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lunedì 2 settembre 2013

Elogio dell'ozio

Il punto è che ci crediamo immortali e invincibili. Ci trinceriamo dietro a slogan logori e ipocriti come io ce la posso fare. Pensiamo di essere immuni allo stress, alla stanchezza, allo sconforto. Proiettiamo le nostre energie verso obiettivi pretenziosi, come la felicità. Come riaverla, soprattutto.
Tratteniamo il fiato e ci immergiamo, ignari, speranzosi ed equipaggiati per la battaglia, nel mare dei nostri problemi. Restiamo così, convinti di avere sufficiente aria nei polmoni, per tanto tempo. Troppo. Fino a quando non sentiamo bisogno d'ossigeno. Così iniziamo a riemergere, senza fretta, un po' per volta e impariamo a boccheggiare, facendo piccole scorte d'aria fin quando nemmeno quelle bastano più. E tiriamo fuori la testa, osservando la bellezza della terra ferma, del mondo che, imperterrito, è andato avanti mentre noi, sott'acqua, trattenevamo il respiro.

La mia boccata d'ossigeno è stata questa vacanza.



Non ho preteso nulla da me stessa, ho lasciato che fosse il mio corpo a dettar legge a decidere i ritmi ad assecondare i bisogni. 

Ho spento la sveglia, pranzato a sera inoltrata, letto libri che da troppo tempo reclamavano attenzione e accumulavano polvere sul mio comodino.



Ho giocato coi sassi pensando a un piede piccolo, di una Lei. Io, che ho sempre fermamente creduto che mio figlio sarebbe stato maschio, con quella consapevolezza della ragione, ho invece visto l'esatto profilo e gli occhi tondi di mia figlia. Come se esistesse già. Come se stesse solo aspettando che sua madre le dia la possibilità di essere vergognosamente felice.



Mi sono goduta la lentezza. La simmetria dei sassi tondi su uno sfondo marittimo.




Il vento tra gli ombrelloni.




La vita leggera. 

La vita come dovrebbe essere.