Tratteniamo il fiato e ci immergiamo, ignari, speranzosi ed equipaggiati per la battaglia, nel mare dei nostri problemi. Restiamo così, convinti di avere sufficiente aria nei polmoni, per tanto tempo. Troppo. Fino a quando non sentiamo bisogno d'ossigeno. Così iniziamo a riemergere, senza fretta, un po' per volta e impariamo a boccheggiare, facendo piccole scorte d'aria fin quando nemmeno quelle bastano più. E tiriamo fuori la testa, osservando la bellezza della terra ferma, del mondo che, imperterrito, è andato avanti mentre noi, sott'acqua, trattenevamo il respiro.
Non ho preteso nulla da me stessa, ho lasciato che fosse il mio corpo a dettar legge a decidere i ritmi ad assecondare i bisogni.
Ho spento la sveglia, pranzato a sera inoltrata, letto libri che da troppo tempo reclamavano attenzione e accumulavano polvere sul mio comodino.
Ho giocato coi sassi pensando a un piede piccolo, di una Lei. Io, che ho sempre fermamente creduto che mio figlio sarebbe stato maschio, con quella consapevolezza della ragione, ho invece visto l'esatto profilo e gli occhi tondi di mia figlia. Come se esistesse già. Come se stesse solo aspettando che sua madre le dia la possibilità di essere vergognosamente felice.
La vita leggera.
La vita come dovrebbe essere.
