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giovedì 27 febbraio 2014

Go ahead

Lui la stava aspettando in macchina, al caldo e col motore acceso. Ho immaginato il profumo dolciastro di dopobarba, gel e Arbe Magique. Guardava insistentemente lo specchietto retrovisore, lei, chiaramente, era in ritardo. Nei suoi occhi non c'era la trepidazione da primo appuntamento ma era comunque ansioso di vederla. Ho immaginato fosse uno di quegli appuntamenti che cadono nel mezzo di una storia d'amore. Quando sai già cosa ordinerà a cena, conosci il sapore delle sue labbra ma non sei ancora stanco di guardarla sorridere, ne di perderti nei suoi occhi, ne di ascoltare la sua voce.

Io passeggiavo in tuta sotto casa, col cane al guinzaglio e il capello ribelle costretto in una codina alta. E mi sono lasciata rapire, ancora una volta, da quel sentimento che un tempo veniva usato come sinonimo di depressione: la malinconia.

Lui non era più il moretto col capello impiastrato di gel. Era il biondo scuro, gli occhi nocciola e il naso a patata di cui mi sono innamorata. Lei non era più la biondina riccia dagli occhi marroni. Lei ero io. Mora, occhio verde, ombretto scuro, tanto rimmel, tante cose da raccontare a lui.

Sono tornata a casa incazzata. No, non ero invidiosa di quella giovane coppia e della loro uscita. Magari quella sera avranno pure litigato. Ero incazzata con me. Con la mia nostalgia di 30enne che si finge 90enne in fin di vita. Col mio categorico rifiuto di andare avanti.

Sono stanca del passato, sono stanca di rincorrere eventi che non accadranno mai più, sono stanca d'esser delusa del mio presente. Sono stanca di piangermi addosso.

Devo andare avanti.

sabato 18 gennaio 2014

Il mondo è mio

Se chiudo gli occhi indosso un tailleur nero, tacchi alti, camicia bianca. Ascolto il suono d'un passo deciso. Vedo la mia immagine riflessa nello specchio d'un ascensore, sicurezza, serenità, determinazione. Sorrido.

Se chiudo gli occhi odo la voce d'un vecchio professore, lo vedo in piedi davanti a me che stringe tra le mani rugose un foglio bianco, le mie dita intrecciate, l'attesa d'un numero, la gioia, l'incredulità ma allora valgo davvero qualcosa. Lo sguardo orgoglioso del mio relatore, quello lucido e commosso di mia madre. 

Se chiudo gli occhi sono a Capo da Roca, sulle rive della Senna, davanti la cattedrale di san Vito, nei mercati di Varsavia, dentro il Palazzo d'Inverno, mangio fish and chips, parlo inglese, stringo mani. Vedo le luci di Times Square, ascolto il tuono delle cascate del Niagara, i viali alberati di D.C, Philadelphia, lunghi viaggi in bus, le nuvole e le Alpi da un oblò, la pressione sulla testa d'un decollo. Volare. 

Se chiudo gli occhi sento ancora un velo fissato sulla nuca, tira mentre cammino. Il braccio forte di mio padre. Rose bianche. Sei bellissima. Il tuo sguardo. Il mio ciao! 

Se chiudo gli occhi sono seduta sul pavimento di casa nostra, gambe incrociate. Canto, prendo misure, appendo quadri, musica ad alto volume. Ti guardo, lo stiamo facendo davvero?

Se chiudo gli occhi lui è lì. Una sfera schiacciata ai poli e rigonfia all'equatore. Piccolo eppur immenso. Vario e sempre uguale a se stesso. 

Se chiudo gli occhi io lo vedo ancora lì. Il mondo. Nella mia mano.