Il primo sospetto si è insidiato nella mia mente insana quando quel jeans, quello che tutte le donne hanno, quello che fa da unità di misura della propria ficaggine, è salito sui miei fianchi con difficoltà. Quando ho pensato "ok ora mi sdraio sul letto a panza in su, la ritiro e vedrai che il bottone entra in questa stramaledetta asola". Quando, in preda a quel moto di orgoglio che ti fa pensare "io arrendermi? mai!" ho fatto ricorso al saltello sulle punte abbinato alla strattonata disperata verso l'alto dell'indumento incriminato con l'intento di far entrare il bagaglio posteriore in quel tessuto non propriamente malleabile.
Il fatto di non essere diventata blu nel corso della giornata mi aveva fatto sperare che si trattava solo del comunissimo effetto "appena lavati". Una scusa dietro la quale, per secoli, generazioni di femmine si sono trincerate. Magari dopo una sana magnata di manicaretti. Ma questo non lo dite.
Il sospetto ha iniziato a sconfinare nella zona parietale del mio cervello, impedendomi, tra l'altro, di gustare senza alcun rimorso un etto e mezzo di ravioli ricotta e spinaci e due pastarelle rispettivamente panna e cioccolato, quando, domenica mattina, proprio prima di colazione, in bagno, davanti lo specchio grande, ho visto lei. Il risultato di settimane di carboidrati, cioccolato e fame atavica tempestivamente scongiurata con chilate di cibi tossici. Il risultato di fancazzismo e vita sedentaria. E della pizza a taglio consumata sul divano in panciolle con l'Umile Servo, ormai radicata tradizione della domenica sera. La maniglia dell'amore. O dell'odio, nel mio caso. Quell'infame rotolino di lardo che trasborda dall'elastico della mutanda e ti fa passare da Kate Moss a Platinette.
E' stato allora che tutto il mio povero organo preposto al pensiero è stato invaso totalmente. Il sospetto è stato promosso cum laude a tremenda certezza.
Ero ingrassata.
Solo un'ultima carta mi restava da giocare, sperando in un miracolo, sperando che i jeans e la mutanda non fossero metri di valutazione attendibili o si fossero alleati con l'intento di fustigare la mia autostima. Sti stronzi incompetenti.
La bilancia.
Lo strumento per eccellenza. Colei che ti guarda dal basso con l'aria di chi vorrebbe dirti "sali sali bella de casa, che mo ce penso io a te". Verdetto ufficiale: enne kg e mezzo in più, ovviamente.
Non mi restava altro che porre rimedio.
Sono a dieta da tre giorni.
Ieri ho sognato le fettuccine. Oggi, alle otto del mattino, ho sbavato davanti la foto di una pizza porcini, salsiccia e mozzarella sebbene, ad occhio, la pasta risultasse più gommosa della manina appiccicosa delle patatine. Ora voglio le patatine solo perché ho scritto "patatine". E le voglio con la maionese.
Io e l'USI stiamo progettando un week end a Napoli e io riesco a pensare ad una cosa sola: il babà.
Con la Nutella. Sia chiaro.
giovedì 21 febbraio 2013
mercoledì 20 febbraio 2013
Non è vero ma ci credo
Inizio dalla fine: abbiamo dato fuoco al 2012.
Simbolicamente, ovvio.
Il punto è che ci piace fare i ganzi andando a raccontare in giro che noi, a questefregnacce stupidaggini non ci crediamo. Che, diavolo, siamo nel XXI secolo e ci sono ancora persone che si fanno leggere la mano o fanno i tarocchi, quale orrore.
Eppure io sono quella che, con una Sister a destra e l'altra a sinistra, sedeva al tavolo di una gentile nonnetta, con la mantellina di lana sulle spalle, i baffi, l'attaccatura dei capelli all'altezza della nuca e un secolo scarso alle spalle che, con un piatto pieno d'acqua e il mignolo gocciolante di olio cercava di capire se avessimo il malocchio. Il risultato fu confortante. Peccato che l'inferno si sia scatenato qualche mese dopo. Tempismo di merda.
Questo per dire che qualche volta i rituali sono rassicuranti. Qualche volta è bene, semplicemente, cedervi.
E così io e l'Umile Servo, bottiglia di spirito alla mano, abbiamo dato fuoco all'agenda dell'anno scorso. Vederla bruciare lentamente nel camino ci ha dato una certa soddisfazione.
Non è stato facile ridurla in cenere. Era una Moleskine. Un osso duro. Alla fine, però, ce l'abbiamo fatta.
Alla fine ce la facciamo sempre, io e l'Umile Servo.
Simbolicamente, ovvio.
Il punto è che ci piace fare i ganzi andando a raccontare in giro che noi, a queste
Eppure io sono quella che, con una Sister a destra e l'altra a sinistra, sedeva al tavolo di una gentile nonnetta, con la mantellina di lana sulle spalle, i baffi, l'attaccatura dei capelli all'altezza della nuca e un secolo scarso alle spalle che, con un piatto pieno d'acqua e il mignolo gocciolante di olio cercava di capire se avessimo il malocchio. Il risultato fu confortante. Peccato che l'inferno si sia scatenato qualche mese dopo. Tempismo di merda.
Questo per dire che qualche volta i rituali sono rassicuranti. Qualche volta è bene, semplicemente, cedervi.
E così io e l'Umile Servo, bottiglia di spirito alla mano, abbiamo dato fuoco all'agenda dell'anno scorso. Vederla bruciare lentamente nel camino ci ha dato una certa soddisfazione.
Non è stato facile ridurla in cenere. Era una Moleskine. Un osso duro. Alla fine, però, ce l'abbiamo fatta.
Alla fine ce la facciamo sempre, io e l'Umile Servo.
martedì 19 febbraio 2013
La mini-me
Non ho avuto ancora la fortuna di conoscere mia figlia ma nella mia corte, da qualche anno, si sta diffondendo la voce che una piccola mocciosa aspiri al mio trono e sia abbastanza spietata da non temere affatto di farmi concorrenza.
Spero almeno non arrivi a ricorrere al Principessicidio.
La tipetta in questione è una cinquenne, secondogenita della cugina L. e, non si sa per qualche divertente scherzo della genetica, ha la mia stessa faccia. Poi, vabbè, è bionda e mangerebbe pure i copertoni delle auto mentre io sono mora e alla sua età la mia massima aspirazione era essere eletta bimba Biafra dell'anno ma la perfezione, sapete, non è da tutti.
Dal parentame questo adorabile mostro viene chiamata la "piccola infame". E' acida, permalosa, capricciosa e un sacco di altri osa. E se la tira. A cinque anni.
La cugina L., nelle ormai rare circostanze in cui ci si vede, non perde occasione di sottolineare la nostra, diciamo, somiglianza. No, non quella fisica.
Cugina L: "è incredibile quanto sia stronza. E' proprio te da piccola"
Princess: "cugina L. mi stai, per caso e nemmeno troppo velatamente, dando della stronza?"
Cugina L: "ma figurati. Era per dire"
Bene.
Vista la non voluta affinità con la "piccola infame" io, fin dai suoi primistrilli isterici vagiti, mi sono sempre schierata dalla sua parte. Perché anche io sono stata una piccola infame e, sapete, si soffre. Moltissimo. E poi, come dire, è sempre bene farsi amici i propri nemici.
Ma poi è arrivata quella conversazione telefonica.
A chiamarmi, ovviamente, non fu lei ma il primogenito F. che è, sì, pazzo da legare ma anche tanto coccoloso, amoroso, teneroso e un sacco di altri oso.
Driiin driiin
"ciao zia!"
"ciao amore come stai?"
"bene! e tu?"
"bene. Quando venite a trovarmi?"
"mamma dice presto. Perché ci manchi"
"oh bellodezia... e tua sorella dov'è?"
"te la passo"
...
...
"Catie?"
"..."
"Catieeee?"
"..."
"Caterì!"
"ciao"
"ah finalmente. Ciao tesoro come stai?"
"abbastanza bene"
"abbastanza bene. Bene. Quando vieni dalla zia?"
"non saprei"
ci mancava che mi dicesse una cosa tipo "devo controllare l'agenda"
"beh quando vieni ti preparo la torta al cacao con la panna"
"non la voglio"
"no?"
"no, voglio i cupcakes"
E io, che in fondo sono una personcina dal cuore tenero, sono andata pure a comprare gli stampini.
Quando la piccola stronzetta mi ha onorato della sua presenza i cupcosi erano in bella mostra sul tavolo della cucina.
"grazie ma io preferirei pane e nutella"
tuttasuzia
Spero almeno non arrivi a ricorrere al Principessicidio.
La tipetta in questione è una cinquenne, secondogenita della cugina L. e, non si sa per qualche divertente scherzo della genetica, ha la mia stessa faccia. Poi, vabbè, è bionda e mangerebbe pure i copertoni delle auto mentre io sono mora e alla sua età la mia massima aspirazione era essere eletta bimba Biafra dell'anno ma la perfezione, sapete, non è da tutti.
Dal parentame questo adorabile mostro viene chiamata la "piccola infame". E' acida, permalosa, capricciosa e un sacco di altri osa. E se la tira. A cinque anni.
La cugina L., nelle ormai rare circostanze in cui ci si vede, non perde occasione di sottolineare la nostra, diciamo, somiglianza. No, non quella fisica.
Cugina L: "è incredibile quanto sia stronza. E' proprio te da piccola"
Princess: "cugina L. mi stai, per caso e nemmeno troppo velatamente, dando della stronza?"
Cugina L: "ma figurati. Era per dire"
Bene.
Vista la non voluta affinità con la "piccola infame" io, fin dai suoi primi
Ma poi è arrivata quella conversazione telefonica.
A chiamarmi, ovviamente, non fu lei ma il primogenito F. che è, sì, pazzo da legare ma anche tanto coccoloso, amoroso, teneroso e un sacco di altri oso.
Driiin driiin
"ciao zia!"
"ciao amore come stai?"
"bene! e tu?"
"bene. Quando venite a trovarmi?"
"mamma dice presto. Perché ci manchi"
"oh bellodezia... e tua sorella dov'è?"
"te la passo"
...
...
"Catie?"
"..."
"Catieeee?"
"..."
"Caterì!"
"ciao"
"ah finalmente. Ciao tesoro come stai?"
"abbastanza bene"
"abbastanza bene. Bene. Quando vieni dalla zia?"
"non saprei"
ci mancava che mi dicesse una cosa tipo "devo controllare l'agenda"
"beh quando vieni ti preparo la torta al cacao con la panna"
"non la voglio"
"no?"
"no, voglio i cupcakes"
E io, che in fondo sono una personcina dal cuore tenero, sono andata pure a comprare gli stampini.
Quando la piccola stronzetta mi ha onorato della sua presenza i cupcosi erano in bella mostra sul tavolo della cucina.
"grazie ma io preferirei pane e nutella"
tuttasuzia
lunedì 18 febbraio 2013
Una tipa sportiva
La motivazione è essenziale per fare sport.
"Lazzara alzati e vieni a correre con me"
"Sister, io ti voglio bene, ma le 9 e mezzo di sabato mattina non esistono. E' solo un brutto sogno, torna a dormire"
Un'ora dopo, col fiatone, un paio di ridicoli leggings rosa confetto, adatti alla danza non certo alla corsa, un fermacapelli rosso, un felpone blu elettrico, la faccia incazzata e la speranza che nessuno di mia conoscenza mi vedesse in quello stato, mi chiedevo se nell'arco della mia vita riuscirò mai a far capire alla Sister che "no" significa "no" e non "passo a prenderti tra un'ora e se non sei vestita ti faccio uscire col pigiamone da elfo che indossi".
Mi sono accorta che faceva sul serio, che quella non era la solita scusa per confessare uno dei suoi misfatti, quando al primo accenno di conversazione da gossip lei non ha battuto ciglio. Con una sonora pacca sul mio culo di piombo è schizzata davanti a me e ha detto solo "corri".
Dopo minuti cinque il mio unico desiderio era pomiciare con una bombola d'ossigeno.
"Questa è la dimostrazione che stiamo facendo schifo"
"..."
"Ho deciso che ci iscriviamo in palestra"
"Pa... che?"
"L'istruttore si chiama Maurizio"
"E sti ca..."
"Princess! Corri! Lunedì chiamo"
Così è stato.
E mentre flagellavo il mio ego con frasi tipo:
"anche la Sister ha ceduto allo sport. Faccio pena. Sicuro vuole iscrivermi perché mi si sta allargano il culo e lei non me lo dice"
"ecco, quando sono seduta 'ste cosce sembrano prosciutti. Ora capisco."
"ho il viso a palla e la panza. Voglio morire. Oggi a mensa solo insalata sìsì"
lei mi manda la foto di Maurizio su WhatsApp, con faccina innamorata annessa e il seguente messaggio:
"Piacere, sono il tuo nuovo istruttore. E tu aiuterai la tua Sister a farmi innamorare di lei"
Addominale scolpito, colorito da abbonamento semestrale alle lampados, denti bianchissimi, sopracciglia curate, sguardo da trota.
Io la Sister un po' la odio, un po' mi fa paura.
La motivazione è essenziale per fare sport.
La motivazioneper ucciderla per fare sport c'è.
"Lazzara alzati e vieni a correre con me"
"Sister, io ti voglio bene, ma le 9 e mezzo di sabato mattina non esistono. E' solo un brutto sogno, torna a dormire"
Un'ora dopo, col fiatone, un paio di ridicoli leggings rosa confetto, adatti alla danza non certo alla corsa, un fermacapelli rosso, un felpone blu elettrico, la faccia incazzata e la speranza che nessuno di mia conoscenza mi vedesse in quello stato, mi chiedevo se nell'arco della mia vita riuscirò mai a far capire alla Sister che "no" significa "no" e non "passo a prenderti tra un'ora e se non sei vestita ti faccio uscire col pigiamone da elfo che indossi".
Mi sono accorta che faceva sul serio, che quella non era la solita scusa per confessare uno dei suoi misfatti, quando al primo accenno di conversazione da gossip lei non ha battuto ciglio. Con una sonora pacca sul mio culo di piombo è schizzata davanti a me e ha detto solo "corri".
Dopo minuti cinque il mio unico desiderio era pomiciare con una bombola d'ossigeno.
"Questa è la dimostrazione che stiamo facendo schifo"
"..."
"Ho deciso che ci iscriviamo in palestra"
"Pa... che?"
"L'istruttore si chiama Maurizio"
"E sti ca..."
"Princess! Corri! Lunedì chiamo"
Così è stato.
E mentre flagellavo il mio ego con frasi tipo:
"anche la Sister ha ceduto allo sport. Faccio pena. Sicuro vuole iscrivermi perché mi si sta allargano il culo e lei non me lo dice"
"ecco, quando sono seduta 'ste cosce sembrano prosciutti. Ora capisco."
"ho il viso a palla e la panza. Voglio morire. Oggi a mensa solo insalata sìsì"
lei mi manda la foto di Maurizio su WhatsApp, con faccina innamorata annessa e il seguente messaggio:
"Piacere, sono il tuo nuovo istruttore. E tu aiuterai la tua Sister a farmi innamorare di lei"
Addominale scolpito, colorito da abbonamento semestrale alle lampados, denti bianchissimi, sopracciglia curate, sguardo da trota.
Io la Sister un po' la odio, un po' mi fa paura.
La motivazione è essenziale per fare sport.
La motivazione
venerdì 15 febbraio 2013
White
Lei pensò che una vita intera probabilmente non le sarebbe bastata per dimenticare certi momenti.
E pure per capirli.
Come quella volta in cui lui la accompagnò alla stazione più vicina della metropolitana. Era un venerdì. E lei, da quella macchina, non sarebbe voluta scendere.
Le costò un certo sforzo non richiudere la portiera e dire una cosa qualsiasi tipo "portami via".
E ci mise un bel po' di tempo per scendere le scale che l'avrebbero portata al treno.
Decise di aspettare 5 minuti, lì sotto, di fronte alla cartoleria, con la faccia rivolta al corridoio di entrata, a destra delle scale e con la certezza che lui, lì sopra, avrebbe atteso, probabilmente, per lo stesso tempo che lei tornasse indietro.
Sapeva che lui non sarebbe sceso, perché temeva, forse, di invadere il suo spazio e sapeva pure che lei non sarebbe risalita perché temeva, forse, tutto il resto.
Il bianco contiene tutti i colori dello spettro elettromagnetico. E' un po' come dire che è solo potenziale.
E' un po' come dire che è il colore delle occasioni mancate.
E pure per capirli.
Come quella volta in cui lui la accompagnò alla stazione più vicina della metropolitana. Era un venerdì. E lei, da quella macchina, non sarebbe voluta scendere.
Le costò un certo sforzo non richiudere la portiera e dire una cosa qualsiasi tipo "portami via".
E ci mise un bel po' di tempo per scendere le scale che l'avrebbero portata al treno.
Decise di aspettare 5 minuti, lì sotto, di fronte alla cartoleria, con la faccia rivolta al corridoio di entrata, a destra delle scale e con la certezza che lui, lì sopra, avrebbe atteso, probabilmente, per lo stesso tempo che lei tornasse indietro.
Sapeva che lui non sarebbe sceso, perché temeva, forse, di invadere il suo spazio e sapeva pure che lei non sarebbe risalita perché temeva, forse, tutto il resto.
Il bianco contiene tutti i colori dello spettro elettromagnetico. E' un po' come dire che è solo potenziale.
E' un po' come dire che è il colore delle occasioni mancate.
giovedì 14 febbraio 2013
"Il mezzo è il messaggio"
Nei giorni successivi l'elezione a pontefice di Karol Wojtyła iniziò a circolare una leggenda metropolitana che lo voleva protagonista di segrete fughe notturne dal Vaticano compiute nell'intento di mescolarsi ai suoi fedeli per conoscerli a fondo, contando sul suo momentaneo anonimato.
Bene. Se vi dovesse capitare di vedere una tipa con la tiara, la puzza sotto il naso e l'aria da Princess dallo sbuffo facile sappiate che quella sono io. Ho deciso di imitare il papa (del resto pure i reali sono di discendenza divina, no?) mescolandomi ai miei adorati sudditi e immergendomi nel fantastico mondo di mezzi pubblici romani.
Insomma, visto l'allerta meteo a giorni alterni, Alemanno perennemente pronto con la pala, l'autostrada che mi comunica il pericolo neve, l'era glaciale 1,2,3 e 4 e, soprattutto, visto che ho rischiato la pelle a causa del ghiaccio già una volta e la lezione mi è bastata, ho deciso, quando i turni di lavoro me lo consentono, di lasciare la Polly Princess-mobile a risposo e prendere i mezzi. Nonostante io abiti nella provincia di Monculo, il mio posto di lavoro sia sito in Monculo e, per raggiungerlo, io debba passare per il centro città, lontano da Monculo, lontanissimo dalla provincia. Cioè arrivo in centro e poi TORNO INDIETRO. Ma vabbè.
Premetto che sono una sovrana piuttoso tollerante con quella che viene chiamata gente comune. Non mi urtano i discorsi degli altri, la condivisione di un minuscolo spazio vitale, le attese. Sui mezzi sono anche in grado di rilassarmi e fare quello che altrimenti non avrei tempo e modo di fare. Leggere, ascoltare musica, farmi le seghe mentali.
Però.
C'è sempre il però. Senza il però questo post non avrebbe senso.
Ci sono tre categorie di viaggiatori che mi scuotono il sistema nervoso. Che mi incitano alla violenza. Che mi mandano in pappa le sinapsi.
Precisamente:
1. Gli ansiosi. Sono quelli votati alla standing ovation. Perenne. Non si siedono nemmeno quando la loro fermata è il capolinea. Fissano la porta come se dall'altra parte li attendesse Bar Rafaeli in perizoma o Johnny Deep vestito da Jack Sparrow. Se, come spesso accade, tu sei entrato a spintoni, hai la schiena poggiata sul vetro e le falangi che carezzano il palo centrale sono l'unico modo che hai per restare in un equilibrio sempre troppo precario, a loro non interessa. Loro devono assicurarsi che il tratto postazione-porta sia libero. E iniziano a fissarti come se gli avessi scippato la nonna. In prossimità della loro fermata la frase "scende alla prossima?" sarà la vostra rovina. Il signficato occulto è "togliti dalle palle, io devo scendere, devo salvare vite, io rischio di restare intrappolato per sempre nei sotterranei di Roma per colpa tua, io ti denuncio per sequestro di persona". E tu ci provi a fargli capire che se nel momento in cui pronunciano la frase tu togliessi di mezzo il braccio che ti permette di restare in piedi finiresti per terra, trascinandoti dietro mezzo treno. Inutile. Ci provi a fargli capire che stai solo attendendo che il treno si fermi, che passi il momento rinculo, estremamente pericoloso, che segue la frenata e poi, in un secondo scarso, toglierai il braccio per farli passare. No, a loro non interessa. Loro devono avere la traiettoria libera. Tu puoi pure morire sotto le rotaie, stronzo.
2. I liceali. Categoria spesso innocua, vero. Si muovono in gruppo, spesso intorno al mattatore, protagonista, buffone di corte. I decibel che le loro corde vocali sono in grado di raggiungere superano di gran lunga quelli prodotti dai rumori circostanti e occupano, in cinque, tre quarti del vagone ma, fin qui, il fastidio è limitato. Il problema sorge nel momento in cui iniziano a fissarti, violando quel comodo rituale chiamato disattenzione civile. E tu senti puzza di provolaggine. Nel momento in cui vedi quello sguardo, quello da ormone neo-sviluppato, quello tipico del 14enne che ha appena scoperto le gioie del porno, posato su di te capisci di essere fottuta. Io, per esempio, inizio a pensare che avrei dovuto indossare le perle ereditate da Nonna R. che fanno tanto 30enne per bene. Un liceale non ci prova mica con una 30enne per bene. Ma con una con la faccia da ragazzina sì. E io sono quella che è stata presa per una 18enne neopatentata dall'ex propritaria di Polly e che si è gustata la sua faccia da merluzzo quando le ha confessato di avere 28 anni e dover rinnovare la patente ad Aprile. Ergo non ho scampo. Se non con le perle di Nonna R.
3. Le nuvole verdi. Il loro ultimo incontro con l'acqua risale ai tempi in cui ci si lavava nel fiume e di notte si faceva pipì negli urinali. In compenso hanno fatto degli incontri ravvicinati del terzo tipo con cipolla e aglio la loro filosofia di vita. E siedono vicino a te, sempre.
Bene. Se vi dovesse capitare di vedere una tipa con la tiara, la puzza sotto il naso e l'aria da Princess dallo sbuffo facile sappiate che quella sono io. Ho deciso di imitare il papa (del resto pure i reali sono di discendenza divina, no?) mescolandomi ai miei adorati sudditi e immergendomi nel fantastico mondo di mezzi pubblici romani.
Insomma, visto l'allerta meteo a giorni alterni, Alemanno perennemente pronto con la pala, l'autostrada che mi comunica il pericolo neve, l'era glaciale 1,2,3 e 4 e, soprattutto, visto che ho rischiato la pelle a causa del ghiaccio già una volta e la lezione mi è bastata, ho deciso, quando i turni di lavoro me lo consentono, di lasciare la Polly Princess-mobile a risposo e prendere i mezzi. Nonostante io abiti nella provincia di Monculo, il mio posto di lavoro sia sito in Monculo e, per raggiungerlo, io debba passare per il centro città, lontano da Monculo, lontanissimo dalla provincia. Cioè arrivo in centro e poi TORNO INDIETRO. Ma vabbè.
Premetto che sono una sovrana piuttoso tollerante con quella che viene chiamata gente comune. Non mi urtano i discorsi degli altri, la condivisione di un minuscolo spazio vitale, le attese. Sui mezzi sono anche in grado di rilassarmi e fare quello che altrimenti non avrei tempo e modo di fare. Leggere, ascoltare musica, farmi le seghe mentali.
Però.
C'è sempre il però. Senza il però questo post non avrebbe senso.
Ci sono tre categorie di viaggiatori che mi scuotono il sistema nervoso. Che mi incitano alla violenza. Che mi mandano in pappa le sinapsi.
Precisamente:
1. Gli ansiosi. Sono quelli votati alla standing ovation. Perenne. Non si siedono nemmeno quando la loro fermata è il capolinea. Fissano la porta come se dall'altra parte li attendesse Bar Rafaeli in perizoma o Johnny Deep vestito da Jack Sparrow. Se, come spesso accade, tu sei entrato a spintoni, hai la schiena poggiata sul vetro e le falangi che carezzano il palo centrale sono l'unico modo che hai per restare in un equilibrio sempre troppo precario, a loro non interessa. Loro devono assicurarsi che il tratto postazione-porta sia libero. E iniziano a fissarti come se gli avessi scippato la nonna. In prossimità della loro fermata la frase "scende alla prossima?" sarà la vostra rovina. Il signficato occulto è "togliti dalle palle, io devo scendere, devo salvare vite, io rischio di restare intrappolato per sempre nei sotterranei di Roma per colpa tua, io ti denuncio per sequestro di persona". E tu ci provi a fargli capire che se nel momento in cui pronunciano la frase tu togliessi di mezzo il braccio che ti permette di restare in piedi finiresti per terra, trascinandoti dietro mezzo treno. Inutile. Ci provi a fargli capire che stai solo attendendo che il treno si fermi, che passi il momento rinculo, estremamente pericoloso, che segue la frenata e poi, in un secondo scarso, toglierai il braccio per farli passare. No, a loro non interessa. Loro devono avere la traiettoria libera. Tu puoi pure morire sotto le rotaie, stronzo.
2. I liceali. Categoria spesso innocua, vero. Si muovono in gruppo, spesso intorno al mattatore, protagonista, buffone di corte. I decibel che le loro corde vocali sono in grado di raggiungere superano di gran lunga quelli prodotti dai rumori circostanti e occupano, in cinque, tre quarti del vagone ma, fin qui, il fastidio è limitato. Il problema sorge nel momento in cui iniziano a fissarti, violando quel comodo rituale chiamato disattenzione civile. E tu senti puzza di provolaggine. Nel momento in cui vedi quello sguardo, quello da ormone neo-sviluppato, quello tipico del 14enne che ha appena scoperto le gioie del porno, posato su di te capisci di essere fottuta. Io, per esempio, inizio a pensare che avrei dovuto indossare le perle ereditate da Nonna R. che fanno tanto 30enne per bene. Un liceale non ci prova mica con una 30enne per bene. Ma con una con la faccia da ragazzina sì. E io sono quella che è stata presa per una 18enne neopatentata dall'ex propritaria di Polly e che si è gustata la sua faccia da merluzzo quando le ha confessato di avere 28 anni e dover rinnovare la patente ad Aprile. Ergo non ho scampo. Se non con le perle di Nonna R.
3. Le nuvole verdi. Il loro ultimo incontro con l'acqua risale ai tempi in cui ci si lavava nel fiume e di notte si faceva pipì negli urinali. In compenso hanno fatto degli incontri ravvicinati del terzo tipo con cipolla e aglio la loro filosofia di vita. E siedono vicino a te, sempre.
mercoledì 13 febbraio 2013
Brown
Lei occhi di un marrone così pieno non li aveva visti mai.
Quando lui si voltò per farle una battuta quella fu la prima cosa che notò.
E poi pensò che sarebbero andati d'accordo, loro due.
Perché lei aveva un debole per le persone così.
Per quelli con la battuta pronta.
Per quelli che ti mettono in imbarazzo, quasi fosse una sfida a far uscire fuori il tuo caratterino di merda. Perché l'hanno capito che la timidezza è uno scudo di cartapesta. Che quello che c'è sotto è divertente. E perché il caratterino di merda ai tipi come lui, in fondo, piace.
Quando le disse per la prima volta che la trovava bella lei, quegli occhi di un marrone così pieno, li evitò.
Perché va bene il caratterino di merda, ma farsi vedere imbarazzate, quello no. Quello mai. Perché lei i complimenti li riceveva spesso. E che differenza poteva mai esserci nella parola "bella" detta da lui?
Quando gli disse "mi sono innamorata" lei, i suoi occhi, li chiuse. Perché lo scudo è di cartapesta ma sempre di scudo si tratta. E se la bocca la tradisce lei chiude gli occhi. Lo fa sempre. Per ogni confessione.
Quindi, lei, l'espressione degli occhi di lui, quella che avevano in quel momento, non la conosce. Ma nella sua testa riaffiorò l'immagine vecchia di due anni. Quella in cui lui si gira per farle una battuta. Quella in cui lei pensa che occhi di un marrone così pieno non li aveva visti mai.
Quando lui si voltò per farle una battuta quella fu la prima cosa che notò.
E poi pensò che sarebbero andati d'accordo, loro due.
Perché lei aveva un debole per le persone così.
Per quelli con la battuta pronta.
Per quelli che ti mettono in imbarazzo, quasi fosse una sfida a far uscire fuori il tuo caratterino di merda. Perché l'hanno capito che la timidezza è uno scudo di cartapesta. Che quello che c'è sotto è divertente. E perché il caratterino di merda ai tipi come lui, in fondo, piace.
Quando le disse per la prima volta che la trovava bella lei, quegli occhi di un marrone così pieno, li evitò.
Perché va bene il caratterino di merda, ma farsi vedere imbarazzate, quello no. Quello mai. Perché lei i complimenti li riceveva spesso. E che differenza poteva mai esserci nella parola "bella" detta da lui?
Quando gli disse "mi sono innamorata" lei, i suoi occhi, li chiuse. Perché lo scudo è di cartapesta ma sempre di scudo si tratta. E se la bocca la tradisce lei chiude gli occhi. Lo fa sempre. Per ogni confessione.
Quindi, lei, l'espressione degli occhi di lui, quella che avevano in quel momento, non la conosce. Ma nella sua testa riaffiorò l'immagine vecchia di due anni. Quella in cui lui si gira per farle una battuta. Quella in cui lei pensa che occhi di un marrone così pieno non li aveva visti mai.
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