L'ho visto per l'ultima volta qualche anno fa. Lui non m'ha quasi riconosciuto. E' rimasto a fissarmi chiedendosi se quella mora sorridente e sicura di se fosse davvero quella ragazzina timida, impacciata, riservata che aveva conosciuto lui.
Prima media. Io indossavo ancora maglioni di lana, lunghi e larghi e quegli orridi fuseaux con le staffe sotto i piedi. Io e le mie amiche non sapevamo cosa fosse la moda, l'amore, la poesia, la vita.
Lui ce l'ha insegnato. Perché non è stato un semplice professore di italiano, storia e geografia. E' stato un amico, un confidente, un padre, un maestro.
E ci ha fatto fare tante risate.
Ci ha insegnato a tener duro e che la vita è bella sempre. Pure quando ti ammali e un apparecchio per la dialisi fa quello che il tuo corpo non è più in grado di fare.
Ieri l'abbiamo salutato, nel paese dove è nato, immersi nella nebbia e sotto la pioggia.
Io e le Sisters non abbiamo pianto. Abbiamo riso. E per la prima volta mi sono resa conto che i funerali dovrebbero servire a questo. Ridere ricordando.
Tutto si riduce al bene che facciamo. Tutto si riduce ai bei ricordi.
Questa è stata la sua ultima lezione. Questo il mio ultimo grazie.
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giovedì 13 novembre 2014
lunedì 22 settembre 2014
L'augurio
Ci sono quelli che danno il buongiorno al mondo, che corrono per 12km, che scalano l'Everest, che sono sempre pronti per qualche misteriosa nuova avventura e poi ci sono io, che non svuoto nemmeno la lavastoviglie, mi rifiuto categoricamente di spazzare, perfino di rifare il letto. Perché oggi no, non c'ho voglia, oggi voglio stare spento, come diceva qualcuno.
Siccome però il tempo è tiranno pure quando è vuoto alla fine qualcosa da fare me la trovo sempre. E con la lavastoviglie piena, il letto disfatto, i peli sul pavimento mi sono messa sorpresona! a pensare. Evidentemente non m'ero afflitta a sufficienza visto che colta da malinconia, che vojo dì con l'apatia va a braccetto, ho deciso bene di rovistare tra i faldoni della libreria alla ricerca dei biglietti di auguri inviateci da amici e parenti in occasione delle nostre nozze.
La maggior parte nemmeno li ricordavo.
Ce ne sono di festosi, di spiritosi, di poetici. C'è quello di Lupo Alberto che porta in calce la firma delle Sisters, ci sono parecchie frasi di circostanza, un mare di congratulazioni, i disegni dei miei nipoti strapieni di cuori e faccine sorridenti.
E poi c'è questo:
Il mio preferito.
Lei è una professoressa di italiano e latino. Una di quelle vecchio stampo. Coltissima, rigidissima, a volte sopra le righe. Sempre elegante con le sue collane di corallo appese al collo. E' la professoressa per eccellenza, quella conosciuta solo come tale in paese, quella a cui si ricorre per le ripetizioni di latino a fine anno nonostante sia in pensione, forse, da un ventennio.
Casa sua ha una splendida vista sulla Valle, è piena di fiori, di libri, di quadri. Al centro della grande sala principale c'è un tavolo di legno massiccio circondato da sedie pesanti. Io lì mi ci sono seduta una volta sola. Volevo avere il suo parere sulla mia tesi di laurea.
E' perfetta, non cambiare una virgola.
Mi laureai un mese dopo, con lode.
Vorrei incontrarla ancora, adesso. Vorrei avere il coraggio di presentargli la mia vita e le mie scelte come feci con la mia tesi. Vorrei quasi mi dicesse che questa è la strada giusta, anzi perfetta. Vorrei esser certa, per parola sua, di non aver perso quella bella e vibrante intelligenza. Vorrei avere la stessa costanza, la stessa determinazione che avevo quando lessi quel biglietto la prima volta, sorrisi e pensai:
Lo farò, Prof. Ci puoi scommettere.
Siccome però il tempo è tiranno pure quando è vuoto alla fine qualcosa da fare me la trovo sempre. E con la lavastoviglie piena, il letto disfatto, i peli sul pavimento mi sono messa sorpresona! a pensare. Evidentemente non m'ero afflitta a sufficienza visto che colta da malinconia, che vojo dì con l'apatia va a braccetto, ho deciso bene di rovistare tra i faldoni della libreria alla ricerca dei biglietti di auguri inviateci da amici e parenti in occasione delle nostre nozze.
La maggior parte nemmeno li ricordavo.
Ce ne sono di festosi, di spiritosi, di poetici. C'è quello di Lupo Alberto che porta in calce la firma delle Sisters, ci sono parecchie frasi di circostanza, un mare di congratulazioni, i disegni dei miei nipoti strapieni di cuori e faccine sorridenti.
E poi c'è questo:
Il mio preferito.
Lei è una professoressa di italiano e latino. Una di quelle vecchio stampo. Coltissima, rigidissima, a volte sopra le righe. Sempre elegante con le sue collane di corallo appese al collo. E' la professoressa per eccellenza, quella conosciuta solo come tale in paese, quella a cui si ricorre per le ripetizioni di latino a fine anno nonostante sia in pensione, forse, da un ventennio.
Casa sua ha una splendida vista sulla Valle, è piena di fiori, di libri, di quadri. Al centro della grande sala principale c'è un tavolo di legno massiccio circondato da sedie pesanti. Io lì mi ci sono seduta una volta sola. Volevo avere il suo parere sulla mia tesi di laurea.
E' perfetta, non cambiare una virgola.
Mi laureai un mese dopo, con lode.
Vorrei incontrarla ancora, adesso. Vorrei avere il coraggio di presentargli la mia vita e le mie scelte come feci con la mia tesi. Vorrei quasi mi dicesse che questa è la strada giusta, anzi perfetta. Vorrei esser certa, per parola sua, di non aver perso quella bella e vibrante intelligenza. Vorrei avere la stessa costanza, la stessa determinazione che avevo quando lessi quel biglietto la prima volta, sorrisi e pensai:
Lo farò, Prof. Ci puoi scommettere.
lunedì 2 giugno 2014
Dacci il nostro bit quotidiano
C'era una volta la telefonata a casa.
Di quelle io ne ho ricevute poche. Godevo della libertà d'avere un telefono fisso in camera mia ma ero terrorizzata dalla possibilità che qualcuno, nelle altre stanze, potesse alzare le cornetta ed ascoltare conversazioni che a dodici anni ti sembrano troppo peccaminose perché mamma e papà le ascoltino ed ora sembrano, semplicemente, ingenue.
Poi sono arrivati gli essemmesse.
Costavano tanto, all'inizio. Così, negli anni '90, si usavano solo per comunicazioni urgenti o per qualche audace ti amo. Che era una dichiarazione d'amore forte. Significava ho speso dieci centesimi usando solo cinque dei centosessanta caratteri a mia disposizione solo per dirti che ti amo. Insomma, se facevi una cosa così eri cotta, persa, catturata. Io il mio primo sms con su scritto solo ti amo lo ricevetti da A. Tornavo a casa da scuola e avevo questo gioiellino qui:
Lo ricordo ancora con affetto e nostalgia. Aveva caratteri così grandi che quel ti amo mi parve urlato al mondo intero. Ah, il romanticismo adolescenziale. Ci bastava davvero poco per essere felici.
In alternativa al messaggio, quando si era a corto di quattrini, c'era lo squillo. Una bizzarra e assurda modalità di comunicazione. Significava, nella stragrande maggioranza dei casi ti sto pensando oppure era una sorta di ricevuta di ritorno, qualcosa tipo ho ricevuto e letto il tuo messaggio, va bene quel che hai detto. A. in un giorno solo me ne faceva in media 25, ne sono certa perché una volta li contai ed annotai il valore su qualche Smemo. Non riesco ancora a capire come abbia fatto a lasciarmi. Dico, 25 squilli erano un'enormità, io ne andavo fiera. Poi fu la volta delle parole attaccate e degli acronimi. Tvumnb era il più gettonato tra le amiche. Si faceva di tutto pur di concentrare sentimenti, pettegolezzi, dichiarazioni, concetti astratti, seghe mentali e litigi in quei pochi spazi consentiti da un costo moderato. Arrivarono le prime Summer Card. Quando la Vodafone si chiamava Omnitel, in pubblicità c'era Megan Gale e la colonna sonora era questa:
Cento sms al giorno, un'enormità. Certe volte, però, manco bastavano. E allora s'aspettava la mezzanotte, per ricominciare. Gli sms c'hanno fatto scoprire i vantaggi della conversazione asincrona. E, soprattutto, c'hanno dato il coraggio di osare. Perché in un sms non ti trema la voce, lui non vede che arrossisci ad un suo complimento, non balbetti, non ti sudano le mani, non ti imbarazzi. Scrivi e premi invio. E se proprio non ce la fai ad aspettare la risposta imposti la suoneria in modalità silenziosa, capovolgi lo schermo e ti imponi di guardarlo solo dopo qualche ora, o qualche minuto. La gioia o la delusione t'aspettavano silenziose, sotto quello schermo, dettate dalla presenza o dall'assenza d'una letterina.
Infine fu WhatsApp. Ciao limiti, ciao comunicazione asincrona, ciao intimità. Siamo sempre connessi, sempre raggiungibili, sempre controllati e, soprattutto, possiamo sempre controllare. Ha visualizzato ma ancora non risponde. Il cruccio delle nuove generazioni.
Quando non mi rode il culo quindi, generalmente, non troppo spesso, sono nostalgica, romantica e sentimentale però non mi sentirete mai dire cose tipo era meglio quando i cellulari non esistevano. Parte della mia vita l'ho passata con lo sguardo basso, fisso su uno schermo, parte delle mie emozioni sono state filtrate dai bit. E lo sono ancora. I miei ricordi sono fatti anche di sms, mail, conversazioni su WhatsApp, videochiamate su Skype.
Anche ma non solo.
Gli smartphone non sono l'apocalisse. Sono un'opportunità. Fate in modo che al messaggio segua sempre un incontro. E fate in modo che durante quell'incontro il cellulare sia spento.
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