giovedì 15 agosto 2013

Sua Altezza tra le altezze

Per una che vive da sempre a 500 mt sul livello del mare, col Gran Sasso a un tiro di schioppo, una fauna variegata che conta anche qualche volpe e una flora altrettanto ricca, la vacanza in montagna non è vacanza. Viene etichettata con un e te devi fa'  600 km pe' vede la neve e le vacche? Ce n'hai tante qua.

Si cerca sempre quel che non si ha a portata di mano. Nel mio caso, quindi, il mare. Non essendo, però, una grande estimatrice di caldo, salsedine e sabbia nelle mutande, a meno che non abbia raggiunto tale livello di esaurimento nervoso da concepire la vacanza svacco totale sul lettino-crema solare-rumore delle onde, come l'unica possibile, ho sempre preferito le città europee. Praga, Parigi, San Pietroburgo, Londra, Vienna e così via.

Il lavoro fuori porta dell'USI è stata, quindi, per me, un'occasione per respirare un'aria fina diversa da quella in cui vivo.

Passo del Tonale non da il meglio di se in estate essendo una località prettamente sciistica ma le montagne son sempre quelle e le escursioni non deludono. Due seggiovie, la seconda risalente all'anno della mia nascita e giusto un po' inquietante per una a cui piace sentire sempre qualche forma di sostegno sotto i piedi, ci hanno portati dritti dritti sul Presena, 3mila metri, 10 gradi, tanta neve e una vista spettacolare sulla vallata sottostante.



Oltrepassando il confine trentino verso la Lombardia abbiamo visitato Ponte di Legno. Poco meno di 2mila anime, un piccolo centro considerato la capitale dell'Alta Valle Camonica. D'estate offre percorsi in bici nei parchi nazionali dello Stelvio e dell'Adamello. Visto il poco tempo a disposizione noi, sempre con le chiappe sulla seggiovia che si sà io e lo sport stamo litigati, abbiamo raggiunto il corno d'Aola passando per il Valbione.




Stare a contatto con la natura mi è sempre piaciuto. Nonostante io sia portatrice sana di pollice d'amianto adoro il verde, l'aria aperta, i prati, i ruscelli e i fiori. Tutti elementi che l'alta montagna mette generosamente alla mercè di chi vuole goderne. Come me.




Prima di riprendere il Fracciargento per Roma ho fatto un solitario giro a Trento. Piccola, ordinata ed elegante. Sarebbe perfetta nel mio regno. La piazza del Duomo è una delle più belle d'Italia. Dominata dalla Fontana di Nettuno e dalla torre merlata del Palazzo Pretorio, dove si svolse il celebre concilio nel 1545.
Eccola:






Questa invece è una visione parziale della facciata del Castello del Buonconsiglio, sede del Museo Provinciale, ospita diverse mostre d'arte ed è un piccolo capolavoro di architettura, risultato di un'aggregazione edilizia plurisecolare e quindi diviso in sezioni e strutture risalenti e diverse epoche.



Oltre ad un paio di kg messi su in 4 giorni la montagna m'ha regalato interessanti scoperte circa me. Tipo che adoro la carne di cervo. Gli amanti di Bambi non me ne vogliano. E adoro anche il lardo. Il mio culo non me ne voglia.

Se doveste capitare da quelle parti vi consiglio una cena al Kro, Ponte di Legno. E, vi prego, iniziate col Tomino al tartufo. Che solo a ripensarci potrei far concorrenza al cane di Pavlov sulla quantità di bava che le mie papille gustative secernono.

Magari, però, se seguite una dieta all'ingrasso come la mia non prendete la seggiovia ma datevi al trekking, altrimenti il ritorno a casa, con insalata, pesce lesso e petto di pollo sarà una chiara e incontrovertibile istigazione al suicidio.

mercoledì 14 agosto 2013

Veniamone a Capo

Essere al livello meno uno dell'organigramma aziendale, in una casellina assai precaria, una di quelle che potrebbe sparire con un sommesso puff da un giorno all'altro senza che molti ci facciano poi tanto caso o ne piangano la repentina scomparsa è cosa assai avvilente ed è anche il motivo per cui il cursore sul curriculum vitae, che pretende di schematizzare la tua personalità seguendo un modello europeo, è sempre attivo e il .doc o .pdf sempre pronto all'invio.

In questo contesto nse butta via gnente, come si fa col porco (scusate il paragone ma sì sa che le origni campagnole son dure a morire). Ogni proposta di arrotondamento, collaborazione, attività extra-lavorativa viene accolta come manna dal cielo. Accettata senza soffermarsi troppo a chiedersi se ne valga davvero la pena, se un ulteriore impegno non gravi troppo sul proprio equilibrio mentale già seriamente debilitato, se il rapporto impegno-retribuzione sia bilanciato. La risposta all'ultimo quesito è sempre no. Ovvio. 

Perchè è sempre meglio tenersi aperte diverse strade. Perché c'è crisi. Perché vuoi metter su famiglia. Perché la pensione la mia generazione la vedrà solo nell'alto dei cieli alla destra del Padre. Perché, semplicemente, a volte ritornano.

A tornare, nel mio caso, è stato Mr S., l'occhialuto e paffuto direttore responsabile del giornale locale per cui ho lavorato per due anni. Mi ha chiamata domenica mattina chiedendomi come stesse mio figlio. Dopo averlo mandato mentalmente affanculo e aver cercato invano di non farlo sentire troppo in imbarazzo per la palese gaffe ho alzato le antennine nel tentativo di capire bene cosa diavolo volesse da me. 

Lavoro. Urrà.

Lasciai quella redazione per un posto di pregio nella funzione Comunicazione Interna di una grande azienda. Stesso stipendio, 400mila ore di lavoro settimanali in più. Lasciai quel posto per questo e non lascerei questo per nulla al mondo. 

Messo in chiaro ciò Mr S., a passo di gambero, mi ha proposto una collaborazione autonoma. Lavoro da casa, dal mare, dalla montagna, dal mio ufficio, da dove cazzo voglio. Gestisco un inserto di poche pagine in cambio di qualche euro al mese che mi permetterebbe di ammortizzare il costo dell'A24 e della benzina. 

Mica male, penso.

Ho accettato.

Così ora avrò due Capetti.

Uno che mi da torto a prescindere da quello che dico per poi fare quel che propongo senza passare al vaglio delle scuse o dell'esame di coscienza. 

L'altro che mi da ragione a prescindere da quello che dico per poi fare quel che minchia gli passa per la capa.

Un dubbio atroce mi assale. Li trovo tutti io o tutti i capetti son pazzi furiosi?

lunedì 12 agosto 2013

Tipi poco rassicuranti

Grande festa alla corte di Francia, la seienne di casa, figlia delle cugina L. e dalla nomea non particolarmente lusinghiera è ufficialmente uscita dalla fanciullezza perdendo il suo primo incisivo. La madre ha provato a circuirla con la celebre storiella della fatina dei denti ma lei ha declinato l'invito ad attendere fiduciosa la misteriosa apparizione del soldino sotto il cuscino pretendendo, in cambio della sua prestazione da sdentata, un gelato pistacchio e cioccolato.

L'evento, di per se comune e apparentamente non degno di rilevanza mi ha dato spunto di riflessione circa i personaggi di fantasia che hanno popolato la nostra infanzia ai quali, con buona probabilità, potremmo attribuire la responsabilità delle nostre nevrosi adulte.

Sì perché ai miei tempi e dalle mie parti la fatina dei denti, aggraziata fancuilla bionda provvista di bacchetta magica, non esisteva. Al suo posto c'era un ratto. Un topo. Un roditore avvezzo a frequentazioni di luoghi poco idilliaci come fogne e paludi. L'idea che un essere del genere potesse finirti dentro il letto era tutt'altro che rassicurante. Se non altro per le infezioni.

Ma il topo dei denti non è stato l'unico protagonosta dei nostri incubi.

Al terzo posto di questa classifica dell'orrore troviamo mazzo maestro. La prima a parlarmene fu la Sister G. Pare che tale misterioso demone avesse la capacità di attorcigliarvi le budella qualora voi aveste avuto la malaugurata idea di inghiottire una gomma da masticare o gomma americana come la chiamava la signora Lisetta, nonna di G., amica intima di mazzo maestro.

Nonna R., evidentemente terrorizzata dalle alture, era invece solita metterci in guardia contro tale angino. Il Capitan Uncino paesano. Misterioso uomo di mezz'età, si appostava sotto finestre, balconi, muretti in attesa che il tuo testone si sporgesse. A quel punto ne approfittava per aggangiarti col suo uncino e trascinarti, con violenza inaudita, giù. Uccidendoti, ovvio.

Il primato spetta invece allo stracciarolo. Venditore ambulante di stracci e roba vecchia. Lavoro che gli serviva da copertura per la sua reale attività: il traffico internazionale di bimbi molesti. Ad ogni capriccio seguiva la minaccia ora chiamo lo stracciarolo. E tu vedevi te stessa abbandonata stile piccola fiammiferaia sul ciglio della strada, vestita degli stracci dello stracciarolo. Al freddo e al gelo.

Unico personaggio neutro era il celebre nonno in cariola. Responsabile del frastuono temporalesco. Per cause ignote poi. Perché, parlamose chiaro, una cariola non fa mica tutto quel casino. E poi 'sto nonno la cariola la trasportava o ci stava messo dentro? E nel secondo caso chi trasportava lui? Ma soprattutto, per quale motivo usava mettersi dentro una cariola?
E poi non dimentichiamo i dettagli. Tale nonno in cariola aveva mutande viola. Non so voi ma io me lo immaginavo sempre in boxer viola a pois bianchi. So' nata fashion, io.

giovedì 8 agosto 2013

Una di noi

Di infertilità non si parla. L'infertilità non si ammette. E' intima, dolorosa, personale.

Ma l'infertilità si sospetta, si intravede negli occhi delle donne quando parlano di maternità, di amore, di bambini.

Conobbi lei più di due anni fa, qualche giorno dopo la mia assunzione. Mi dissero di trattarla con i guanti perché è isterica e umorale, perché è una ex bella abituata alle luci della ribalta, ad essere al centro dell'attenzione e mal digerisce le nuove leve, soprattutto se giovani e carine. Adeguai il mio atteggiamento sulla base di quei consigli  ma dubito, col senno di poi, che ce ne sarebbe stato davvero bisogno. Succede che, a volte, semplicemente, certe persone vadano d'accordo. Succede che, a volte, semplicemente si trovino a condividere lo stesso beffardo destino di donne alla disperata ricerca di un figlio.

Quando la conobbi non ero ancora una di loro. Stavo per sposarmi e il mio futuro era un cofanetto rosa ripieno di aspettative che poi sarebbero state spazzate via da un'ondata di problemi e delusioni, ma questo allora non potevo saperlo. Ero felice e mi bastava.

Lei mi disse fai bene a sposarti così giovane.

Capii il significato di quelle parole solo qualche tempo dopo.

Aveva 43 anni e da tempo cercava una gravidanza. Voci di corridoio, pettegolezzi. Nulla più. Ma io sapevo che era vero. Una volta mi confessò di aver appena avuto un aborto spontaneo e che aveva sofferto perché era capitato così, a Capri senza calcoli e gambe a candela. Pensava che finalmente la fortuna si fosse tolta la benda e l'avesse vista bene, con i suoi capelli nerissimi e il naso alla francese. E invece no. Ma quasi non le interessava, quella gravidanza durata giusto il tempo di crederci era una sua piccola vittoria, la dimostrazione che dopotutto era fertile. Poteva farcela.

L'anno scorso si è assentata. Vado in vacanza, una settimana in Spagna. 

E' tornata incinta.

Ha fatto la FIVET

Ma allora non è che sono due?

Finalmente ce l'ha fatta, a quell'età... giusto in tempo eh

Io, nel frattempo, ero diventata una di loro, una di voi, una di noi.

Ho gioito con riserva perché le stesse voci di corridoio parlavano di una gestazione complicata, di contrazioni abortive al quarto mese, di pressione alta, di perdite e ricoveri.

Tieni duro pensavo che tu mi dai speranza.

Non gliel'ho mai detto, il nostro rapporto non è mai stato tanto intimo da potermelo permettere ma io ero con lei, tifavo per lei, contavo con lei le settimane.

Dieci giorni fa sulla porta del suo ufficio c'era un fiocco rosa.

E' nata Sara e, con lei, è nata una mamma e una nuova speranza.

Auguri, G.

martedì 6 agosto 2013

Intenti vacanzieri

Questa mattina seduta sulla tazza del cesso mentre mi rifacevo il trucco mi son chiesta per quale motivo mi stessi preparando per andare a lavoro anzichè camminare su una spiaggia bianchissima o essere sdraiata a chiappe in sù su un materassino morbido cullata dalle onde di un mare cristallino.

Poi mi sono ricordata delle bollette.

E del fatto che se la vacanza me la voglio pagare devo lavurà. C'è poco da fare. Lo sapevo io che dovevo maritarmi a un uomo ricco. S'è mica mai vista una Princess che lavora? Suvvia.

Dopo aver affrontato l'ora di macchina a 40gradi ed essere stata accolta da un cetriolo lavorativo di notevoli dimensioni ho fatto una capatina su Fb giusto per vedere la foto delle bianche cosce della Sister, della settimana enigmistica e del suo costume a righe. Le ho scritto che la odio.

Il malessere da reclusione forzata è, oltretutto, solo in fase iniziale visto che la sottoscritta dovrà passare la settimana di ferragosto con il culo ben saldo su una sedia girevole e alla presenza di Capetto che quest'anno ha avuto la brillante idea di andarsene in ferie a settembre, giusto per farmi compagnia. Son fortune.

La misura della mia stanchezza fisica e mentale si evince dal rifiuto categorico delle solite vacanze all'arrembaggio così care alla coppia principesca. Quelle in cui con il dichiarato intento di fare tutto e vedere tutto ti stressi come se dovessi presentare il bilancio semestrale all'AD.

Insomma ho voglia di cose semplici. Tipo mangiare, abbronzarmi, dormire.

Quasi quasi vado in gita col centro anziani del paesello.

lunedì 5 agosto 2013

Pink

Scrivimi una poesia, di quelle che leggi d'un fiato, di quelle che devi leggere più volte, di quelle che ami rileggere da solo, in privato.

Guardami senza sbattere le palpebre, per non perdere un secondo dell'immagine di me riflessa in te. Perchè non esisto al di fuori dei tuoi occhi. Perchè me è il modo in cui mi vedi te. Nessun altro.

Baciami piano, sfiorandomi le labbra, come fosse una carezza, come quando mi passi i polpastrelli sul viso, appena sotto gli occhi e poi scendi sulla guancia, sulle labbra, sul collo.

Parlami a bassa voce, come se  quelle parole le dovessi ascoltare solo io. Solo io per sempre.

Carezzami il grembo, come se contenesse la vita che vorresti donarmi.

Dammi miele, zucchero, dolcezza, affetto. Tutto quel che ti spaventa, tutto quello che fa sembrare stupidi.

Dammi il rosa della vita. Quello di cui non avevo mai sentito la mancanza, prima di incontrarti. Perché non son tipo da colori pastello, io. E non lo sei nemmeno tu.

Eppure sì.

Lo sei quando mi parli come se quest'amore non dovesse finire, mai.


Non c'è fine al mio stupore, al mio tacerlo. Ascolta, come mi batte forte il tuo cuore.
Wislawa Symborska

giovedì 1 agosto 2013

L'adulazione maligna

Che d'estate ci sia una generale moria di programmi televisi decenti è cosa risaputa, insomma manca solo che ci propinino le repliche delle previsioni del tempo. Qualcuno potrebbe obiettare che, semplicemente, programmi televisi decenti non esistono e sarei pronta a dargli ragione se non ci fosse SuperQuark. Roba che io e l'amico G., 10 e 12 anni rispettivamente, non perdevamo una puntata e abbiamo eletto Piero Angela a nostro modello di vita. Cioè io, in realtà, me lo volevo sposà ma questa è un'altra storia.

Ieri sera mentre preparavo il pasto serale notturno ad un marito imprigionato sul raccordo, la Tv era sintonizzata su Canale5. L'interessante trasmissione condotta da Signorini, che ha l'innata qualità di far produrre al mio fegato un'eccessiva quantità di bile, aveva l'obiettivo di ripercorrere le tappe principali della carriera (?) di alcuni personaggi televisivi. Tralasciando le prestazioni sessuali come mezzo di scambio per ottenere la conduzione di un programma e/o la parte in un film e compagnia bella.

Prima ospite Federica Panicucci. Che a me stava pure simpatica quando aveva i capelli alla Raperonzolo e la faccia tonda. 

Viene introdotta, grossomodo, così:

una superdonna che riesce a far tutto. La mattina prepara la colazione a marito e figli, pulisce la lettiera del gatto, esce con il cane e raccoglie pure la sua cacchina (e non gliel'ha dato nessuno il Nobel per tale titanica impresa?) e alle 8 è già perfetta, truccata e pettinata, pronta a condurre Mattino5.

Lei entra col suo rossetto scintillante, un vestito da 18enne e le gambe a stambecco e, tra le altre ovvietà, spara un:

sembra un luogo comune ma è la verità, le donne hanno una marcia in più

e poi la perla di saggezza dell'idolo delle socere:

ah è verissimo, perché voi lavorate, curate la casa, la famiglia e ci stirate pure le camicie a noi maschietti

Ecco, dopo questa pure la mia Micia si è indignata.

Perché io lo devo proprio dire:

avete rotto il cazzo con la storia di Wonder Woman

Perché, questa porca zozza è una discriminazione al contrario, è indorare la pillola, è coglionarci con l'adulazione, è una grande presa per il culo.

Siamo esseri umani, ci stanchiamo come gli uomini, l'unica differenza è il peso del senso di responsabilità che grava sulle nostre spalle. Ce l'hanno inculcato da bambine quando le nostre madri ci hanno insegnato come stirare le camicie e fare la pasta al forno e le nostre insegnanti ce l'hanno fatto a peperini con la storia dell'emancipazione femminile, della donna che lavora, che è indipendente, che viaggia che io casalinga? giammai!. Peccato però che i piatti li devi lavare pure se stai fuori 12h al dì. A meno che tu non rientri tra le fortunate che possono permettersi otto tate e 16 donne di servizio, come la Panicucci. 

Ci hanno fregate, care mie. E continuano a farlo sbattendoci in faccia modelli di super donne che dormono 4h per notte e son sempre fighe come se fossero uscite da una beauty farm. 

Questi non sono modelli da imitare, a meno che il vostro obiettivo sia il ricovero al CIM per esaurimento nervoso. Questi sono strumenti meschini, molto peggio di quelli coercitivi, per fotterci. Creano aspettative che nessun essere umano potrà soddisfare e, di conseguenza, senso di inadeguatezza.

A me essere donna, piace. Ad eccezione di quei 5 giorni al mese in cui baratterei le mie ovaie per un apparato riproduttivo maschile. Mi piace la cavalleria, mi piacciono i tacchi, mi piace abbinare i colori dei vestiti, mi piacciono i gioielli, gli smalti, la crema corpo della Nivea e il fresco del gel anticellulite sulle chiappe. Mi piace l'odore del balsamo e lo shopping sfrenato. Mi piace accavallare le gambe e farmi allacciare la cerniera del tubino. 

Stirare la camicie non mi piace. Come non piace a voi maschietti. Quindi, ecco, non prendiamoci per il culo.