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lunedì 7 aprile 2014

E vedere di nascosto l'effetto che fa

Disturbo da stress post traumatico: tornare a casa in un paesino di collina leggi clima di merda dopo tre dicotre settimane di mare, sole, lunghe passeggiate, ottimo cibo. Ho l'umore al livello del mantello terrestre e se potessi andrei in giro con un bottone nero sul risvolto della giacca, in segno di lutto.

Esagero? Forse. Ma tornare ad una quotidianità giusto un tantino sono ironica, notatelo complicata sarebbe avvilente per tutti. Figuriamoci per me. 

Siamo ciò che mangiamo ma siamo pure i luoghi in cui viviamo, che visitiamo. Perché strade, porte, muri, case, letti assorbono le nostre emozioni, se ne nutrono per poi metterle in mostra. Diventano specchi attraverso i quali quegli stati d'animo, brutti o belli che siano, ci vengono sbattuti in faccia. All'infinito. 

Così ogni città, ogni gradino, ogni vicolo, ogni scala, ogni muro assumono un particolare significato. E ci rallegrano, ci fanno diventare nostalgici, ci intristiscono. 

Sono partita per la prima volta nella mia vita con poche aspettative. La mia permanenza non è mai stata concepita come una vacanza e, forse, il segreto è stato tutto lì. Volevo vivere in un luogo diverso da questa casa sempre troppo vuota, grande, pulita, in ordine. Questa casa che ha assorbito troppi dolori e pochi bei ricordi. Volevo volti nuovi, nuovi argomenti, nuovi ritmi, nuovi stimoli. Volevo fare un'esperimento, vedere di nascosto l'effetto che fa.

Non siamo solo i luoghi in cui viviamo. Siamo anche i luoghi in cui viviamo.

Le mie crisi, le nostre crisi non sono scomparse in quell'isoletta sperduta ma non troppo. I miracoli avvengono a chi se li merita. E pure a chi ci crede. Ma io sono stata meglio. Quel poco o tanto, dipende da come lo si guarda, che basta per capire che questo paese, questa casa, questa vita non mi rispecchia o, meglio, mi restituisce un'immagine che mi disturba. E' la mia immagine, certo, non intendo rinnegarla ma non è quella che voglio. Non più.

Forse Sciattaman direbbe che scappare in città, trovare un'altra casa, farsi nuovi amici è solo un modo per scappare da se stessi. Forse Sciattaman avrebbe ragione. Ma scappare da se stessi quando 'sto se stessi ti sta profondamente sul cazzo non è mica poi così sbagliato, no?


domenica 8 settembre 2013

La PMA dell'io

Dunque vediamo se ho capito. Ci sono io, poi ci sono io come mi vedete voi, poi ci sono io come credo mi vediate voi. Poi ci sono io come vorrei essere io. Poi ci sono io come sono io.

Uno nessuno e centomila. Pirandello docet.

Un sacco di io. Io a destra e a manca. Io da collezione. 

Ce l'ho, mi manca, ce l'ho, mi manca.

Ecco. 

A me manca quello più importante.

L'io interiore.

Ovvio che non me lo dico da sola, che va bene che penso e penso e penso ma sono così tante le cose a cui penso che pensare all'io no, non c'avevo pensato.

Me l'ha detto Sciattaman.

Che poi io sono una cazzona, lo sapete no? E quando ha nominato st'io interiore io me lo sono collocato tra stomaco e budella. Non sono affatto poetica e a st'io devo stargli un pochino sul cazzo visto che ho scelto per lui la periferia invece, che so, di collocarmelo sul cuore, sul cervello, nelle zone in. Quelle che agli americani piace raffigurare con gabbie intorno agli alberi. 

Pure Mary Poppins docet.

Insomma st'io nasce quando siamo piccini, pare. Il mio non è nato. Cioè io oltre che non essere tanto brava a far nascere bambini non faccio nemmeno nascere gli io.

Un fallimento.

Ma niente panico, dice Sciattaman, che l'io lo facciamo nascere adesso. Con la psicoterapia.

E io ho pensato cazzo esiste pure la procreazione assistita dell'io.

Non me faccio manca' niente. Io.