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lunedì 4 marzo 2013

La Bolla

Inizia sempre con uno sguardo che dura, in media, quattro secondi.
Seguita con un fremito nelle mani che, a seconda dei casi, si manifesta con polpastrelli tarantolati che picchiettano la superficie di un tavolo, con indici che si scontrano, con dita che tormentano qualsiasi cosa gli capiti a tiro, un mazzo di chiavi, il bordo di un bicchiere, un tappo di bottiglia, una penna, un ferma capelli.
Il terzo step è il morso delle pellicine. Quelle odiose, vicino le unghie.
E poi c'è lui.
L'ok.
L'ok che inizia la frase.
E' l'equivalente del fischio d'inizio dell'arbitro in una partita di calcio. Mica una partita qualsiasi. La finale della Coppa del Mondo. Meglio se giocata da due nazioni che covano un atavico odio reciproco. L'equivalente dello squillo di tromba che annuncia una battaglia. Mica una battaglia normale. La battaglia di Verdun. Durata più di una gestazione. L'equivalente del "numero numero..." nel ruba bandiera. Quando sei certo che il numero urlato sarà il tuo.

L'ok che inizia la frase è già una scusa. Vuol dire "so già come la pensi, so già che litigheremo, so già che rimpiangerai il giorno in cui mi hai incontrata ma, scusa, te lo devo dire perché i pesi, se portati in due, gravano meno".

Sto parlando del momento in cui io o la Sister G., dopo non aver potuto fare a meno di compiere una di quelle azioni non rientranti nel comune senso del pudore e della decenza, una di quelle azioni generalmente condannabili da quell'ente astratto chiamato società civile ovvero dopo aver fatto una gran bella cazzata, sentiamo la necessità, impellente, viscerale, di comunicarla. Condividerla. E farci insultare vicendevolmente. Proprio come due Sisters che si amano. Sìsì.

Capitano, poi, i periodi in cui le suddette azioni vengano compiute a raffica.
Capita che le parole non bastino più. Bisognerebbe prendersi, sempre vicendevolmente, a mazzate.
E allora, per evitare il carcere o, semplicemente, un giudizio che peserebbe davvero troppo sulla propria autostima ma, al contempo, usufruire dei vantaggi di una confessione senza conseguenze, di quel senso di leggerezza che solo un segreto svelato può assicurare, ci sia bisogno di un inganno escamotage.

Il nostro si chiama bolla.
Queste le regole.

Prima di una confessione si pronuncia la parolina magica, "bolla", appunto. Seguita, a discrezione, dal gesto. Gli indici che la disegnano virtualmente attorno al corpo, come fosse una protezione invisibile.
Da quell'istante la persona protetta può dire quel che minchia gli pare senza preoccuparsi minimamente della reazione dello sfortunato interlocutore.
Perché, e qui sta il colpo di genio, l'interlocutore non può avere reazioni. Di alcun tipo. No giudizi, no sorrisi, no faccia incazzata, no insulti, no schiaffi, pugni, atti di protesta del tipo "mi alzo sbattendo la porta e non mi rivedrai mai più".

La "bolla" ti consente di lasciarti andare e bypassare tutta la parte prima della confessione scottante. "Ok" compreso.

Una pacchia.

Ma, miei cari, tutto ha dei limiti.
Noi, per esempio, possiamo far ricorso alla bolla una sola volta al mese.
Salvo casi davvero, davvero eccezionali.

La usiamo. Quasi sempre. Quasi tutti i mesi.
Però, certe volte, rinunciamo a questo privilegio pur perfettamente consapevoli delle conseguenze.
Perché abbiamo bisogno di una reazione.
Di qualsiasi tipo.
Anche sorprendente.
Per esempio io, ieri, mi aspettavo uno schiaffo. 
Ho ricevuto un abbraccio.