giovedì 28 febbraio 2013

Orange


Decisamente non era portata per l'ornitologia. A cinque anni uccise con una dose eccessiva di costosissimo profumo appartenente alla di lei madre due poveri e coloratissimi pappagalli rei, sempre secondo la di lei madre proprietaria del profumo, di emanare un odore sgradevole dalla loro gabbietta. Pensando di fare cosa buona e giusta li intossicò con un Tresor della Lancome. Trovarli profumatissimi e stecchiti fu un piccolo trauma.

Eppure la prima immagine che le venne in mente fu quella del picchio. Doveva aver letto da qualche parte che una particolare specie era in grado di tamburellare la corteccia di un albero dalle sei alle dieci volte al secondo e che tutta la loro struttura era finalizzata a fare in modo che quell'attività riuscisse alla perfezione. Becco resistente, coda lunga e rigida per bilanciare i contraccolpi, muscoli del collo sviluppatissimi. Del resto è così che il picchio scova le sue prede. E vive. 

Per la precisione immaginò che un piccolo e stronzissimo picchio dal becco lungo le stesse martellando il cranio. E ad ogni picchiata, per reazione, il cervello producesse un'immagine. Sgradevole, dolorosa, insopportabile. Roba da impazzire.

L'immagine di lui che baciava l'altra. Che la guardava con gli stessi occhi e le parlava con le stesse parole. Che giocava col suo intimo. Che le porgeva il braccio, la spalla, le labbra. Che le stringeva la mano. Che, che, che...

Basta picchio, please. 

Qualsiasi cosa lui facesse o dicesse in quel momento lei la vedeva proiettata sull'altra.

Il punto è che mettere in gioco se stessi rende fragili. Lasciarsi andare rende insicuri.

E se mentisse. E se non fossi così speciale. E se io non fossi quella giusta. E se non fosse vero che sono unica per lui. E se, e se, e se.

Poi pensò alle cose che conosceva solo lei. Pensò allo stupido evento che aveva messo in moto il picchio. E pensò che il picchio il suo vermicello non l'avrebbe trovato. Pensò che per una volta poteva concedersi il lusso di non sentirsi inadeguata. Di credere non tanto a lui ma a se stessa. Pensò al motivo per cui aveva deciso di mettersi in gioco, lasciarsi andare. E decise che andava bene così. Si sarebbe presa tutto il pacchetto.

Compreso quel piccolo, stronzissimo picchio col becco lungo e la cresta arancione. 

mercoledì 27 febbraio 2013

Nuove prime volte

Tornare a fare quella cosa che inizia per s e finisce per port dopo enne anni, dove enne è minore di 4 e maggiore di 2, vuol dire rendersi conto di aver pericolosamente sottovalutato una serie di fattori.

1. L'abbigliamento sportivo. Una che è vissuta in mezzo a body in lycra, ballerine, tutù, costumi ridicoli, forcine per capelli, collant smutandati e tanta, tanta lacca, non potrà mai comprendere pienamente la filosofia che sta dietro l'abbigliamento da palestra della donna base. A meno che non faccia la commessa da Decathlon. E non è il mio caso. Ergo ho rispolverato, again, i leggings Dimensione Danza dal colore osceno (che volete farci, la mia insegnante amava il rosa confetto) già utilizzati per la prova di corsa con la Sister.
Del resto, pensava la me ingenue version, devo andare in palestra. A sudare. A farmi venire i rossi sulle guance e i capelli come Crisitcchi. Non a sfilare. E neppure a danzare vestita da uccellino giallo, che, voglio dire, facevo sempre la mia porca figura, sapevatelo.
E invece no.
La donna base viene in palestra col rimmel waterproof, i pantaloni della Freddy che ti tirano su le chiappe, la maglia elasticizzata che ti strizza la panza e ti riempie le tette, le unghie col gel. Perché, prima, ha fatto un salto dall'estetista.
Orrore.

2. Il risveglio muscolare. Ditemi che anche voi ignoravate l'esistenza di un muscolo all'interno della chiappa sinistra. Altrimenti è lombosciatalgia  E deunuzio Maurizio all'Ordine degli istruttori.

3. Disciplina, disciplina, disciplina. Fare danza classica è deviante. Farla con Mariadele, che una volta mi incastrò le scapole nella spalliera nel vano tentativo di correggermi la postura, è traumatizzante. Quindi, tu, mio caro Maurizio, che mi spieghi come dovrei stare al piccì, scusami, ma non sai proprio con chi hai a che fare. Mariadele non mi ha raddrizzato, nessuno mai potrà.

martedì 26 febbraio 2013

Scrivo per non dimenticare

"Io voglio solo vederti sorridere. Perché sei qui, seduta davanti a me, e, porca troia, quella sedia sarebbe potuta essere vuota. E puoi chiamarlo Dio, fato, destino o semplice prontezza di riflessi, il risultato non cambia, sei qui con me e voglio vederti ridere. Non mi interessa se saremo solo io e te tutta la vita perché io non ho altra vita che te"

Certi discorsi partono con l'intento di essere duri, invece t'accarezzano l'anima. Certi discorsi, forse, saranno banali ma sono necessari. E intimi. Così intimi che non sarebbe neppure il caso di renderli pubblici su un blog ma, sapete, io ho bisogno di fissarmele in testa, le cose importanti. Ho bisogno che mi vengano ripetute, di avere coscienza che siano davvero accadute.

Quando l'Umile Servo si rivolse con queste parole a una Princess in lacrime, rannicchiata su una sedia bianca, una speranza coccolata per due giorni, due giorni di ritardo, era stata appena presa a mazzate da un test negativo.

Ora ho di nuovo bisogno di quelle parole. Così ho deciso di scriverle. Così per ogni delusione, per ogni dubbio, per ogni ferita saranno qui. A ricordarmi che sono state dette, che sono vere. E che devo sorridere.
Perché quella sedia sarebbe potuta essere vuota. E invece, cazzo, ci sono. E lui non ha altra vita che me.

domenica 24 febbraio 2013

Tu chiamale se vuoi elezioni

Dovete sapere che l'Umile Servo è un ex militante ed è anche una delle persone più giuste e oneste che io conosca, motivo per cui ha lasciato la politica alla tenera età di 25 anni, proprio quando avrebbe potuto spiccare il volo con un'importante candidatura. Il suo compagno di merende, che con il concetto di giustizia e onestà non è che abbia tanto a che vedere, decise invece di continuare. Buttarsi nella mischia. Ora è sindaco di un'importante città e candidato regionale, dimostra 50 anni, parla per slogan, è estremamente noioso ma, diavolo, ha fatto tanti soldi.
Il solo fatto di essere stato un militante non farebbe, certo, dell'Umile Servo un esperto di politica se non fosse che è anche una persona lungimirante, appassionata, informata. Nonostante la laurea in Scienze Politiche in stand by da secoli. 

La Princess, invece, ha avuto la fortuna (vi pregherei di notare la sottile ironia nella parola fortuna, non per niente scritta in corsivo) di essere unico frutto di un matrimonio misto. No, non sono figlia di un buddhista e un musulmano ma di un democristiano e una comunista. Sì, ho detto proprio democristiano e comunista.
Le liti in famiglia erano pane quotidiano. Ergo io odio la politica. Tuttavia, negli anni, ho imparato a farmi una mia idea. Sono sempre andata a votare piuttosto convinta della scelta che avrei fatto nel segreto della cabina elettorale.

Quest'anno no.

Qualche giorno fa, mentre ridevo dell'imitazione di Bersani in tivvù, l'Umile servo mi ha chiesto una cosa, apparentemente, banale.

"Princess hai deciso per chi votare?"
"Devo proprio andarci, a votare?"


Mi ha guardata così:



E poi ha iniziato il discorso. Quello che ti fa sentire una cacchetta di cane pestata. Quello che ripercorre la storia del suffragio universale senza timore di perdersi qualche particolare. Ci mancava solo ci mettesse in mezzo le suffragette. Così mi sono messa a cercare la scheda elettorale. Dopo aver messo casa a soqquadro e aver chiamato Mina per sincerarmi non fosse a casa sua avevo quasi interpretato la perdita del documento come un segno divino. In barba alla povere suffragette. Poi l'ho ritrovata. In mezzo al documento con la lista degli esami dell'università e solo perché, presa da immotivata curiosità, non ricordavo quanto avessi preso all'esame di sociolinguistica del secondo anno. Il risultato (27 per i curiosi) era a pagina 3, proprio sotto la scheda elettorale.

Io e l'USI ci siamo confrontati per un po'.
Come sempre lui mi fa da mentore e poi io decido ad minchiam, forse perché sono una povera illusa. Da che ho memoria di voto le nostre scelte hanno sempre coinciso. Stavolta abbiamo votato per due partiti diversi. Io ho messo la ics sul partito di PincoPallo nonostante sentissi chiaro odore di supercazzola, visto che PincoPallo è alleato con PalloPinco che, a sua volta, non disdegna un accordo con PincoPanco e io PincoPanco non lo sopporto.
Lui ha votato per PancoPinco nonostante gli stiano sulle balle alcuni dei suoi supporters.

Ho segnato quelle tre schede con la rabbia, la frustrazione e la delusione di chi si accontenta.
E ho pensato che questo non è certo un bel finale per la storia del suffragio universale.

venerdì 22 febbraio 2013

Red

Lo avvertì chiaramente quel momento. Quello che ogni donna vuole, quello di cui ogni donna ha paura.
Quello in cui lui si prende tutto. Testa, cuore, stomaco, viscere.
Quello in cui lui lascia il segno. Che ti resterà addosso per sempre. Come un'incisione, come un marchio.
Quel momento in cui perdi coscienza, ragione, consapevolezza di chi sei, di chi eri.

Fu in quel momento che pianse.
Di un pianto diverso. Somigliava quasi a quello del neonato che viene alla vita, quello necessario a farlo respirare, a fargli entrare aria nei polmoni.

E pensò che non fosse necessario il sesso per essere intimi. Perché non esiste momento più intimo di quando lui, quelle lacrime strane, se le prende, con la bocca. E continua a baciarti. E si prende pure il respiro.
E ha vinto.
E sei sua.
In quel momento. E sempre. Perché "anche un momento è per sempre".



Ho assaggiato le tue labbra, di miele rosso rosso.
Ti ho detto "dammi quello che vuoi io, quel che posso"

giovedì 21 febbraio 2013

Princess ics-elle

Il primo sospetto si è insidiato nella mia mente insana quando quel jeans, quello che tutte le donne hanno, quello che fa da unità di misura della propria ficaggine, è salito sui miei fianchi con difficoltà. Quando ho pensato "ok ora mi sdraio sul letto a panza in su, la ritiro e vedrai che il bottone entra in questa stramaledetta asola". Quando, in preda a quel moto di orgoglio che ti fa pensare "io arrendermi? mai!" ho fatto ricorso al saltello sulle punte abbinato alla strattonata disperata verso l'alto dell'indumento incriminato con l'intento di far entrare il bagaglio posteriore in quel tessuto non propriamente malleabile.

Il fatto di non essere diventata blu nel corso della giornata mi aveva fatto sperare che si trattava solo del comunissimo effetto "appena lavati". Una scusa dietro la quale, per secoli, generazioni di femmine si sono trincerate. Magari dopo una sana magnata di manicaretti. Ma questo non lo dite.

Il sospetto ha iniziato a sconfinare nella zona parietale del mio cervello, impedendomi, tra l'altro, di gustare senza alcun rimorso un etto e mezzo di ravioli ricotta e spinaci e due pastarelle rispettivamente panna e cioccolato, quando, domenica mattina, proprio prima di colazione, in bagno, davanti lo specchio grande, ho visto lei. Il risultato di settimane di carboidrati, cioccolato e fame atavica tempestivamente scongiurata con chilate di cibi tossici. Il risultato di fancazzismo e vita sedentaria. E della pizza a taglio consumata sul divano in panciolle con l'Umile Servo, ormai radicata tradizione della domenica sera. La maniglia dell'amore. O dell'odio, nel mio caso. Quell'infame rotolino di lardo che trasborda dall'elastico della mutanda e ti fa passare da Kate Moss a Platinette.

E' stato allora che tutto il mio povero organo preposto al pensiero è stato invaso totalmente. Il sospetto è stato promosso cum laude a tremenda certezza.

Ero ingrassata.

Solo un'ultima carta mi restava da giocare, sperando in un miracolo, sperando che i jeans e la mutanda non fossero metri di valutazione attendibili o si fossero alleati con l'intento di fustigare la mia autostima. Sti stronzi incompetenti.

La bilancia.

Lo strumento per eccellenza. Colei che ti guarda dal basso con l'aria di chi vorrebbe dirti "sali sali bella de casa, che mo ce penso io a te". Verdetto ufficiale: enne kg e mezzo in più, ovviamente.

Non mi restava altro che porre rimedio.

Sono a dieta da tre giorni.

Ieri ho sognato le fettuccine. Oggi, alle otto del mattino, ho sbavato davanti la foto di una pizza porcini, salsiccia e mozzarella sebbene, ad occhio, la pasta risultasse più gommosa della manina appiccicosa delle patatine. Ora voglio le patatine solo perché ho scritto "patatine". E le voglio con la maionese.
Io e l'USI stiamo progettando un week end a Napoli e io riesco a pensare ad una cosa sola: il babà.
Con la Nutella. Sia chiaro.

mercoledì 20 febbraio 2013

Non è vero ma ci credo

Inizio dalla fine: abbiamo dato fuoco al 2012.

Simbolicamente, ovvio.

Il punto è che ci piace fare i ganzi andando a raccontare in giro che noi, a queste fregnacce stupidaggini non ci crediamo. Che, diavolo, siamo nel XXI secolo e ci sono ancora persone che si fanno leggere la mano o fanno i tarocchi, quale orrore.

Eppure io sono quella che, con una Sister a destra e l'altra a sinistra, sedeva al tavolo di una gentile nonnetta, con la mantellina di lana sulle spalle, i baffi, l'attaccatura dei capelli all'altezza della nuca e un secolo scarso alle spalle che, con un piatto pieno d'acqua e il mignolo gocciolante di olio cercava di capire se avessimo il malocchio. Il risultato fu confortante. Peccato che l'inferno si sia scatenato qualche mese dopo. Tempismo di merda.

Questo per dire che qualche volta i rituali sono rassicuranti. Qualche volta è bene, semplicemente, cedervi.
E così io e l'Umile Servo, bottiglia di spirito alla mano, abbiamo dato fuoco all'agenda dell'anno scorso. Vederla bruciare lentamente nel camino ci ha dato una certa soddisfazione.

Non è stato facile ridurla in cenere. Era una Moleskine. Un osso duro. Alla fine, però, ce l'abbiamo fatta.


Alla fine ce la facciamo sempre, io e l'Umile Servo.