la perfezione, sapete, non è da tutti.
Dal parentame questo adorabile mostro viene chiamata la "piccola infame". E' acida, permalosa, capricciosa e un sacco di altri osa. E se la tira. A cinque anni.
La cugina L., nelle ormai rare circostanze in cui ci si vede, non perde occasione di sottolineare la nostra, diciamo, somiglianza. No, non quella fisica.
Cugina L: "è incredibile quanto sia stronza. E' proprio te da piccola"
Princess: "cugina L. mi stai, per caso e nemmeno troppo velatamente, dando della stronza?"
Cugina L: "ma figurati. Era per dire"
Bene.
Vista la non voluta affinità con la "piccola infame" io, fin dai suoi primi
Ma poi è arrivata quella conversazione telefonica.
A chiamarmi, ovviamente, non fu lei ma il primogenito F. che è, sì, pazzo da legare ma anche tanto coccoloso, amoroso, teneroso e un sacco di altri oso.
Driiin driiin
"ciao zia!"
"ciao amore come stai?"
"bene! e tu?"
"bene. Quando venite a trovarmi?"
"mamma dice presto. Perché ci manchi"
"oh bellodezia... e tua sorella dov'è?"
"te la passo"
...
...
"Catie?"
"..."
"Catieeee?"
"..."
"Caterì!"
"ciao"
"ah finalmente. Ciao tesoro come stai?"
"abbastanza bene"
"abbastanza bene. Bene. Quando vieni dalla zia?"
"non saprei"
ci mancava che mi dicesse una cosa tipo "devo controllare l'agenda"
"beh quando vieni ti preparo la torta al cacao con la panna"
"non la voglio"
"no?"
"no, voglio i cupcakes"
E io, che in fondo sono una personcina dal cuore tenero, sono andata pure a comprare gli stampini.
Quando la piccola stronzetta mi ha onorato della sua presenza i cupcosi erano in bella mostra sul tavolo della cucina.
"grazie ma io preferirei pane e nutella"
tuttasuzia
lunedì 18 febbraio 2013
Una tipa sportiva
La motivazione è essenziale per fare sport.
"Lazzara alzati e vieni a correre con me"
"Sister, io ti voglio bene, ma le 9 e mezzo di sabato mattina non esistono. E' solo un brutto sogno, torna a dormire"
Un'ora dopo, col fiatone, un paio di ridicoli leggings rosa confetto, adatti alla danza non certo alla corsa, un fermacapelli rosso, un felpone blu elettrico, la faccia incazzata e la speranza che nessuno di mia conoscenza mi vedesse in quello stato, mi chiedevo se nell'arco della mia vita riuscirò mai a far capire alla Sister che "no" significa "no" e non "passo a prenderti tra un'ora e se non sei vestita ti faccio uscire col pigiamone da elfo che indossi".
Mi sono accorta che faceva sul serio, che quella non era la solita scusa per confessare uno dei suoi misfatti, quando al primo accenno di conversazione da gossip lei non ha battuto ciglio. Con una sonora pacca sul mio culo di piombo è schizzata davanti a me e ha detto solo "corri".
Dopo minuti cinque il mio unico desiderio era pomiciare con una bombola d'ossigeno.
"Questa è la dimostrazione che stiamo facendo schifo"
"..."
"Ho deciso che ci iscriviamo in palestra"
"Pa... che?"
"L'istruttore si chiama Maurizio"
"E sti ca..."
"Princess! Corri! Lunedì chiamo"
Così è stato.
E mentre flagellavo il mio ego con frasi tipo:
"anche la Sister ha ceduto allo sport. Faccio pena. Sicuro vuole iscrivermi perché mi si sta allargano il culo e lei non me lo dice"
"ecco, quando sono seduta 'ste cosce sembrano prosciutti. Ora capisco."
"ho il viso a palla e la panza. Voglio morire. Oggi a mensa solo insalata sìsì"
lei mi manda la foto di Maurizio su WhatsApp, con faccina innamorata annessa e il seguente messaggio:
"Piacere, sono il tuo nuovo istruttore. E tu aiuterai la tua Sister a farmi innamorare di lei"
Addominale scolpito, colorito da abbonamento semestrale alle lampados, denti bianchissimi, sopracciglia curate, sguardo da trota.
Io la Sister un po' la odio, un po' mi fa paura.
La motivazione è essenziale per fare sport.
La motivazioneper ucciderla per fare sport c'è.
"Lazzara alzati e vieni a correre con me"
"Sister, io ti voglio bene, ma le 9 e mezzo di sabato mattina non esistono. E' solo un brutto sogno, torna a dormire"
Un'ora dopo, col fiatone, un paio di ridicoli leggings rosa confetto, adatti alla danza non certo alla corsa, un fermacapelli rosso, un felpone blu elettrico, la faccia incazzata e la speranza che nessuno di mia conoscenza mi vedesse in quello stato, mi chiedevo se nell'arco della mia vita riuscirò mai a far capire alla Sister che "no" significa "no" e non "passo a prenderti tra un'ora e se non sei vestita ti faccio uscire col pigiamone da elfo che indossi".
Mi sono accorta che faceva sul serio, che quella non era la solita scusa per confessare uno dei suoi misfatti, quando al primo accenno di conversazione da gossip lei non ha battuto ciglio. Con una sonora pacca sul mio culo di piombo è schizzata davanti a me e ha detto solo "corri".
Dopo minuti cinque il mio unico desiderio era pomiciare con una bombola d'ossigeno.
"Questa è la dimostrazione che stiamo facendo schifo"
"..."
"Ho deciso che ci iscriviamo in palestra"
"Pa... che?"
"L'istruttore si chiama Maurizio"
"E sti ca..."
"Princess! Corri! Lunedì chiamo"
Così è stato.
E mentre flagellavo il mio ego con frasi tipo:
"anche la Sister ha ceduto allo sport. Faccio pena. Sicuro vuole iscrivermi perché mi si sta allargano il culo e lei non me lo dice"
"ecco, quando sono seduta 'ste cosce sembrano prosciutti. Ora capisco."
"ho il viso a palla e la panza. Voglio morire. Oggi a mensa solo insalata sìsì"
lei mi manda la foto di Maurizio su WhatsApp, con faccina innamorata annessa e il seguente messaggio:
"Piacere, sono il tuo nuovo istruttore. E tu aiuterai la tua Sister a farmi innamorare di lei"
Addominale scolpito, colorito da abbonamento semestrale alle lampados, denti bianchissimi, sopracciglia curate, sguardo da trota.
Io la Sister un po' la odio, un po' mi fa paura.
La motivazione è essenziale per fare sport.
La motivazione
venerdì 15 febbraio 2013
White
Lei pensò che una vita intera probabilmente non le sarebbe bastata per dimenticare certi momenti.
E pure per capirli.
Come quella volta in cui lui la accompagnò alla stazione più vicina della metropolitana. Era un venerdì. E lei, da quella macchina, non sarebbe voluta scendere.
Le costò un certo sforzo non richiudere la portiera e dire una cosa qualsiasi tipo "portami via".
E ci mise un bel po' di tempo per scendere le scale che l'avrebbero portata al treno.
Decise di aspettare 5 minuti, lì sotto, di fronte alla cartoleria, con la faccia rivolta al corridoio di entrata, a destra delle scale e con la certezza che lui, lì sopra, avrebbe atteso, probabilmente, per lo stesso tempo che lei tornasse indietro.
Sapeva che lui non sarebbe sceso, perché temeva, forse, di invadere il suo spazio e sapeva pure che lei non sarebbe risalita perché temeva, forse, tutto il resto.
Il bianco contiene tutti i colori dello spettro elettromagnetico. E' un po' come dire che è solo potenziale.
E' un po' come dire che è il colore delle occasioni mancate.
E pure per capirli.
Come quella volta in cui lui la accompagnò alla stazione più vicina della metropolitana. Era un venerdì. E lei, da quella macchina, non sarebbe voluta scendere.
Le costò un certo sforzo non richiudere la portiera e dire una cosa qualsiasi tipo "portami via".
E ci mise un bel po' di tempo per scendere le scale che l'avrebbero portata al treno.
Decise di aspettare 5 minuti, lì sotto, di fronte alla cartoleria, con la faccia rivolta al corridoio di entrata, a destra delle scale e con la certezza che lui, lì sopra, avrebbe atteso, probabilmente, per lo stesso tempo che lei tornasse indietro.
Sapeva che lui non sarebbe sceso, perché temeva, forse, di invadere il suo spazio e sapeva pure che lei non sarebbe risalita perché temeva, forse, tutto il resto.
Il bianco contiene tutti i colori dello spettro elettromagnetico. E' un po' come dire che è solo potenziale.
E' un po' come dire che è il colore delle occasioni mancate.
giovedì 14 febbraio 2013
"Il mezzo è il messaggio"
Nei giorni successivi l'elezione a pontefice di Karol Wojtyła iniziò a circolare una leggenda metropolitana che lo voleva protagonista di segrete fughe notturne dal Vaticano compiute nell'intento di mescolarsi ai suoi fedeli per conoscerli a fondo, contando sul suo momentaneo anonimato.
Bene. Se vi dovesse capitare di vedere una tipa con la tiara, la puzza sotto il naso e l'aria da Princess dallo sbuffo facile sappiate che quella sono io. Ho deciso di imitare il papa (del resto pure i reali sono di discendenza divina, no?) mescolandomi ai miei adorati sudditi e immergendomi nel fantastico mondo di mezzi pubblici romani.
Insomma, visto l'allerta meteo a giorni alterni, Alemanno perennemente pronto con la pala, l'autostrada che mi comunica il pericolo neve, l'era glaciale 1,2,3 e 4 e, soprattutto, visto che ho rischiato la pelle a causa del ghiaccio già una volta e la lezione mi è bastata, ho deciso, quando i turni di lavoro me lo consentono, di lasciare la Polly Princess-mobile a risposo e prendere i mezzi. Nonostante io abiti nella provincia di Monculo, il mio posto di lavoro sia sito in Monculo e, per raggiungerlo, io debba passare per il centro città, lontano da Monculo, lontanissimo dalla provincia. Cioè arrivo in centro e poi TORNO INDIETRO. Ma vabbè.
Premetto che sono una sovrana piuttoso tollerante con quella che viene chiamata gente comune. Non mi urtano i discorsi degli altri, la condivisione di un minuscolo spazio vitale, le attese. Sui mezzi sono anche in grado di rilassarmi e fare quello che altrimenti non avrei tempo e modo di fare. Leggere, ascoltare musica, farmi le seghe mentali.
Però.
C'è sempre il però. Senza il però questo post non avrebbe senso.
Ci sono tre categorie di viaggiatori che mi scuotono il sistema nervoso. Che mi incitano alla violenza. Che mi mandano in pappa le sinapsi.
Precisamente:
1. Gli ansiosi. Sono quelli votati alla standing ovation. Perenne. Non si siedono nemmeno quando la loro fermata è il capolinea. Fissano la porta come se dall'altra parte li attendesse Bar Rafaeli in perizoma o Johnny Deep vestito da Jack Sparrow. Se, come spesso accade, tu sei entrato a spintoni, hai la schiena poggiata sul vetro e le falangi che carezzano il palo centrale sono l'unico modo che hai per restare in un equilibrio sempre troppo precario, a loro non interessa. Loro devono assicurarsi che il tratto postazione-porta sia libero. E iniziano a fissarti come se gli avessi scippato la nonna. In prossimità della loro fermata la frase "scende alla prossima?" sarà la vostra rovina. Il signficato occulto è "togliti dalle palle, io devo scendere, devo salvare vite, io rischio di restare intrappolato per sempre nei sotterranei di Roma per colpa tua, io ti denuncio per sequestro di persona". E tu ci provi a fargli capire che se nel momento in cui pronunciano la frase tu togliessi di mezzo il braccio che ti permette di restare in piedi finiresti per terra, trascinandoti dietro mezzo treno. Inutile. Ci provi a fargli capire che stai solo attendendo che il treno si fermi, che passi il momento rinculo, estremamente pericoloso, che segue la frenata e poi, in un secondo scarso, toglierai il braccio per farli passare. No, a loro non interessa. Loro devono avere la traiettoria libera. Tu puoi pure morire sotto le rotaie, stronzo.
2. I liceali. Categoria spesso innocua, vero. Si muovono in gruppo, spesso intorno al mattatore, protagonista, buffone di corte. I decibel che le loro corde vocali sono in grado di raggiungere superano di gran lunga quelli prodotti dai rumori circostanti e occupano, in cinque, tre quarti del vagone ma, fin qui, il fastidio è limitato. Il problema sorge nel momento in cui iniziano a fissarti, violando quel comodo rituale chiamato disattenzione civile. E tu senti puzza di provolaggine. Nel momento in cui vedi quello sguardo, quello da ormone neo-sviluppato, quello tipico del 14enne che ha appena scoperto le gioie del porno, posato su di te capisci di essere fottuta. Io, per esempio, inizio a pensare che avrei dovuto indossare le perle ereditate da Nonna R. che fanno tanto 30enne per bene. Un liceale non ci prova mica con una 30enne per bene. Ma con una con la faccia da ragazzina sì. E io sono quella che è stata presa per una 18enne neopatentata dall'ex propritaria di Polly e che si è gustata la sua faccia da merluzzo quando le ha confessato di avere 28 anni e dover rinnovare la patente ad Aprile. Ergo non ho scampo. Se non con le perle di Nonna R.
3. Le nuvole verdi. Il loro ultimo incontro con l'acqua risale ai tempi in cui ci si lavava nel fiume e di notte si faceva pipì negli urinali. In compenso hanno fatto degli incontri ravvicinati del terzo tipo con cipolla e aglio la loro filosofia di vita. E siedono vicino a te, sempre.
Bene. Se vi dovesse capitare di vedere una tipa con la tiara, la puzza sotto il naso e l'aria da Princess dallo sbuffo facile sappiate che quella sono io. Ho deciso di imitare il papa (del resto pure i reali sono di discendenza divina, no?) mescolandomi ai miei adorati sudditi e immergendomi nel fantastico mondo di mezzi pubblici romani.
Insomma, visto l'allerta meteo a giorni alterni, Alemanno perennemente pronto con la pala, l'autostrada che mi comunica il pericolo neve, l'era glaciale 1,2,3 e 4 e, soprattutto, visto che ho rischiato la pelle a causa del ghiaccio già una volta e la lezione mi è bastata, ho deciso, quando i turni di lavoro me lo consentono, di lasciare la Polly Princess-mobile a risposo e prendere i mezzi. Nonostante io abiti nella provincia di Monculo, il mio posto di lavoro sia sito in Monculo e, per raggiungerlo, io debba passare per il centro città, lontano da Monculo, lontanissimo dalla provincia. Cioè arrivo in centro e poi TORNO INDIETRO. Ma vabbè.
Premetto che sono una sovrana piuttoso tollerante con quella che viene chiamata gente comune. Non mi urtano i discorsi degli altri, la condivisione di un minuscolo spazio vitale, le attese. Sui mezzi sono anche in grado di rilassarmi e fare quello che altrimenti non avrei tempo e modo di fare. Leggere, ascoltare musica, farmi le seghe mentali.
Però.
C'è sempre il però. Senza il però questo post non avrebbe senso.
Ci sono tre categorie di viaggiatori che mi scuotono il sistema nervoso. Che mi incitano alla violenza. Che mi mandano in pappa le sinapsi.
Precisamente:
1. Gli ansiosi. Sono quelli votati alla standing ovation. Perenne. Non si siedono nemmeno quando la loro fermata è il capolinea. Fissano la porta come se dall'altra parte li attendesse Bar Rafaeli in perizoma o Johnny Deep vestito da Jack Sparrow. Se, come spesso accade, tu sei entrato a spintoni, hai la schiena poggiata sul vetro e le falangi che carezzano il palo centrale sono l'unico modo che hai per restare in un equilibrio sempre troppo precario, a loro non interessa. Loro devono assicurarsi che il tratto postazione-porta sia libero. E iniziano a fissarti come se gli avessi scippato la nonna. In prossimità della loro fermata la frase "scende alla prossima?" sarà la vostra rovina. Il signficato occulto è "togliti dalle palle, io devo scendere, devo salvare vite, io rischio di restare intrappolato per sempre nei sotterranei di Roma per colpa tua, io ti denuncio per sequestro di persona". E tu ci provi a fargli capire che se nel momento in cui pronunciano la frase tu togliessi di mezzo il braccio che ti permette di restare in piedi finiresti per terra, trascinandoti dietro mezzo treno. Inutile. Ci provi a fargli capire che stai solo attendendo che il treno si fermi, che passi il momento rinculo, estremamente pericoloso, che segue la frenata e poi, in un secondo scarso, toglierai il braccio per farli passare. No, a loro non interessa. Loro devono avere la traiettoria libera. Tu puoi pure morire sotto le rotaie, stronzo.
2. I liceali. Categoria spesso innocua, vero. Si muovono in gruppo, spesso intorno al mattatore, protagonista, buffone di corte. I decibel che le loro corde vocali sono in grado di raggiungere superano di gran lunga quelli prodotti dai rumori circostanti e occupano, in cinque, tre quarti del vagone ma, fin qui, il fastidio è limitato. Il problema sorge nel momento in cui iniziano a fissarti, violando quel comodo rituale chiamato disattenzione civile. E tu senti puzza di provolaggine. Nel momento in cui vedi quello sguardo, quello da ormone neo-sviluppato, quello tipico del 14enne che ha appena scoperto le gioie del porno, posato su di te capisci di essere fottuta. Io, per esempio, inizio a pensare che avrei dovuto indossare le perle ereditate da Nonna R. che fanno tanto 30enne per bene. Un liceale non ci prova mica con una 30enne per bene. Ma con una con la faccia da ragazzina sì. E io sono quella che è stata presa per una 18enne neopatentata dall'ex propritaria di Polly e che si è gustata la sua faccia da merluzzo quando le ha confessato di avere 28 anni e dover rinnovare la patente ad Aprile. Ergo non ho scampo. Se non con le perle di Nonna R.
3. Le nuvole verdi. Il loro ultimo incontro con l'acqua risale ai tempi in cui ci si lavava nel fiume e di notte si faceva pipì negli urinali. In compenso hanno fatto degli incontri ravvicinati del terzo tipo con cipolla e aglio la loro filosofia di vita. E siedono vicino a te, sempre.
mercoledì 13 febbraio 2013
Brown
Lei occhi di un marrone così pieno non li aveva visti mai.
Quando lui si voltò per farle una battuta quella fu la prima cosa che notò.
E poi pensò che sarebbero andati d'accordo, loro due.
Perché lei aveva un debole per le persone così.
Per quelli con la battuta pronta.
Per quelli che ti mettono in imbarazzo, quasi fosse una sfida a far uscire fuori il tuo caratterino di merda. Perché l'hanno capito che la timidezza è uno scudo di cartapesta. Che quello che c'è sotto è divertente. E perché il caratterino di merda ai tipi come lui, in fondo, piace.
Quando le disse per la prima volta che la trovava bella lei, quegli occhi di un marrone così pieno, li evitò.
Perché va bene il caratterino di merda, ma farsi vedere imbarazzate, quello no. Quello mai. Perché lei i complimenti li riceveva spesso. E che differenza poteva mai esserci nella parola "bella" detta da lui?
Quando gli disse "mi sono innamorata" lei, i suoi occhi, li chiuse. Perché lo scudo è di cartapesta ma sempre di scudo si tratta. E se la bocca la tradisce lei chiude gli occhi. Lo fa sempre. Per ogni confessione.
Quindi, lei, l'espressione degli occhi di lui, quella che avevano in quel momento, non la conosce. Ma nella sua testa riaffiorò l'immagine vecchia di due anni. Quella in cui lui si gira per farle una battuta. Quella in cui lei pensa che occhi di un marrone così pieno non li aveva visti mai.
Quando lui si voltò per farle una battuta quella fu la prima cosa che notò.
E poi pensò che sarebbero andati d'accordo, loro due.
Perché lei aveva un debole per le persone così.
Per quelli con la battuta pronta.
Per quelli che ti mettono in imbarazzo, quasi fosse una sfida a far uscire fuori il tuo caratterino di merda. Perché l'hanno capito che la timidezza è uno scudo di cartapesta. Che quello che c'è sotto è divertente. E perché il caratterino di merda ai tipi come lui, in fondo, piace.
Quando le disse per la prima volta che la trovava bella lei, quegli occhi di un marrone così pieno, li evitò.
Perché va bene il caratterino di merda, ma farsi vedere imbarazzate, quello no. Quello mai. Perché lei i complimenti li riceveva spesso. E che differenza poteva mai esserci nella parola "bella" detta da lui?
Quando gli disse "mi sono innamorata" lei, i suoi occhi, li chiuse. Perché lo scudo è di cartapesta ma sempre di scudo si tratta. E se la bocca la tradisce lei chiude gli occhi. Lo fa sempre. Per ogni confessione.
Quindi, lei, l'espressione degli occhi di lui, quella che avevano in quel momento, non la conosce. Ma nella sua testa riaffiorò l'immagine vecchia di due anni. Quella in cui lui si gira per farle una battuta. Quella in cui lei pensa che occhi di un marrone così pieno non li aveva visti mai.
martedì 12 febbraio 2013
La Cantastorie
Nel Natale del 1993 alla tenera età di 9 anni, in piedi su una sedia, come si conviene ad una little Princess con l'egocentrismo a palla, comunicai al parentame quello che sarebbe stato del mio futuro. Io avrei fatto la giornalista.
Fu mio nonno a convincermi a parlarne con il resto della mia stramba famiglia perché "fino a quando non le dici, le cose non sono vere". Sempre lui a far precedere l'annuncio reale dal tintinnio della forchetta sui bicchieri buoni di cristallo. Credo che abbia la sua buona dose di responsabilità riguardo il mio sentirmi al centro dell'universo.
Comunque.
Avevo preso l'importante decisione qualche giorno prima. La terribile Maria Antonietta, maestra di italiano delle elementari e incubo di tutti i pargoli under 12, aveva deciso di fare una cosa, per i tempi, innovativa. Leggere il giornale in classe, farci commentare gli articoli e farci scrivere un articolo su un fatto di cronaca. Scrivere mi era sempre piaciuto ma solo in quel momento la piccola Briatore che viveva in me capì che poteva monetizzare la sua passione. Poteva lavorare scrivendo.
Una rivelazione.
Qualche annetto più tardi mi resi conto che le passioni non si vendono. La mie triennale attività di giornalista non fu, certo, un fallimento. I due direttori che hanno avuto l'onore di tenermi nella loro redazione non avrebbero mai voluto me ne andassi e lo stesso Presidente dell'Albo, al momento dell'esame di Stato, si complimentò con me. Ma quella non era la little Princess che voleva fare la giornalista monetizzando la sua passione. Perché, semplicemente, la passione non ce l'aveva più. Anzi, veniva colta da un leggero senso di nausea e scoglionamento quando qualcuno le commissionava argomenti come piani regolatori, sindaci corrotti, consuntivi, elezioni.
Nel natale del 1993, dopo l'annuncio, tornata col sedere sulla sedia, mio nonno all'orecchio mi disse "sarai una brava cantastorie" "giornalista!" "no no, tu sei una cantastorie".
Aveva ragione.
Sono una cantastorie. Lasciate che ve ne racconti qualcuna. Vera o presunta.
Sono una cantastorie. Lasciatemi cantare.
Fu mio nonno a convincermi a parlarne con il resto della mia stramba famiglia perché "fino a quando non le dici, le cose non sono vere". Sempre lui a far precedere l'annuncio reale dal tintinnio della forchetta sui bicchieri buoni di cristallo. Credo che abbia la sua buona dose di responsabilità riguardo il mio sentirmi al centro dell'universo.
Comunque.
Avevo preso l'importante decisione qualche giorno prima. La terribile Maria Antonietta, maestra di italiano delle elementari e incubo di tutti i pargoli under 12, aveva deciso di fare una cosa, per i tempi, innovativa. Leggere il giornale in classe, farci commentare gli articoli e farci scrivere un articolo su un fatto di cronaca. Scrivere mi era sempre piaciuto ma solo in quel momento la piccola Briatore che viveva in me capì che poteva monetizzare la sua passione. Poteva lavorare scrivendo.
Una rivelazione.
Qualche annetto più tardi mi resi conto che le passioni non si vendono. La mie triennale attività di giornalista non fu, certo, un fallimento. I due direttori che hanno avuto l'onore di tenermi nella loro redazione non avrebbero mai voluto me ne andassi e lo stesso Presidente dell'Albo, al momento dell'esame di Stato, si complimentò con me. Ma quella non era la little Princess che voleva fare la giornalista monetizzando la sua passione. Perché, semplicemente, la passione non ce l'aveva più. Anzi, veniva colta da un leggero senso di nausea e scoglionamento quando qualcuno le commissionava argomenti come piani regolatori, sindaci corrotti, consuntivi, elezioni.
Nel natale del 1993, dopo l'annuncio, tornata col sedere sulla sedia, mio nonno all'orecchio mi disse "sarai una brava cantastorie" "giornalista!" "no no, tu sei una cantastorie".
Aveva ragione.
Sono una cantastorie. Lasciate che ve ne racconti qualcuna. Vera o presunta.
Sono una cantastorie. Lasciatemi cantare.
lunedì 11 febbraio 2013
God save the aunt
Sabato scorso abbiamo fatto tardi. Così tardi che le ore piccole avevano compiuto 18 anni. E allora, in barba a qualsivoglia senso della decenza, io, che non sono proprio un'allodola, mi sono presa la libertà di restare sotto le pezze fino all'ora di pranzo di domenica.
Prima che i miei vicini si decidessero a chiamare la Sciarelli ho messo piede fuori dal letto con l'unico rammarico di essermi persa Gordon Ramsey che imprecava contro qualche malcapitato masochista che prima gli chiede aiuto poi sclera davanti le telecamere in piena crisi nervosa al primo insulto carico di turpiloquio. Grazie di esistere, Real Time.
Mentre mi accingevo a consumare una tardiva e solitaria colazione ho fatto una scoperta dall'altissimo valore scientifico: la Nutella ha un qualche misterioso potere reminescente sul mio cervello. Infatti, mentre addentavo il primo morso del cornetto farcito un'illuminazione mi ha colta. Come in un sogno ho rivisto l'Umile Servo che, alzatosi prima di me per partecipare ad una riunione di lavoro, mi ha parlato di... di... di...
ospiti
cazzo, ospiti!
Presa dal panico ho fatto l'unica cosa sensata. Chiamato soccorsi. Dove per soccorsi intendo la Zia Santa. Quella che se non sai ammassare non ti considera una donna dotata di apparato riproduttivo funzionante, quella che non ha un congelatore ma un banco frigo modello megalomane con cui potrebbe sfamare mezz'Africa quella che, in questi casi, ti salva il culo.
In un'ora ho rimediato viveri a sufficienza da beccarmi complimenti del tipo "ma non ti dovevi scomodare così tanto!". E mentre l'Umile Servo rideva sottecchi io, senza pudore alcuno, mi gongolavo vantando le mie doti da casalinga mentre in camera da letto, rigorosamente chiusa a chiave, regnava, incontrastato, il caos.
Prima che i miei vicini si decidessero a chiamare la Sciarelli ho messo piede fuori dal letto con l'unico rammarico di essermi persa Gordon Ramsey che imprecava contro qualche malcapitato masochista che prima gli chiede aiuto poi sclera davanti le telecamere in piena crisi nervosa al primo insulto carico di turpiloquio. Grazie di esistere, Real Time.
Mentre mi accingevo a consumare una tardiva e solitaria colazione ho fatto una scoperta dall'altissimo valore scientifico: la Nutella ha un qualche misterioso potere reminescente sul mio cervello. Infatti, mentre addentavo il primo morso del cornetto farcito un'illuminazione mi ha colta. Come in un sogno ho rivisto l'Umile Servo che, alzatosi prima di me per partecipare ad una riunione di lavoro, mi ha parlato di... di... di...
ospiti
cazzo, ospiti!
Presa dal panico ho fatto l'unica cosa sensata. Chiamato soccorsi. Dove per soccorsi intendo la Zia Santa. Quella che se non sai ammassare non ti considera una donna dotata di apparato riproduttivo funzionante, quella che non ha un congelatore ma un banco frigo modello megalomane con cui potrebbe sfamare mezz'Africa quella che, in questi casi, ti salva il culo.
In un'ora ho rimediato viveri a sufficienza da beccarmi complimenti del tipo "ma non ti dovevi scomodare così tanto!". E mentre l'Umile Servo rideva sottecchi io, senza pudore alcuno, mi gongolavo vantando le mie doti da casalinga mentre in camera da letto, rigorosamente chiusa a chiave, regnava, incontrastato, il caos.
sabato 9 febbraio 2013
Yellow
Ore 03:00 di notte. Sedile posteriore di Polly. Di ritorno da un concerto. Sister è brilla e io, a mio modo, pure.
"Sister?"
"Che c'è?"
"Le emozioni sono a colori, lo sai?"
"Ma va... E di che colore sono?"
"Ognuna ha un colore diverso"
"E il colore della tua emozione qual è?"
"Giallo"
"Sister?"
"Che c'è?"
"Le emozioni sono a colori, lo sai?"
"Ma va... E di che colore sono?"
"Ognuna ha un colore diverso"
"E il colore della tua emozione qual è?"
"Giallo"
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