Lo studio è piccolo, probabilmente ricavato da un grande stanzone. C'è un divano bianco di pelle a due posti che deve esser stato oggetto di divertimento per più di un gatto. Sopra troneggiano i faccioni sorridenti e colorati della diva per eccellenza, Marylin Monroe. Quel quadro l'ha voluto mia moglie, dice lui, serve solo a coprire una macchia d'umidità, non scandalizzarti, sorride. Sulla parete di fronte due quadri di un artista amico della famiglia di mio zio, marito della sorella di mio padre e suo cugino carnale. E' l'unica connessione evidente della parentela. Nessuna somiglianza tra i due.
L'aria passa attraverso una lunga finestra che da su un cortile interno la cui vegetazione rigogliosa e un po' incolta mi ricorda il giunglino. La tenda è semistrasparente e svolazza nella corrente.
I libri sono accatastati uno sull'altro, sopra una sorta di ampia mensola ricavata dal controsoffitto e provvista di faretti. Nomi ridondanti e autori a me sconosciuti. Qualche consonante di troppo sul dorso di una ventina di libri mi ha fatto azzardare un anche io amo la letteratura russa, sa?. Lui ha sorriso di nuovo e ha imputato ancora alla consorte la colpa di qualche Bukowsky di troppo. Sempre meglio di Moccia, dico io.
La porta a soffietto non si chiude bene e il tavolino basso, di fianco al divano è pieno di agende, fogli di carta scribacchiati, qualche caramella, due bicchieri e una brocca d'acqua naturale.
La forma non è tutto.
Lui siede su una poltroncina nera, davanti al divano. In braccio ha un cagnetto marrone, faccia simpatica, occhi tondi e orecchie grandi. Abbaia in continuazione quando lui si alza o si allontana. L'abbiamo preso in un canile, racconta, è stato maltrattato da piccolo, per questo è aggressivo. Gli carezzo le testa e mi siedo.
Cominciamo. Suona come un ordine ma mi va bene.
Mi siedo e inizio a parlare. Di me, di mio padre, di noi, di mio suocero, di un matrimonio martoriato dagli eventi, della mia ipocondria, dei miei figli, quelli che non vengono, quelli che pare non mi vogliano. Parlo dell'angoscia che sento quando mi sveglio, parlo degli incubi e del fiato corto. Di pensieri bui, di pianti, di apatia.
Cosa vuoi ottenere alla fine del percorso, Princess?
La serenità che ho perso. Perchè io, dottore, questo male oscuro lo odio, con tutta me stessa. Lo voglio schiacciare, perché ho tanta voglia di vivere.
Ho iniziato una psicoterapia. Perché me lo devo e lo devo a loro: i miei futuri figli. Che se continuo così non verranno mai e io, invece, li voglio tanto, ancora.